Cyberbullismo, un disegno di legge al limite della censura

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“L’Italia al limite della legge-censura più stupida della storia d’Europa”: così è titolato l’intervento-riflessione critica di Cory Doctorow, giornalista, scrittore e noto blogger canadese nonché co-autore del blog americano Boing Boing su cui il pezzo è apparso.

Doctorow, attivista impegnato a favore di leggi per la riforma del copyright e sostenitore delle licenze Creative Commons, punta il dito contro il disegno di legge presentato alla Camera dei Deputati italiana, a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo.

In realtà – è il parere non solo di Doctorow, ma di molti analisti – questa legge non va nella direzione di dare uno stop effettivo a molestia, bullismo o revenge porn. Viceversa, va piuttosto nella direzione di favorire la censura. E questo per più di un motivo.

Innanzitutto, la gran parte dei servizi utilizzati dagli Italiani non hanno base all’interno dei confini nazionali e, qualora un servizio fosse stanziato in Italia, può sempre decidere di traslocare gli uffici altrove per dribblare l’obbligo di pagare una sanzione, dovuta soltanto a chi si appoggia a server locali.

Secondo l’attuale proposta di legge, la sanzione è piuttosto salata: la multa può arrivare fino a 100.000 euro.

Sotto stretta sorveglianza sono tutti i siti web, giornali, social network, tenuti a censurare tutti quei contenuti ritenuti in violazione “delle condizioni personali e sociali delle vittime”. Tradotto: in assenza di criteri oggettivi, le imputazioni si basano semplicemente su ciò che ogni soggetto può reputare lesivo e dannoso.

Si capisce come questo disegno di legge faccia acqua: ecco allora l’emendamento-tappabuchi avanzato dal deputato Stefano Quintarelli: perché non pensare che chi gestisce un sito web possa ricevere un avviso di censura che lo inviti a rimuovere le informazioni ritenute lesive? Se questo non avviene, solo in seconda battuta si potrà intentare una causa civile.

E qui ricomincia la differenza fra chi ha più mezzi di altri per difendersi, e chi no.

Insomma, la risoluzione del problema appare in realtà ancora in alto mare al cospetto di una legislazione stiracchiata e – ahinoi – sempre più reazionaria.

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