Arabia Saudita: diritti delle donne, attiviste detenute e torturate

Immagine dell’utente Flickr Yara Kassem

I ripetuti richiami della comunità internazionale hanno finalmente prodotto un risultato.

L’Arabia Saudita ha rilasciato, seppur in via temporanea, 3 delle 11 attiviste per i diritti umani detenute arbitrariamente da quasi un anno e sottoposte, secondo diverse fonti, a torture fisiche, psicologiche e sessuali.

Il 1° marzo scorso, l’agenzia di pubblica sicurezza saudita aveva annunciato che, avendo concluso le indagini, le 11 donne sarebbero state accusate e giudicate per “attività coordinate e organizzate volte a minare la sicurezza, la stabilità e l’unità nazionale del Regno”.

Il timore iniziale, soprattutto delle ONG come Amnesty International, era che fosse utilizzata la legge antiterrorismo per formulare capi d’accusa ad hoc e portare le attiviste innanzi alla Corte penale specializzata (SCC), nota per la sua parzialità. La nuova legge antiterrorismo del 2014 contiene, infatti, una definizione ampia e vaga di “atto terroristico”, che consente, per ragioni di sicurezza nazionale, di criminalizzare la libertà di espressione e di conferire poteri di polizia alle autorità preposte senza vaglio giudiziario.

Ben Emmerson, Relatore Speciale delle Nazioni Unite, definisce la legge in questione “non conforme agli standard internazionali sui diritti umani”. Nel suo report, scrive “il messaggio del diritto internazionale è chiaro e semplice: le critiche non violente rivolte allo Stato o alle sue istituzioni (…) non possono essere considerate reato in nessuna società governata dallo stato di diritto”. La legislazione antiterrorismo, prosegue, “non può essere utilizzata per perseguire penalmente coloro che esercitano in modo non violento il loro diritto alla libertà di espressione, così come la libertà di religione, di associazione e di riunione pacifica”.

Il 13 marzo, il processo si è quantomeno aperto presso la Corte penale ordinaria di Riyad. Le udienze si sono però svolte a porte chiuse e non si conoscono ancora con precisione i reati contestati alle donne. Si parla di violazioni delle norme sancite nella legge sul cybercrime in connessione al loro attivismo e a contatti avuti con giornalisti e diplomatici stranieri in merito allo stato dei diritti umani nel Regno.

Poi la decisione inattesa. Il 28 marzo, Aziza al-Youssef, Ruqayyah al-Muharib a Eman al-Nafjan sono libere di tornare a casa nelle more dello svolgimento del giudizio a loro carico.

L’atteggiamento dell’Arabia Saudita già da tempo incontrava le critiche degli Stati e delle organizzazioni internazionali. Da più parti, è stata denunciata la grave situazione dei diritti umani nel Paese e richiesta la liberazione delle attiviste. In particolare dopo il caso Khashoggi, lo scrittore ed editorialista del Washington Post ucciso nel consolato saudita di Istanbul il 2 ottobre 2018.

Era stato Human Rights Watch a rivelare per primo, nel novembre scorso, le torture perpetrate nei confronti delle detenute nel corso degli interrogatori successivi agli arresti. Secondo la fonte dell’ONG, “almeno tre donne hanno subito molestie sessuali e aggressioni, inclusi abbracci e baci forzati nonché gesti sessualmente allusivi”. Non solo, “gli inquirenti hanno tentato di terrorizzare e intimidire una detenuta riferendo che una delle sue colleghe era stata assassinata”. Dopo gli interrogatori, sempre stando a HRW, “le donne hanno mostrato segni fisici di tortura, tra cui difficoltà a camminare, tremori incontrollati delle mani, lividi sulle cosce, segni e graffi rossi sui loro volti”.

Il 2 gennaio, un panel composto da parlamentari britannici e avvocati internazionali aveva inviato alle autorità saudite una richiesta ufficiale per poter visitare le attiviste detenute, senza però ottenere alcuna risposta. Nel documento si leggeva: “sono state mosse accuse molto gravi riguardo al trattamento delle attiviste incarcerate”. “Tali accuse – proseguiva la lettera – appaiono credibili” e contemplano un novero di violazioni dei diritti fondamentali quali “torture con scariche elettriche e frustate, molestie sessuali, minacce di stupro, aggressioni, minacce di pena di morte ed ergastolo per tradimento, diniego di visita dei familiari e di difesa da parte di legali indipendenti”.

Anche il Parlamento Europeo aveva preso posizione in merito alle condizioni di carcerazione dei difensori dei diritti delle donne. Il 14 febbraio, era stata adottata una risoluzione con cui si condannava “in modo fermo la detenzione delle attiviste (…)” e si esprimeva “orrore di fronte alle verosimili denunce di torture sistematiche subite da molte di loro”. L’istituzione europea, inoltre, invitava le autorità saudite a “rilasciare subito e senza condizioni tutti i difensori dei diritti delle donne, poiché hanno soltanto “esercitato il loro diritto alla libertà di espressione e il pacifico attivismo in difesa dei diritti umani”.

Da ultimo, il 7 marzo in occasione della 40esima sessione del Human Rights Council, era intervenuta Michelle Bachelet, Alto Commissario ONU per i diritti umani, sostenendo che “la persecuzione delle attiviste pacifiche è in chiara contraddizione con lo spirito riformistico proclamato” da Riyad. “Queste donne – concludeva – devono essere rilasciate subito”.

La monarchia wahabita sembra però voler arginare a tutti i costi il movimento di protesta nato nel 2016 sotto lo slogan #IamMyOwnGuardian [Sono la guardiana di me stessa] e divampato attraverso Twitter.

Obiettivo del movimento è l’abolizione del cosiddetto “sistema di sorveglianza maschile” vigente nel Paese. In base alla “male guardianship, la donna saudita non è libera di compiere alcuna scelta in nessun ambito della sua vita senza l’avallo del proprio “guardiano”.

Il sistema di sorveglianza maschile implica, infatti, il pieno controllo dell’uomo – sia esso padre, fratello, marito o figli – sulla donna.

Studiare, lavorare, sposarsi, viaggiare, avere un passaporto, accedere ai servizi sanitari, aprire un conto in banca richiedono il necessario consenso del “tutore”. Le opportunità esistenziali di una donna dipendono, quindi, dalla mentalità del proprio uomo di riferimento. Più questi avrà una forma mentis tradizionalista, minore sarà la possibilità per la donna di godere dei propri diritti.

Video tratto dal canale YouTube di Human Rights Watch

Tutte noi dobbiamo vivere dentro scatole i cui confini sono stati disegnati dai nostri padri o mariti”, racconta la 25enne Zahra a Human Rights Watch. “Ogni volta che mi dicono ‘dovresti avere un progetto quinquennale’, rispondo: ‘non posso'”, continua la giovane donna, “perché fare progetti quando poi mio padre potrebbe non essere d’accordo?”.

L’Arabia Saudita, a seguito della revisione periodica universale del Consiglio per i Diritti Umani ONU nel 2009 e nel 2013, aveva espresso la volontà di operare dei profondi cambiamenti finalizzati alla progressiva eliminazione del sistema di sorveglianza maschile.

In realtà, le poche riforme introdotte, riguardanti per lo più l’ambito politico e lavorativo, hanno di fatto lasciato il sistema intatto.

Tale sistema, peraltro, contrasta – o quanto meno svuota di contenuto – i principi sanciti dalla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW), di cui la monarchia saudita è Stato parte dal 7 settembre 2000.

La Convenzione, ritenuta lo strumento giuridico internazionale più rilevante in materia di diritti delle donne, impone alle parti contraenti l’adozione di misure concrete per eliminare le discriminazioni. Stabilisce, tra le altre cose, di “modificare gli schemi ed i modelli di comportamento socioculturale degli uomini e delle donne e di giungere ad una eliminazione dei pregiudizi e delle pratiche consuetudinarie o di altro genere, che siano basate sulla convinzione dell’nferiorità o della superiorità dell’uno o dell’altro sesso o sull’idea di ruoli stereotipati degli uomini e delle donne”.

Considerando che fino allo scorso giugno l’Arabia Saudita era l’unico Stato al mondo a non consentire alle donne di guidare, si può ben dire che siamo molto lontani da qualsivoglia barlume di parità di genere. D’altronde, non è un caso che l’ondata di arresti sia avvenuto proprio poche settimane prima dell’abrogazione del divieto di guida. Le attiviste avevano condotto una pressante campagna contro tale proibizione.

Silenziare l’attivismo pacifico è un modo per evitare che il sistema socio-culturale saudita venga scosso dalle fondamenta. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, la monarchia wahabita non è infatti interessata a un’interpretazione meno rigida della sharia, da cui fa derivare il sistema di sorveglianza maschile.

D’altro canto, il Governo saudita continua a respingere le accuse di violazione dei diritti umani delle attiviste detenute. Le definisce prive di fondamento e considera le critiche provenienti dall’estero in termini di “ingiustificata interferenza nei suoi affari interni.

Peraltro, il costante rifiuto delle autorità di Riyad di istituire una commissione indipendente per incontrare le attiviste incarcerate e valutare le loro condizioni, non ha permesso di avere informazioni dettagliate sul loro reale stato di salute e sugli abusi subiti.

Per una donna, l’effettivo godimento dei propri diritti non è mai una questione scontata neppure in occidente. Lo dimostrano i recenti collettivi femminili nati sull’onda del #Metoo. Dalle attiviste hollywoodiane di Time’s Up, fino alle francesi del 50/50×2020, passando per le italiane di Dissenso Comune. Si combatte non solo contro la violenza di genere. Ma per la parità salariale, l’inclusione e le “quote rosa” in ambito politico ed economico.

Una situazione, però, ben diversa rispetto a quella che vivono le donne saudite, a cui non sono riconosciute le più elementari libertà in nome del relativismo culturale.

Tiziana Carmelitano

Laurea in Scienze politiche con specializzazione in diritto internazionale e Master in “Geopolitica e sicurezza globale”. Appassionata di diritti umani, analisi dei conflitti armati e “crisi di effettività” dello Stato.

Tiziana Carmelitano

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