1 Marzo 2024

Storie dal mondo

Gaza, il giornalismo di guerra solleva nuove questioni etiche

La copertura giornalistica del conflitto israelo-palestinese implica, per reporter e fotografi, un enorme rischio per l’incolumità e anche l’attuazione di scelte etiche. Se ormai da tempo la cosidetta aggregazione dei giornalisti alle truppe costituisce una tradizione consolidata per la comunicazione rapida delle notizie dal fronte, in questo momento storico le cose sono diverse. Anche le maggiori agenzie di stampa non impiegano più giornalisti come dipendenti, ma assumono freelance di cui spesso non conoscono a fondo le attività e i contatti, che possono poi rivelarsi discutibili se non pericolosi.

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Tunisia come alternativa alla Libia, ma il Paese è ostile ai migranti

Di recente, sono molti i cittadini africani che, pur di sfuggire a situazioni di conflitto e povertà, scelgono di dirigersi verso la Tunisia passando dalla Libia. Sono tante le testimonianze che raccontano una traversata pericolosa, alimentata dal desiderio di trovare sicurezza in terra tunisina ma che poi alla fine viene infranto dai lunghi ritardi di registrazione e dalla mancanza di sostegno nei loro confronti. La Tunisia infatti non dispone di una legge nazionale per i richiedenti asilo né di un sistema di accoglienza ma solo di un documento di registrazione. Naturalmente questo serve a ben poco.

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Israele-Gaza, il dramma dei profughi in un contesto così disperato

Dopo l’attacco di Hamas, Tel Aviv ha risposto con pesanti bombardamenti sulla Striscia: le vittime della guerra sono migliaia, sia da parte palestinese che israeliana, ma a ciò si aggiunge il dramma degli sfollati in un’area tra le più complesse e povere al mondo. Al già altissimo numero di rifugiati presenti nella Striscia si aggiungono anche coloro che scappano dalle bombe ma non riescono a trovare un passaggio che li porti lontano dalla guerra. Intanto, salgono le tensioni anche in Cisgiordania, area in cui gli scontri tra palestinesi e coloni avevano toccato un picco già nell’anno passato.

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India, il sistema delle caste tra abolizione formale e pratiche attuali

Il più grande Stato dell’Asia meridionale è ancora oggi afflitto dai problemi dovuti a decenni di convenzioni e divisioni sociali, perpetrate in varie maniere a livello formale e non. Ciò porta la società ad essere frammentata invece che unita, in un Paese che è già molto diverso e con un grande attaccamento alle tradizioni. La strada per l’uguaglianza è ancora lunga e vede davanti a sé numerosi ostacoli, sia dal punto di vista legislativo che delle relazioni informali tra individui. Voci Globali ha intervistato Krishna, attivista che lavora nell’ambito del sociale per eliminare le disuguaglianze.

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Venezuela, il decennio della crisi: dall’economia al settore sanitario

Un tempo uno dei Paesi più prosperi dell’America Latina, si trova in un momento storico particolarmente concitato: a un decennio dalla morte di Hugo Chavez il suo successore Maduro è ancora il presidente della nazione, ma essa fatica a riprendersi dal crollo degli ultimi anni. Il settore pubblico è in ginocchio, con una settore sanitario che arranca e malattie credute sconfitte che riemergono; la malnutrizione interessa una grossa fetta della popolazione e la scolarità è sempre più bassa. Per molti l’emigrazione è la soluzione.

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Nagorno-Karabakh, resta alto rischio scontri. Civili ancora in fuga

Il 19 settembre, le truppe azere hanno lanciato un’operazione militare contro l’auto-proclamata Repubblica dell’Artsakh. Un numero ingente di rifugiati si sta muovendo verso l’Armenia. Il numero elevato di persone in fuga e la situazione critica sul campo rischiano di aggravare una situazione umanitaria già da tempo compromessa. Voci Globali ripercorre la spirale di violenza che dagli anni Novanta ha interessato i due Paesi. Legate da una storia di nazionalismo esasperato e azioni di pulizia etnica, Baku e Yerevan sembrano essere nuovamente sull’orlo di guerra allontanando le speranze di pace nel Caucaso.

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Haiti, quel lontano miraggio della sicurezza e di una vita normale

La Terra delle alte montagne si sgretola. La perla dei Caraibi è devastata da un rincorrersi di crisi che pare inarrestabile, e per la popolazione, ostaggio a un tempo delle bande armate e di uno Stato fallito, ogni diritto fondamentale non sembra ormai più che un’idea. Fame, colera, disastri naturali. La democrazia in bilico, sempre più sangue che scorre per le strade, e centinaia di migliaia di sfollati. Appena a un passo dalla catastrofe. Ne abbiamo parlato con la direttrice esecutiva di Fondasyon Je Klere, Marie Yolène Gilles. E con il direttore del Centre d’analyse et de recherche en droits de l’homme, Gèdèon Jean.

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Ecuador, attivisti contro Governo: no allo sfruttamento petrolifero

Nonostante la vittoria alle urne riportata lo scorso 20 agosto, in cui la maggioranza ha votato “sì” alla tutela della foresta amazzonica dalle trivellazioni di combustibili fossili, sembra che il Governo stia rinnegando questo risultato. Il presidente ecuadoriano ha infatti affermato di non voler arrestare la produzione del giacimento petrolifero del Blocco 43. Dall’altro lato, gli attivisti climatici hanno annunciato la volontà di vigiliare sul rispetto del mandato popolare. I timori per l’economia, da sempre dipendente dalle estrazioni, si scontrano apertamente con il rispetto del risultato referendario.

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Ambiente, la carbon border tax voluta dall’UE danneggia l’Africa

Il prossimo ottobre entrerà in vigore una nuova legge europea che impone la prima tassa al mondo sul carbonio alla frontiera. Si tratta di un’imposta sulle emissioni di gas a effetto serra e mira a incoraggiare le aziende verso metodi di produzione ecologici. Eppure, non tutti i Paesi del mondo l’hanno accolta all’unanimità. Ad esempio, nel Sud globale viene vista come una misura di protezione dell’industria che avrà ripercussioni negative sul Continente africano. Attraverso la differenziazione dei mercati, insieme a finanziamenti idonei, i Paesi africani riuscirebbero in parte ad arginare il problema.

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Nigeria, la vita dei civili stravolta da esercito locale e Boko Haram

Dall’inizio del conflitto jihadista nel 2010, oltre 2,5 milioni di civili sono stati costretti a lasciare le proprie abitazioni causando un crollo dell’economia rurale. The New Humanitarian e VICE News hanno condotto indagini per oltre un anno e tutte hanno testimoniato violazioni del diritto umanitario internazionale da parte dei militari. Boko Haram impone severi controlli nelle zone che occupa e in caso si infrangano le regole si viene puniti severamente. Ma, sebbene molti vadano via, tanti altri restano per timore. Per esempio, per paura di essere spediti nella prigione di Giwa Barracks.

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