22 Maggio 2024

Alcolismo, il caso Russia dove bere resta una questione di costume

Da millenni la Storia dell’essere umano è indissolubilmente legata alle bevande alcoliche e fin dall’inizio l’uomo ha dovuto far fronte alle conseguenze del loro abuso. L’alcol è diffuso oggi in tutto il mondo, ma alcuni Paesi, specialmente nordici, sono tradizionalmente conosciuti per il loro largo consumo di questa sostanza: uno di questi è la Russia, al centro di molti stereotipi che legano i russi e la vodka.

Tra le nazioni dove, secondo i dati dell’OMS, si beve più alcol figurano molti Stati membri dell’Unione Europea, come la Repubblica Ceca, ma anche Paesi dell’ex-Unione Sovietica, come Moldavia e Federazione Russa, dove, però, negli ultimi dieci anni il consumo pro capite è calato da 14 a 7 litri.  Ciò è dovuto sia ad un cambiamento di alcune abitudini, come una maggior diffusione della birra rispetto alla vodka, sia ad alcuni interventi statali, come il divieto di vendere alcol dopo le undici di sera e l’obbligo di esibire il passaporto all’atto dell’acquisto.

In passato, il fenomeno dell’alcolismo era molto più capillare, tanto da costringere il governo sovietico negli anni Ottanta ad approvare dure misure proibizioniste: la produzione di alcol fu drasticamente ridotta e si dispose di venderlo solamente in certe fasce orarie, dalle due alle sette di pomeriggio, con un grave danno all’economia dell’epoca, già in profonda difficoltà. La campagna anti-alcol portò in realtà ad un aumento del consumo soprattutto di alcolici distillati in casasamogon, e della mortalità e Mikhail Gorbacev, all’epoca Segretario del Partito Comunista Sovietico, fu costretto a fare marcia indietro su queste misure.

“Neanche una goccia”, manifesto della campagna sovietica anti-alcol, Licenza CC, da Google Images

Tuttavia, nonostante il calo dei consumi, in Russia l’alcol risulta ancora un problema sociale, come afferma il dottor Vasilij Shurov, psichiatra specializzato nel trattamento delle dipendenze, nell’intervista rilasciata a Voci Globali:

Bere è considerato normale: le persone sono convinte che l’alcolismo sia sempre un problema degli altri e lo Stato considera il consumo di alcol una responsabilità personale. Ci sono però delle differenze regionali: in luoghi più freddi, dove le giornate sono più corte, c’è un maggior utilizzo, anche associato con una maggior prevalenza di disturbi dello spettro depressivo o con particolari tradizioni. Nella popolazione dei Chukchi c’è un deficit enzimatico che favorisce lo sviluppo dell’alcolismo.

Oltre alle caratteristiche genetiche delle popolazioni indigene di Siberia ed Estremo Oriente, fattori come la mancanza di prospettive, di formazione e lavoro contribuiscono al consumo di alcol nelle regioni più povere con gravi conseguenze sulla salute.  Per contrastare la depressione le persone si rivolgono agli alcolici con un consistente aumento della mortalità, legata sia a complicanze, come la cirrosi epatica e le cardiomiopatie, sia a morti violente, come omicidi e investimenti.

Ci sono tre stadi nell’alcolismo.” afferma il dottor Shurov, “Nel primo la persona passa dal bere per divertirsi al bere e basta, nel secondo subentra l’astinenza, con crisi convulsive e psicosi, e infine nel terzo si presentano anche demenza e perdita della memoria.

L’alcol può anche stravolgere l’equilibrio delle famiglie, specialmente quando sono i genitori ad essere dipendenti, con casi di violenza domestica, instabilità economica e soprusi di vario tipo che si sovrappongono ad un disagio già forte: i figli di tali coppie vengono educati secondo un modello disfunzionale che può anche spingerli all’utilizzo di altri tipi di sostanze, come la nicotina o successivamente le designer drugs. 

Per quanto riguarda le famiglie, bisogna considerare anche l’alcolismo che interessa le donne.” commenta Shurov,  “Infatti, per il ruolo che a loro viene attribuito qui come anche in altre nazioni europee, il consumo di alcol viene più stigmatizzato e loro spesso bevono di nascosto, a casa, e, quando la dipendenza esce allo scoperto, vengono rifiutate dalla società.

Julja Gajnanova, autrice del romanzo “Butylka”, fotografia gentilmente concessa dalla stessa Gajnanova

L’alcolismo al femminile viene raccontato dalla scrittrice Julja Gajnanova nel suo romanzo Butylka, in italiano bottiglia, dove condivide la propria storia e l’immagine della donna che oggi viene propagandata:

Il modello che porta al consumo di alcol è analogo a quello delle sigarette: in passato la donna era considerata coraggiosa se fumava e, dopo che l’informazione si è schierata contro il fumo, quest’atteggiamento si è spostato sull’alcol,

afferma in un’intervista rilasciata a Voci Globali,

Si vede spesso nei film: la donna di successo beve e solo così può dire che la sua vita sia splendida. L’alcol viene considerato la norma.

All’utilizzo di questa sostanza risulta legato anche lo stereotipo secondo cui sia necessaria alla convivialità: la disinibizione che provoca porta le persone ad aprirsi di più a chi sta intorno, che spesso è un perfetto sconosciuto, e a dare l’impressione di essere accettati, di far parte di un nuovo gruppo. Questo vale in particolare per le donne, spesso sottoposte più degli uomini alla pressione sociale:

Essere sobri per le donne è un biglietto diretto per la solitudine. Ecco che giunge in soccorso lui (l’alcol), biglietto diretto per il buonumore e l’attenzione degli uomini. (citazione dal romanzo Butylka)

Tuttavia, attorno all’alcol si costruiscono anche altre immagini, sempre correlate al prestigio sociale della persona: bere alcolici selezionati e pregiati, offrire a chi sta intorno o uscire tutte le sere si inserisce in un circuito di dimostrazione della propria appartenenza ad un’élite e di profonda adesione ad un gruppo. Lì, però, le persone trovano una compagnia solo fittizia, tenuta insieme solo dal consumo e dall’ostentazione:

Nessuno pensa all’alcolista ubriaco sotto una panchina. Si pensa alla vodka col caviale, allo champagne da trecento dollari, ma dietro a questo falso splendore ci sono la birra da quattro soldi e la vodka mescolata con il succo nel cartone. Arrivare allo status sociale più alto non ti impedirà di cadere in basso.

Proprio contro tutti questi stereotipi legati all’alcol si schiera Julja, il cui scopo è far prendere coscienza alle persone di questo malinteso. Perché dove gli altri vedono la vivacità della trasgressione:

Io vedo una giovane ragazza-madre. Vedo una scrittrice senza successo, che vive a spese del fratello. Una giornalista di moda la cui carriera è andata in pezzi. Un uomo d’affari che non sa cosa vuole dalla vita. Una casalinga, che odia il marito ma non vuole rendersene conto. E in questo nessun volto felice con un sorriso sincero. (citazione dal romanzo Butylka)

In questo contesto in cui l’uso dell’alcol pare quasi necessario per essere accettati e integrati nella società si scivola più o meno lentamente verso la dipendenza, in una spirale che non può far altro che portare alla rottura dei legami e alla svalutazione dell’individuo.

Tuttavia, oggi, grazie a molteplici interventi di sensibilizzazione, si può auspicare un miglioramento della situazione e una presa di coscienza sempre più consistente da parte della società russa dei danni legati all’abuso di sostenze alcoliche.

Chiara Ercolini

Studentessa di Medicina e Chirurgia, con una passione per le lingue e le culture straniere sbocciata nell'infanzia. Attenta alle problematiche sociali del suo ambiente, immagina il proprio futuro nell'ambito umanitario.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *