Rifugiati siriani in Libano, crescono l’intolleranza e il rifiuto

Il governo libanese ha ordinato agli sfollati siriani presenti sul proprio territorio di demolire tutte le abitazioni che non sono conformi al codice abitativo del Governo centrale. Questa imposizione significa per molte famiglie rifugiate la distruzione di alloggi in mattoni e l’allestimento di abitazioni in legno e teli di plastica. L’ordine libanese è entrato in vigore dal 1 luglio, a conferma di una politica di intolleranza e violenza nei confronti dei circa 1,5 milioni di siriani ospitati nel Paese. Povertà e condizioni economiche drammatiche stanno colpendo siriani e libanesi. Cacciare i rifugiati è la risposta politica di Beirut.

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Brasile, la “sicurezza” di Bolsonaro che mette a rischio le donne

Già durante la sua campagna elettorale, il presidente brasiliano era stato chiaro su quale fosse la sua posizione riguardo le armi. Una volta eletto, ha infatti subito firmato un decreto per renderne il possesso e il trasporto più flessibili. Il Congresso è inoltre al lavoro su un pacchetto anticrimine che potrebbe alleggerire le pene per le violenze commesse durante il servizio da parte delle forze dello Stato. Tutte queste misure sono potenzialmente pericolose per la popolazione femminile, in particolare per quella di colore e residente nelle favelas, già la più vulnerabile di tutto il Paese.

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Dalle rotte dei Balcani storie di violenze e soprusi sui migranti

Respingimenti illegali, violenze fisiche, violazioni continue dei diritti umani: questa è l’accoglienza riservata ai richiedenti asilo che tentano di entrare in Croazia. L’Europa dell’Est continua ad essere teatro di sofferenze e di politiche severe. Dopo la chiusura dei confini ungheresi, chi arriva sulla rotta bosniaca si ritrova ammassato in campi ormai al collasso. Il “gioco” dell’attraversamento di foreste e fiumi verso il territorio croato si trasforma, infatti, in espulsioni coatte illegali e nella negazione della primaria assistenza. Tutto questo nel cuore dell’Unione Europea.

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Matrimoni precoci, anche l’Occidente viola i diritti dei minori

Contrariamente a quanto si possa pensare, i matrimoni infantili non sono prerogativa esclusiva del Sud del mondo. La pratica esiste anche nei cosiddetti Paesi sviluppati, compresi gli USA. Il problema è che vi sono normative che, non rispettando gli standard internazionali, prevedono una serie di scappatoie volte a rendere legittime le unioni precoci. L’ONU considera il “child marriage” una violazione dei diritti umani e una pratica dannosa che impedisce, soprattutto alle donne, di vivere la propria vita libera da ogni forma di violenza. Per tale ragione, ha avviato una campagna volta a sradicare il fenomeno, a livello globale, entro il 2030.

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Brasile, sono le donne a guidare la resistenza alla repressione

L’elezione di Bolsonaro lo scorso autunno ha dato nuovo impulso al movimento femminista. Se da una parte c’è stata una rappresentanza femminile lievemente migliorata nelle cariche politiche, dall’altra rimangono allarmanti il numero di femminicidi – più di 400 solo dall’inizio dell’anno – e la sordità del Governo. Con le istituzioni che non sembrano intenzionate a intervenire sulle disuguaglianze e le ingiustizie di genere, le attiviste si sono rese conto che i diritti duramente conquistati sono a rischio e hanno deciso di scendere in piazza a difenderli.

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La società dello sfruttamento che genera 40 milioni di schiavi

Nel mondo esiste una significativa quantità di persone costrette a vivere in condizioni di schiavitù. Di queste, il 71% è costituito da donne e il 29% da uomini. Cittadini spesso considerati marionette nelle mani dei potenti e dello stesso Stato, obbligati ad offrire manodopera in modo disumano senza ricevere retribuzione. E tanti sono i bambini legati a sfruttamento e lavoro altamente pericoloso. I casi più emblematici in Corea del Nord, al primo posto di questa triste classifica. Mentre le nazioni sviluppate continuano incuranti ad importare prodotti che provengono dal lavoro coatto.

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Fatimah, l’artista irachena che insegna la libertà alle donne

Come si vive in Iraq nel 2019? Uno sguardo alla vita di tutti i giorni – quella della gente comune – filtrata attraverso gli occhi di un’artista ventiseienne nata in una delle città più conservatrici del Paese. Al di là del conflitto e dello Stato Islamico rimangono altri problemi irrisolti: dispotiche società tribali, oppressione delle donne, settarismo, acqua contaminata, navi che affondano e anarchia generale, situazioni che tengono la vita degli Iracheni continuamente appesa ad un filo.

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Arabia Saudita: diritti delle donne, attiviste detenute e torturate

Per quasi un anno, 11 attiviste per i diritti umani sono state detenute arbitrariamente e, secondo diverse fonti, hanno subito torture e abusi sessuali da parte dei loro carcerieri. La loro “colpa” è aver promosso e sostenuto il movimento di protesta nato nel 2016 sotto lo slogan #IamMyOwnGuardian con l’obiettivo di abolire il cosiddetto “sistema di sorveglianza maschile” vigente nel Paese. Un sistema che opprime le donne ponendole sotto l’assoluto controllo del proprio “guardiano”. Tre di loro sono state temporaneamente rilasciate grazie alla forte pressione della comunità internazionale. Ricostruiamo qui la vicenda.

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Iraq, la vita senza patria degli Yazidi. Voci dal campo di Shari

Tra il 2014 e il 2017, in Iraq l’Isis massacrava migliaia di Yazidi. Senza parlare dell’orrore per centinaia e centinaia di donne, come Nadia Murad, rapite per diventare schiave del sesso. Ma dove sono oggi tutti i sopravvissuti? Come sono scampati al genocidio? Li abbiamo intervistati nei campi profughi e nei luoghi dove sono rifugiati. Ci hanno raccontato le loro storie e come cercano di dimenticare le tragedie vissute. Ma non è facile. La vita nei in questi luoghi è al limite delle condizioni umane e non c’è ancora speranza di tornare a casa. Ammesso che una casa ci sia ancora.

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Kenya, LGBT: cancellare leggi volute da regime coloniale

L’Alta Corte kenyota ha di nuovo rimandato la decisione sull’abrogazione di due sezioni del Codice Penale che criminalizzano i rapporti omosessuali. Le norme in questione sono state introdotte ai tempi della colonizzazione inglese. Ma se da un lato le disposizioni sono retaggio del XIX secolo, dall’altro nel Paese si avvertono segnali importanti di cambiamento per il futuro. I cittadini non temono più di parlare apertamente della questione e anche di criticare una retorica politica che appartiene al passato.

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