Lampedusa e gli hotspot, metodo che favorisce la clandestinità

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Alessandra Sciurba pubblicato su open Democracy]

A Lampedusa le autorità aiutano i migranti provenienti dalla Libia a sbarcare, Febbraio 2015. Foto ripresa da Flickr/Jordi Bernabeu Farrus. Alcuni diritti riservati.
A Lampedusa le autorità aiutano i migranti provenienti dalla Libia a sbarcare, Febbraio 2015. Foto ripresa da Flickr/Jordi Bernabeu Farrus. Alcuni diritti riservati.

All’inizio dello scorso dicembre un gruppo di migranti provenienti dal Gambia è arrivato presso l’ufficio locale di un’associazione culturale italiana a Palermo. Ognuno di loro aveva con sé un “decreto di respingimento differito” o, come i migranti hanno iniziato a chiamarlo, “seven days decree“, un documento che li obbliga ad abbandonare l’Italia entro 7 giorni attraverso l’aeroporto di Fiumicino. Tuttavia questo rappresentava un ordine impossibile da eseguire considerando il fatto che erano stati abbandonati dalla polizia italiana alla stazione ferroviaria di Agrigento, senza soldi nè informazioni su dove andare.

Questi giovani, partiti dalla costa libica su una piccola imbarcazione, erano stati salvati in mare lo scorso 20 novembre, dopodiché erano stati portati a Lampedusa. Successivamente hanno trascorso cinque giorni in un centro di accoglienza sull’isola dove si sono dovuti sottoporre a procedure di identificazione e costretti a firmare un documento che non erano in grado di leggere poiché scritto in una lingua a loro sconosciuta. Queste procedure fanno parte del nuovo metodo basato sugli hotspot dell’UE, che è stato adottato recentemente a Lampedusa. Sebbene i funzionari dell’ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) abbiamo informato i migranti circa la possibilità di chiedere la protezione internazionale, questi hanno riferito di non avere alcun accesso reale a nessuna procedura d’asilo.

Spuntare la casella giusta

È proprio sull’imbarcazione da Lampedusa fino a Porto Empedocle (vicino Agrigento) che i migranti hanno ricevuto il decreto di respingimento differito. Inoltre, sebbene nel centro di accoglienza siano stati separati da un gruppo di migranti eritrei, che si trovava già a Lampedusa quando loro sono arrivati e che, anche loro, erano stati trasferiti in Sicilia, a quest’ultimo gruppo era stato dato l’accesso alla procedura d’asilo. Questa separazione è stata fatta sulla base della nazionalità e ha portato alla formazione di due gruppi: i migranti provenienti da Paesi con un alto tasso di riconoscimento della protezione internazionale contro i migranti provenienti da tutti gli altri Paesi.

Infatti, questa è la principale funzione dichiarata dei sistemi hotspot, così come è stata elaborata dalle istituzioni europee in risposta alla cosiddetta “crisi dei rifugiati”, e ora in corso di attuazione da parte del Governo italiano. Questo sistema ha l’obiettivo di dividere i migranti in diverse categorie direttamente dopo il loro arrivo via mare. In questo modo i migranti considerati come potenziali rifugiati possono chiedere asilo e, se provengono da Paesi con più del 75% di riconoscimento della protezione internazionale, potrebbero avere diritto ad essere trasferiti negli altri Paesi dell’UE.

Invece, coloro che vengono definiti come “migranti economici” devono essere espulsi. Il processo di divisione è in parte basato su un modulo con domande a scelta multipla a cui i migranti devono rispondere. Alla domanda perché sono venuti in Italia, le possibili risposte sono: a) per lavorare; b) per sfuggire alla miseria; c) per sfuggire ad altre ragioni; d) per ricongiungimento familiare. Il problema non risiede solo nel fatto che i migranti che rispondono “per lavorare” siano esclusi di fatto dalle procedure d’asilo, ma ci sono inoltre diverse associazioni che hanno criticato gli impiegati del ministero dell’Interno che usano questo formulario in base a una sorta di “linea di colore”, che corrisponde al Paese d’origine. Molti migranti hanno ricevuto il “decreto dei 7 giorni” dopo aver barrato la casella “sbagliata” a una domanda a risposta multipla, oppure dopo che l’agente del ministero dell’Interno  ha deciso quale casella avrebbe dovuto essere spuntata.

Un dispositivo altamente flessibile per gestire la questione migranti

Ci sono una serie di criteri che sembrano creare un dispositivo informale altamente flessibile per gestire il gran numero di migranti, dividendoli in gruppi con diversi livelli di accesso ai diritti e alle libertà: dal colore della pelle alla nazionalità, al Paese di transito, all’appartenenza etnica o religiosa.

Tuttavia, ciò che questo tipo di separazione in migranti “forzati” ed “economici” non prende in considerazione è che, nella maggior parte dei Paesi d’origine, la povertà è spesso legata alla mancanza di democrazia e alla violenza diffusa.

Inoltre, questa divisione trascura le circostanze particolari delle singole traiettorie migratorie poiché le persone sono classificate a seconda del gruppo a cui si pensa appartengano. Nel corso degli ultimi decenni, questo tipo di divisione tra “veri” rifugiati, “falsi” richiedenti asilo o migranti “economici” era al centro dei racconti tradizionali in materia di migrazione, a loro volta influenzati da tutta una serie di fattori esterni – congiunture politiche ed economiche, relazioni geopolitiche, accordi bilaterali e multilaterali tra i Governi.

Per esempio nel 2011 quando migliaia di migranti provenienti dal Maghreb a bordo di un’imbarcazione hanno raggiunto l’isola di Lampedusa come una delle conseguenze della rivolta araba, secondo questa nuova regola, solo i migranti subsahariani sarebbero stati riconosciuti come richiedenti asilo.

Dopo un primo breve periodo di “misure umanitarie straordinarie” adottate dal Governo italiano che ha concesso un numero limitato di permessi di soggiorno temporanei anche ai migranti provenienti dal Maghreb, migliaia di tunisini sono rimasti bloccati sulla piccola isola per diverse settimane, senza ricevere alcuna forma di assistenza.

Subito sono stati considerati come migranti irregolari da rimpatriare, mentre i migranti subsahariani, che in quel periodo erano arrivati dalla Libia, sono stati trasferiti in altre parti d’Italia e gli è stato concesso il diritto di chiedere asilo. Infatti si dà il caso che i migranti subsahariani attualmente rappresentino il gruppo a cui spesso viene negato il diritto di chiedere asilo, ad eccezione degli eritrei. Inoltre i gruppi che subiscono questo tipo di esclusione cambiano in questo modo nel corso del tempo. Detto questo, durante questo periodo i migranti provenienti dal Maghreb sono stati in gran parte esclusi dall’accesso al diritto d’asilo.

Fase sperimentale

Il metodo basato sugli hotspot è ancora in una fase sperimentale sia in Sicilia che in Grecia, il che significa che le procedure e le pratiche non sono ancora consolidate. Ciononostante, è chiaro che sono in atto pratiche discriminatorie e che violano i diritti, anche per quanto riguarda il gruppo di migranti attualmente “privilegiato”.

Per esempio, tra novembre 2015 e gennaio 2016, a un gruppo di duecento migranti eritrei, sudanesi e somali, non è stato permesso di lasciare Lampedusa, non esistendo una base giuridica chiara, dopo che avevano rifiutato di farsi prendere le impronte digitali.

Secondo il Regolamento di Dublino, i migranti devono chiedere asilo nel primo Paese di arrivo nell’Unione Europea, cioè laddove vengono prese le impronte digitali. Non volendo chiedere asilo in Italia, i migranti hanno organizzato due manifestazioni sull’isola, criticando il Regolamento di Dublino, ma anche il nuovo sistema di trasferimento. I migranti contestano il dover essere costretti a chiedere asilo in Italia, o in altri Paesi che non possono scegliere, e cercano di rivendicare il loro diritto a viaggiare in altri Paesi europei dove vivono i loro parenti e amici.

A questo punto, la polizia italiana si è trovato in contrasto con le recenti raccomandazioni dell’UE, non avendo la consuetudine di prendere le impronte digitali con la forza. Ciononostante, la detenzione prolungata dei migranti che si rifiutano di prendere le impronte digitali è la prova evidente che il semplice fatto di essere identificati come un potenziale richiedente asilo non dia automaticamente accesso a una chiara serie di diritti.

Sebbene il trattamento dei migranti sia differenziato, nel contesto caotico della fase sperimentale tutto può succedere. Quando ha avuto luogo la prima manifestazione a Lampedusa, diverse associazioni siciliane a difesa dei migranti hanno riferito che un gruppo di migranti somali, dopo essersi rifiutato di farsi identificare attraverso le impronte digitali, ha ricevuto il decreto che li obbligava a lasciare il Paese entro sette giorni.

Inganni e violazione dei diritti

Tra la fine del 2015 e l’inizio di quest’anno, in Sicilia sono stati ufficialmenti aperti due hotspot: uno a Lampedusa e uno a Trapani (presso il centro di accoglienza di contrada Milo). Inoltre, a febbraio anche il centro di accoglienza di Pozzallo, dopo un difficile periodo di transizione, è diventato un hotspot. Questo è stato il “regalo” da parte del Governo italiano all’Unione Europea, o forse si dovrebbe dire che finalmente l’Italia sta cedendo alle pressioni dell’UE per rispettare le sue politiche di gestione della migrazione, compreso l’obbligo di identificare tutti i migranti, rispettare la Convenzione di Dublino ed espellere tutti i migranti non riconosciuti come richiedenti asilo.

Inoltre, mentre il sistema degli hotspot resta un esperimento e le procedure non sono ancora del tutto operative, è chiaro che questo comporta l’attuazione a livello nazionale di politiche che violano i diritti umani elaborate a livello europeo.

Il primo inganno del “sistema hotspot” è l’affermazione che l’operazione di filtraggio – con cui i migranti sono divisi tra migranti “economici” e coloro che possono chiedere asilo entro pochi giorni dall’arrivo – possa essere attuata legamente e in conformità con i principi dei diritti umani.

Ciò che ne consegue, lo ripetiamo, è che coloro identificati come richiedenti asilo verranno redistribuiti sempre più in altri paesi dell’UE, mentre gli altri migranti verranno rispediti nei loro Paesi d’origine o di transito sulla base di una serie di accordi bilaterali. Nessuna di queste condizioni è attualmente in vigore, ma ci sono due cose che stanno diventando evidenti. In primo luogo il sistema di hotspot comporta l’annullamento in Europa del diritto d’asilo come un perfetto diritto individuale che ognuno, a prescindere della propria origine e condizione, può rivendicare in qualsiasi Paese. In conformità con questo principio, l’Italia non ha ufficialmente mai adottato alcuna “lista comune dell’UE di Paesi terzi sicuri”. Inoltre, le persone che hanno accesso alle procedure d’asilo devono anche affrontare le rigide restrizioni dei loro diritti e delle libertà, cosi come è stato illustrato dal caso dei migranti che protestano a Lampedusa.

Aumento della clandestinità

In secondo luogo, il sistema di hotspot così come è stato attuato in Sicilia finora produce una nuova forma di “clandestinità”: infatti, tutti i migranti che hanno ricevuto il decreto di respingimento differito rischiano di essere “clandestinizzati” senza aver avuto la possibilità di chiedere asilo in Italia o in qualsiasi altra parte dell’UE.

Inoltre, nel caso in cui riusciranno a chiedere asilo senza fare ricorso contro il decreto di respingimento differito, rischieranno di essere tenuti in un centro di detenzione fino alla fine della procedura e poi saranno rapidamente respinti.

In entrambi i casi, malgrado le dichiarazioni d’intento sia da parte dell’UE che dalle istituzioni italiane, non saranno deportati. Questo, in primo luogo, perché i principali accordi con i Paesi d’origine e di transito non sono andati a buon fine, in quanto questi Paesi si sono spesso rifiutati di riconoscere i migranti come loro cittadini. Perciò, tutti questi migranti diventeranno presto invisibili e insieme a un numero crescente di richiedenti asilo respinti che sono arrivati negli ultimi due anni, entreranno a far parte di una forza lavoro “clandestina” in diversi settori del mercato del lavoro siciliano e italiano, a partire dall’agricoltura, senza avere alcun diritto.  Così come già migliaia di migranti prima di loro, saranno inseriti nelle zone più emarginate e sfruttate della società italiana.

Luciana Buttini

Frequenta l’Istituto Superiore per Mediatori Linguistici ad Ancona. Ama le lingue e in particolare l’interpretariato e la traduzione, professione che spera di avviare dopo la laurea.

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