Ambiente, la resilienza del Mar Rosso al cambiamento climatico

Recenti studi hanno dimostrato che la flora e la fauna del Mar Rosso riescono a resistere ai cambiamenti climatici grazie alla loro capacità di adattamento, permettendo così di ripopolare le barriere coralline che stanno morendo. Importante attore di questo cambio di tendenza è stata anche l’assenza di turismo di massa nella regione negli ultimi anni, a partire dai disordini della Primavera araba, che ha scoraggiato le partenze verso note località di vacanze come Sharm el Sheikh e Hurghada. L’ecosistema sottomarino mediorientale rappresenta un unicum e deve essere protetto affinché i coralli possano sopravvivere e permettere il mantenimento dello status quo di quel mare.

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Siria, è allarme per gli effetti della guerra su ambiente e salute

Nel Paese mediorientale si sta consumando un disastro ecologico sotto lo sguardo indifferente delle istituzioni statali, della comunità internazionale e anche dei mass media. La crisi che imperversa ormai da oltre otto anni ha, infatti, avuto un impatto devastante sugli ecosistemi siriani e sulla biodiversità. E l’inquinamento di aria, acqua e suolo che ne è derivato sta avendo gravi ripercussioni sulla salute pubblica e sulla qualità di vita dei siriani, aggravando l’emergenza umanitaria già di per sé drammatica. Una panoramica dei fattori che hanno determinato la catastrofe ambientale.

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Migrazioni climatiche, in aumento anche in Centro America

In questa regione l’emigrazione subisce una forte spinta – tra gli altri fattori – dagli effetti del cambiamento climatico. Negli ultimi decenni i coltivatori di caffè, per esempio, si sono ritrovati a dover affrontare condizioni meteorologiche estreme, siccità ed epidemie delle colture. Esasperati, in molti decidono di emigrare ma si ritrovano comunque a fronteggiare realtà difficili, motivate dalla mancanza di normative internazionali che regolino e tutelino lo status di chi emigra per motivi ambientali. Si stima che entro il 2050 circa due milioni di persone emigreranno da questa zona del continente per cause correlate ai cambiamento climatico.

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Brucia anche l’Africa, ma si tratta di gestione del territorio

Se durante l’estate gli occhi sono stati puntati soprattutto sul Brasile, la NASA ci avverte che la foresta amazzonica non è la sola a bruciare. Sembra, infatti, che in alcune zone africane si registrino incendi maggiori. Alla luce degli studi condotti in questo campo si scopre però che gli incendi nelle savane possono essere parte di un’attività fondamentale di controllo di molte aree protette del continente. L’analisi degli esperti chiarisce e distingue quando il fuoco è davvero dannoso per l’ambiente.

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Gambia, tensioni sugli investimenti e l’inquinamento cinesi

La Gunjur Beach è un piccolo gioiello in territorio gambiano, nell’Africa occidentale. Ma proprio tra l’oceano e la prima riserva naturale del Paese, sorge uno stabilimento della Golden Lead, azienda con base in Cina che si occupa della produzione di farina di pesce. Accolta inizialmente con entusiasmo, l’apertura della fabbrica ha successivamente sollevato diversi problemi, sia ambientali – ai danni della fauna -, che economici, a discapito delle piccole attività locali. Ciò ha portato a scontri e riflessioni sul rapporto tra la salvaguardia del proprio territorio e la necessità di attrarre capitali esteri.

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Le api stanno scomparendo. Perderemo profumi e sapori

Gli utilissimi insetti gialli e neri stanno pian piano scomparendo e le conseguenze per la natura potrebbero essere irreparabili. Basti pensare che questi piccoli esseri viventi sono tra gli agenti impollinatori più importanti al mondo e che senza la loro azione verrebbero a mancare moltissime colture. Tra le maggiori cause di questo problema vi sono le attività umane e i pesticidi, che incidono negativamente sulla normale attività di questi insetti. ONU, Unione Europea e associazioni non governative stanno lavorando per contrastare questo fenomeno. Siamo ancora in tempo?

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Ambiente, nell’atmosfera il pericoloso gas che viene dalla Cina

Dal 2010 la produzione di clorofluorocarburi, dannosi per lo strato di ozono, è vietata. Un successo che ha portato a miglioramenti fondamentali per la salute di tutto il pianeta. Tuttavia, uno studio pubblicato lo scorso anno ha rilevato un preoccupante aumento di concentrazioni di una di queste sostanze nocive, il CFC-11. Ulteriori analisi e rilevamenti dalle stazioni di monitoraggio hanno indicato che queste anomalie potrebbero provenire da alcune regioni in territorio cinese. Trovare i responsabili è necessario per evitare ulteriori danni a un già precario equilibrio ambientale.

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Plastica, ora i Paesi poveri potrebbero rispedirla al mittente

Le nazioni ricche si liberano di determinate tipologie di rifiuti vendendole come beni agli Stati in via di sviluppo. Spesso succede però che questi non siano attrezzati per gestire lo smaltimento di immondizia che alla fine viene semplicemente abbandonata trasformando i territori in vere e proprie discariche a cielo aperto. La Convenzione di Basilea del 1989 ha tentato, finora senza troppo successo, di mettere un argine a questo flusso. Di recente si è tornati sul Trattato per cercare di rafforzarlo e fornire a queste regioni maggiori strumenti per controllare ciò che oltrepassa i loro confini.

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Kathmandu, città ‘senza freni’ e disagio post-terremoto

In seguito a una catastrofe, la necessità di ricostruire presenta anche inaspettate opportunità di cambiamento. Come in Nepal, devastato da terribili terremoti nel 2015. La capitale è quasi irriconoscibile, avendo perso molti dei suoi edifici simbolici. Tuttavia, a distanza di quattro anni e con milioni di donazioni, sono ancora molti i problemi da affrontare. Con le interferenze delle potenze internazionali interessate, la crescita senza controllo della città, le risorse del territorio stremate, i cittadini hanno ora capito quanto sia importate alzare la voce e proteggere un patrimonio culturale e storico unico al mondo.

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Nigeria, gli Ogoni contro la Shell. Voglia di giustizia dal 1995

Negli anni Novanta lo Stato nigeriano dell’Ogoniland fu devastato dalle attività petrolifere della multinazionale. Le proteste pacifiche degli abitanti di questa terra, guidate da Ken Saro Wiwa, sfociarono presto in violente repressioni e gravi violazioni dei diritti umani. Da oltre un ventennio quattro donne Ogoni, rimaste vedove dopo l’impiccagione dei loro mariti in quanto sostenitori del Mosop (Movimento per la liberazione degli Ogoni), chiedono giustizia chiamando in causa il colosso petrolifero. Il Tribunale dell’Aja ha accettato la giurisdizione per il caso. Sono trascorsi 24 anni ma non c’è resa nella ricerca delle responsabilità.

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