Sfumature di bianco: razza, genere e schiavitù nei Caraibi

[Traduzione a cura di Luciana Buttini, dall’articolo originale di Cecily Jones pubblicato su openDemocracy]

Mercato dei filati, Dominica ca. 1780, di Agostino Brunias. Wikimedia Commons.
Mercato dei filati, Dominica ca. 1780, di Agostino Brunias. Wikimedia Commons.

Durante l’era coloniale, nei Caraibi sia i bianchi che i neri venivano categorizzati secondo linee di genere, molte delle quali persistono ancora oggi.
Ci si appellava alle differenze razziali per giustificare la deportazione e la schiavizzazione forzata, attraverso la tratta transatlantica degli schiavi, di quelli che alla fine risultarono circa tredici milioni di africani  Questo duraturo sistema non solo ha comportato l’impiego di un’iconografia razzista sui significati dell’essere nero, ma ha al pari richiesto una riflessione su cosa significasse essere bianco. È in questo contesto che la valorizzazione dell’uomo bianco ha proceduto di pari passo con la discriminazione dell’uomo nero, con la differenza di genere che ha iniziato a giocare un ruolo fondamentale in entrambi i lati dell’equazione. Così, la virilità razionale delle persone bianche ha iniziato a simboleggiare la cultura e la civiltà, mentre la virtù morale, la purezza sessuale e la bellezza fisica hanno iniziato a definire i parametri della femminilità bianca. Questa immagine della ‘pura’ femminilità bianca era posta in netto contrasto con la sessualità apparentemente grottesca, la bruttezza fisica e la smodata fertilità – una metafora riferita all’Africa stessa – delle ‘focose’ donne africane.

Queste perduranti icone sulla razza e sul genere hanno spesso causato problemi sociali e politici anche alle donne bianche. La schiavitù coloniale non fu appannaggio esclusivo degli uomini, poiché anche le donne europee furono profondamente inserite in questa struttura, sia ‘a casa’ che ‘laggiù’ nelle colonie. Le donne ricche trassero investimenti redditizi dal sistema schiavistico, con il finanziamento dei cantieri navali e le industrie legate alla tratta degli schiavi, comprese le assicurazioni e gli istituti di credito a sostegno di questo sistema. Molte possedevano per sé stesse degli schiavi. Anche le donne appartenenti alle classi sociali più povere trovarono all’interno delle colonie opportunità per il proprio progresso economico e sociale. Coltivavano infatti piccoli appezzamenti di terreno, gestivano taverne e negozi e importavano beni di consumo o operai per i lavori di costruzione di strade e ponti. Lavoravano anche come domestiche nelle piantagioni e come venditrici ambulanti. Il colonialismo ha creato opportunità per il progresso socio-economico delle donne bianche, in particolare per le nubili e per le vedove.

Sfumature di bianco

Le donne bianche trassero benefici dalla schiavitù in vari modi, ciò nonostante la loro presenza fu spesso concepita in termini di problema e pericolo, sia per le singole donne bianche che più in generale per l’intera categoria bianca. Il sole cocente e le tante malattie dei tropici erano considerati intollerabili a livello fisico e psicologico per le donne bianche, soprattutto per quelle di nobili origini. Maria Nugent, moglie del governatore generale della Giamaica (1801-1805), scrisse nel suo diario che era stata turbata dalle malefiche conseguenze del clima e della ‘creolizzazione’. Quest’ultima definizione si riferisce essenzialmente alle persone bianche nate e cresciute all’interno delle società coloniali, le cui maniere risultavano non più ‘europee’ ma neppure da ‘abitante dei Caraibi’. La Nugent vedeva il caldo torrido e la lunga convivenza con i popoli africani incivili come forze umilianti alle quali attribuiva la sorprendentemente alterata pronuncia strascicata del creolo, il debilitante torpore e l’edonismo della popolazione locale. La sterilità intellettuale diede vita a perfette “virago” (dal temperamento violento o cattivo) e la loro trasandatezza nella pulizia domestica le rese donne povere, madri negligenti e bisbetiche padrone dei popoli schiavizzati. Né inglesi né africane, le donne bianche creole occupavano un terreno di mezzo come ‘altre bianche’ – che minacciava di compromettere gli ideali della femminilità bianca.

La critica censoria della Nugent nei confronti delle donne creole bianche echeggiava inquietudini dell’età coloniale sulla possibilità che il corpo delle donne bianche potesse diventare il mezzo di diffusione della degenerazione razziale dei bianchi e del declino imperiale. Le donne creole erano considerate bianche – anche se di un bianco meticcio – ma l’innata debolezza delle loro menti femminili e dei loro corpi le rendevano guardiane inaffidabili dell’universo bianco. Avevano pertanto bisogno di sorveglianza sociale e sessuale: le donne che trasgredivano le norme socio-sessuali della società coloniale rischiavano severe punizioni, come l’emarginazione o la perdita del proprio status.

Inoltre, mentre gli uomini bianchi di tutte le classi sociali si impossessavano liberamente delle donne africane e le sfruttavano sia sessualmente sia come “macchina” riproduttiva, venivano imposte rigorose proibizioni circa le relazioni tra le ‘loro’ donne bianche e tutti gli uomini neri.

La regolazione di ciò che doveva essere femminilità bianca nelle colonie diventò, così, l’aspetto essenziale su cui l’essere bianco avrebbe resistito o sarebbe crollato. Le relazioni sessuali tra le donne bianche e gli uomini neri costituiva una profonda minaccia all’ordinamento razziale e sociale. La legge coloniale imponeva che, per gli individui non liberi, i bambini dovessero seguire lo status giuridico delle loro madri. Ciò comportava che i corpi delle donne africane assicurassero la vera e propria incarnazione della non-libertà, mentre i ventri delle donne bianche servivano come incubatrici delle libertà. Poiché gli uomini bianchi non immaginavano una futura popolazione costituita da persone di colore libere, rafforzavano il loro potere patriarcale e la supremazia bianca attraverso il controllo della sessualità delle donne bianche.

Così come è stato dimostrato da Ann Stoler e altri studiosi, la ripartizione nei rispettivi ruoli non è stata mai lasciata al caso. Per esempio, nel diciassettesimo secolo le leggi per l’assistenza ai poveri a Barbados riducevano gli aiuti parrocchiali – il sostegno di base per i bisognosi – unicamente a donne e uomini bianchi considerati ‘meritevoli’. Le donne bianche povere che compromettevano i confini dell’essere bianco attraverso relazioni con gli uomini neri non erano considerate ‘meritevoli’. I loro figli venivano allontanati e portati in scuole professionali. Le madri stesse perdevano il beneficio degli aiuti parrocchiali venendo letteralmente espulse dal mondo bianco. Un esempio come questo mette in evidenza i vari strati dell’essere bianco, che non sono mai stati solo una questione di colore della pelle ma definiti anche attraverso le pratiche sociali. La condizione di successo dell’essere bianco ebbe la meglio, portando a privilegi come status sociale e benefici materiali anche ai bianchi poveri che vivevano ai margini del mondo bianco, negandolo invece ai neri, perfino ai neri liberi/liberati.

Un’analisi dei rapporti di proprietà chiarisce ulteriormente la complessità della questione bianca di genere nella formazione delle relazioni sociali al periodo della schiavitù coloniale. Le leggi sulla proprietà degli abitanti di Barbados imponevano limitazioni informali circa l’accesso delle donne bianche al patrimonio, tuttavia tutte le donne bianche godevano del diritto di essere proprietarie e di controllare la produttività e il lavoro riproduttivo dei popoli asserviti. Numerosi ricorsi da parte di donne separate e divorziate, che con successo ottennero presso i tribunali di Barbados la proprietà detentiva dei popoli resi schiavi come patrimonio coniugale comune, attestano il valore delle rivendicazioni legali circa la proprietà umana.

Alle donne bianche che appartenevano alle società degli schiavi nei Caraibi erano negate alcune libertà, di cui invece godevano i loro corrispettivi uomini, ed erano sottomesse alla loro sorveglianza e al loro controllo. Questo non significa che riconoscessero le donne ridotte in schiavitù come loro sorelle, seppure di minore importanza. A differenza di una parte delle donne che lavoravano nelle piantagioni in Sudamerica, nelle donne bianche dei Caraibi mancava una coscienza collettiva contro la schiavitù. La conservazione del privilegio dei bianchi richiedeva la loro uniformità razziale e politica con gli uomini bianchi, anche se erano assoggettate alle ideologie e alle consuetudini che frenavano le loro azioni e controllavano la loro sessualità. L’autorità coloniale non era peraltro mai stata così restrittiva da limitare l’intera autonomia delle donne bianche. Attraverso i loro diritti di proprietà sui popoli schiavizzati le donne bianche esercitavano un potere straordinario su corpi altrui, in ciò sottolineando come le icone di razza e di genere fossero vincolanti e permettessero l’esercizio del privilegio dei bianchi.

Il colonialismo oggi

Nelle società caraibiche il passato coloniale è sempre presente. Si riverbera infatti in immagini popolari di genere, razza, classe sociale e sessualità, e la discriminazione persiste in tutti questi campi. I popoli di origine africana rappresentano la maggioranza della popolazione nella maggior parte delle ex colonie inglesi. Come ha osservato recentemente Rex Nettleford, segno dei passati secoli di mescolanza razziale, “mentre quasi l’80% della popolazione risulta inequivocabilmente nero, circa il 95% dei giamaicani sono persone nelle cui vene scorre un certo grado di sangue africano“. I corpi delle popolazioni nere – maschi e femmine- restano oggetti sessualizzati, mercificati, sempre soggetti a una regolamentazione violenta sia nella sfera pubblica che in quella privata. Il fascino ‘esotico’ della regione contribuisce ad accrescere la sua popolarità rendendola una delle principali mete per i turisti occidentali in cerca di sole, mare e sesso. Tutto questo dà origine ad una fiorente industria della prostituzione, ad altri tipi di sfruttamento e a ciò che spesso è definito come tratta di esseri umani.

In teoria, lo sviluppo delle classi medie e alte delle popolazioni nere suggerirebbero che ‘la razza’ conservi solo una modesta importanza, e i giornalisti spesso affermano che ora è la classe sociale a rappresentare il principio gerarchico dominante dell’organizzazione sociale. L’immagine attuale dei Caraibi come un luogo cosmopolita, multiculturale e non razziale – un vero e proprio crogiolo di africani, europei, indiani, siriani, cinesi e altre etnie e culture – trascura di considerare le modalità con cui il genere, la razza, la classe sociale e la sessualità continuano a restare intrecciati tra loro. Resta la forza di un valore sociale e culturale attribuito all’essere bianchi e alla cultura dei popoli bianchi, che sostiene la continua diffusione delle idee coloniali in materia di razza, genere, classe sociale e sessualità.

Anche oggi il fatto di essere bianco continua a essere il segno di un capitale sociale e culturale. Tutto ciò è dimostrato dalla concentrazione di popolazioni dalla pelle bianca o comunque più chiara all’interno delle élite. Una percezione del colore della pelle raramente riconosciuta ma comunque evidente sta a significare che la pelle chiara rimane un parametro fondamentale per gli standard della bellezza fisica e del valore culturale. Questo ha generato il fenomeno onnipresente e pericoloso dello sbiancamento della pelle praticato da donne e uomini di tutte le classi sociali. Inoltre una celebrazione dell’essere bianco e dei valori culturali dei bianchi permea diffusamente la società. Tutto ciò informa le scelte sessuali e coniugali – con la mobilità sociale e di capitale acquisibile attraverso il matrimonio con una persona di più elevata classe sociale – come pure, più in generale, le cognizioni dei valori culturali. Le forme di istruzione linguistica, orale e letteraria che derivano dalla cultura africana/nera sono viste come deviazioni  dagli standard normativi culturali dei bianchi, com’è analogamente per gli aspetti di vita familiare, delle strutture, della religione, del governo e dell’estetica. Alcuni studiosi definiscono queste persistenti ineguaglianze di razza, genere e classe sociale come l'”aldilà” della schiavitù. Questo eufemismo descrive la resilienza delle disuguaglianze radicate nell’era della schiavitù coloniale e riprodotte all’interno delle società post-coloniali. È per questa presa d’atto delle conseguenze a lungo termine della schiavitù razziale – questo “aldilà” – che si cerca di attuare riparazioni. Queste azioni riparatrici non possono tuttavia alleviare da sole le sofferenze del passato. Un dialogo onesto su come il passato riesca a riprodurre ancora oggi i privilegi razziali è un’altra attività necessaria al fine di smantellare le strutture che ripresentano le disuguaglianze sociali causate dal colonialismo e che riposano su gerarchie di razza e di colore.

Luciana Buttini

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica, ha in programma di specializzarsi in Lingue per la cooperazione e la collaborazione internazionale. Nel frattempo lavora come traduttrice freelance dal francese e dall'inglese in vari ambiti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *