Mutilazioni genitali femminili, il caso dell’Egitto


Data 08 August 2012 di

Questo intervento è stato scritto da Asmaa Kherrati. Italo-marocchina, esperta in cooperazione internazionale e studi sul mondo arabo, Asmaa si è dedicata in particolare al fenomeno delle mutilazioni genitali femminili con un particolare approfondimento (8 mesi sul campo) della realtà egiziana. Dei suoi studi sull’argomento dice: “ho scoperto le tante sfaccettature di un fenomeno che credevo potesse essere letto e interpretato in termini univoci, giudicato come un’atrocità da condannare senza appello. Questo non significa che io sia arrivata ad una giustificazione delle pratiche ma lo studio di questo fenomeno mi ha fatto capire da vicino cosa significhi la variabilità dei processi di costruzione dell’umanità”.  Al tema ha dedicato anche la sua tesi di laurea in Lingue e culture dell’Asia e dell’Africa all’Università d Bologna.

Il fenomeno delle Mutilazioni Genitali Femminili, frutto dell’elaborazione umana, fenomeno diversificato e in trasformazione, va a costruirsi in un’ulteriore realtà, quella delle rappresentazioni sociali. Con l’espressione “MGF” si indicano alcuni interventi sul corpo femminile designati come “pratiche rituali” da varie organizzazioni internazionali e noti con varie denominazioni, la più conosciuta delle quali è “circoncisione femminile”. Non esiste un termine esatto per definire le MGF, né la classificazione riesce a comprendere la totalità delle pratiche, continuamente variate e “inventate” in base ad esigenze, contesti, vincoli diversi, così come non si può rispondere alla domanda “perché” senza considerare un insieme di fattori combinabili tra loro. Fattori sociali, economici, politici, oltre che di ordine strettamente culturale, che cambiano a seconda dei luoghi e dei tempi. Secondo i dati di uno studio demografico condotto dalla Macro International (Demographic and Health Surveys, DHS, 2008) l’infibulazione risulta essere più comune nelle regioni dell’Africa nord orientale, tra cui Somalia, Gibuti, Ciad orientale, Sudan settentrionale e centrale, Egitto meridionale e parti di Etiopia ed Eritrea. In Egitto la prevalenza della pratica dell’infibulazione è più presente nel sud del Paese.

Le MGF vengono praticate da persone di diverse etnie e religioni: musulmani, cristiani, ebrei, così come da coloro che seguono le religioni tradizionali africane.
Per alcuni è un rito di passaggio, per altri non lo è. Alcuni le considerano “gradevoli” dal punto di vista estetico, per altri hanno a che fare con i concetti di moralità e sessualità.
Le cause dell’esistenza delle MGF vengono di volta in volta interpretate nel quadro dei riti di passaggio, dei marcatori di genere, di un’identità etnica, della soppressione della sessualità e delle preferenze estetiche: le culture vengono intese come entità stabili al servizio di questi fini.
Una delle principali mistificazioni in merito alle MGF è la loro presunta obbligatorietà religiosa: è, infatti, diffusissima la convinzione che si tratti di una prescrizione coranica, alla quale il buon musulmano non può sottrarsi; in realtà nel Corano non si trova alcuna menzione esplicita delle mutilazioni, né vi è alcun riferimento ad esse, neppure indiretto.
Siamo di fronte ad una secolare ambiguità che, allo scopo di legittimare le MGF in modo sacro e inattaccabile, ha profondamente radicato nell’animo dei fedeli la sincera ma errata certezza che vi sia una stretta relazione tra Islam e MGF.

In Egitto la pratica delle MGF, è designata con il termine tahara che significa “purificazione” ma viene utilizzato anche il termine khetan al enath. Questa è associata ad una buona igiene, alla purezza e alla castità. In una società dove i legami familiari sono forti, ciascun membro della famiglia è responsabile dell’integrità e della condotta degli altri membri. Anche le comunità, specialmente nelle aree rurali, sono unite da vincoli molto stretti. La prosecuzione della pratica delle MGF è spesso determinata da pressioni sociali e giudizi morali. In genere in Egitto le bambine sono sottoposte a mutilazione prima del compimento del tredicesimo anno. L’età media per la procedura è dieci anni, anche se nell’Alto Egitto viene praticata su bambine più piccole. In passato, la consuetudine voleva che la mutilazione venisse effettuata quasi esclusivamente da ostetriche e dayas (operatrici tradizionali locali); tuttavia, negli ultimi quindici anni si è assistito ad un cambiamento e oggi, nonostante sia illegale, viene eseguita principalmente da personale medico. Una legge contro le Mutilazioni Genitali Femminili è stata approvata l’8 giugno 2008 nelle aule parlamentari egiziane. Da quel giorno l’infibulazione è punita con una multa da 1000 a 5000 lire egiziane (tra 118 e 590 euro) o con la reclusione da due a tre anni. Non si tratta tuttavia di una vittoria assoluta, poiché si continua a consentire tale pratica in tutti i casi di “necessità medica”.

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In una società come quella egiziana, in continuo cambiamento, mi è sembrato interessante dar voce soprattutto ai giovani. La ricchezza delle interviste ha arricchito la mia riflessione, permettendomi di cogliere le diverse posizioni e le multidimensionalità delle strutture che condizionano tradizioni e culture che ho rilevato in continua trasformazione. La maggior parte delle donne intervistate ha subìto la pratica delle MGF e in vario modo ha rielaborato la propria esperienza e il proprio vissuto. Nelle opinioni delle donne intervistate ho rilevato due tendenze principali. La prima è di piena condanna della pratica, percepita come violazione dei diritti, per la quale non si ammette nessun alibi di tipo culturale. La seconda, meno rappresentativa, ma pur sempre presente, non vede nella pratica una forma di violenza o di mancanza di diritti. In qualche caso, pur considerandola una violenza, essa non appare più grave di altre forme di abuso o di ingiustizia nei confronti di esseri umani. Nella prima direzione va la testimonianza che riporto di seguito. Si tratta della storia di Heba, circa 50 anni, egiziana, sposata, con una figlia e un figlio. La sua esperienza mi è sembrata emblematica. L’esperienza della pratica, la pressione sociale, due gravidanze, il rifiuto di sottoporre la figlia all’escissione.

Sono stata circoncisa all’età di 9 anni, e non dimenticherò mai quel giorno. Non puoi immaginare il dolore. Una mia sorella più grande era stata circoncisa poco prima di me e già avevo paura dell’arrivo del mio giorno. Ho sentito un forte dolore, mi sembrava di dover morire a momenti. Non è mica come oggi che si fa negli ospedali, io sono stata circoncisa da una donna, in casa, senza alcuna anestesia, igiene. Sentivo che mi mancava qualcosa da quel giorno. Poi sono passati i mesi, gli anni e mi sono sposata. Non dimenticherò neanche il mio primo giorno di nozze. Ho avuto molti problemi a livello fisico, e ti dico la verità: non sentivo nulla, ero fredda, fredda! Il rapporto con mio marito non era un granché e negli anni non è migliorato. Così quando ho avuto la prima figlia mi sono ripromessa di non fare a lei quello che mia madre aveva fatto a me. Voglio che mia figlia senta tutto, sia consapevole, sia amata per quello che è. E’ una donna ed è buona, rispettosa eppure non è stata circoncisa. Voglio per lei il meglio, voglio che si innamori, che sia felice. Io penso che quell’operazione mi abbia dato problemi psicologici e fisici. Mio marito non mi ama veramente, sarà forse anche per quel motivo. Oggi le cose stanno cambiando,i giovani stanno cambiando, se un uomo è interessato ad una donna non va a chiedere alla famiglia se è stata circoncisa o meno. Con mia figlia non ho mai parlato di questo argomento, non volevo sapesse. Da poco ne è venuta a conoscenza e mi ama perché per lei il mio è stato un gesto d’amore. Sono felice che ora lei sappia. E’ venuta anche a conoscenza del fatto che una sua cara amica è stata circoncisa, non lo sapeva, né l’amica sapeva che mia figlia non era stata circoncisa. E’ un argomento di cui non si parla, forse anche perché non si vuol porre il dubbio nelle ragazze, non vogliono che si facciano domande, che si confrontino con le altre ragazze. Poi si tratta di ignoranza, se siamo davvero musulmani dovremmo rispettare i dettami dell’Islam, e non c’è scritto da nessuna parte che bisogna circoncidere le bambine. E’ una violenza.

L’atteggiamento di Heba è dunque un atteggiamento di condanna, che non manca però di contestualizzare la pratica e il suo significato.
In generale, nelle interviste è da notare l’identificazione tra cultura, religione e tradizione, tre nuclei prescrittivi potentissimi la cui sovrapposizione semantica fa si che la prassi delle MGF sia assolutamente interiorizzata. La maggioranza delle affermazioni delle intervistate rivela, infatti, un’aderenza automatica alle prescrizioni. La pratica delle Mutilazioni dei genitali femminili è un tabù e come tale non può essere rivelato.
Bisognerebbe migliorare la comprensione, ridurre le denunce semplicistiche e fornire una solida base di consapevolezza a coloro che decidono di appoggiare gli sforzi del cambiamento. Non basta conoscere solo i fatti o arrivare ad una posizione pro o contro, serve considerare il contesto sociale e l’esperienza umana.

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1 Commenti

  1. Valentina dice:

    MA CHE CACCHIO DICI??? COME SI FA ANCHE LONTANAMENTE A COMPRENDERE UNA PRATICA INGIUSTA E DOLOROSA FATTA SU DELLE BAMBINE INDIFESE.CHE SCHIFO

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