Repubblica Centrafricana, le invisibili ferite aperte del conflitto

Il conflitto, scoppiato nel 2013 e non ancora del tutto terminato, ha provocato morte, violenza e distruzione. Come spesso accade in queste circostanze, i bambini pagano il prezzo più caro. Le storie di Agnes, Janet, Ali e Daniella raccontano di profondi traumi psicologici, difficili da curare e superare. Le istituzioni, ancora troppo traballanti, non sono in grado di offrire supporto adeguato alle tante vittime. Il lavoro degli operatori umanitari presenti sul territorio – con i loro programmi di educazione, supporto psicologico e sviluppo economico – diventa così essenziale.

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Iran, non si fermano le persecuzioni contro minoranze religiose

Non si fermano le pratiche violente di repressione del Governo iraniano nei confronti di dissidenti e minoranze. Sono ancora tanti, infatti, i gruppi etnici e religiosi non riconosciuti come degni per godere dei principali diritti e non tutelati dai principi costituzionali. In particolare Baha’i e sunniti, sistematicamente perseguitati, arrestati e spesso anche giustiziati solo per aver praticato la propria fede. A capo di tale sistema di disumana repressione ci sono il regime iraniano e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione, che eseguono brutali condanne a morte di curdi, minoranze religiose, dissidenti del potere, oppositori in protesta. Compiendo crimini che restano impuniti.

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Danimarca: paradosso nordico, femminismo e gender gap

Lo stereotipo sud-europeo che vede i Paesi scandinavi come i più avanzati dal punto di vista della parità di genere rispecchia davvero la realtà? Il 52% delle donne danesi tra i 18 e 74 anni è stata vittima di violenza fisica e/o sessuale. Il 32% l’ha subita per mano di un partner. Attraverso uno sguardo su sessismo, violenza di genere e tasso di femminicidio, si scopre come in questo Paese eguaglianza sociale non significhi eguaglianza di genere, come confermano studi per cui “più a Nord” non sta per “più parità”: il panorama è più sfumato e articolato.

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Covid-19, “bisogna tutelare poveri ed emarginati” avverte l’ONU

La diffusione dell’epidemia spinge le Nazioni Unite a evidenziare i possibili effetti negativi del virus sui soggetti più vulnerabili, soprattutto dal punto di vista socio-economico. Intanto, l’ONG Al-Haq lancia una “Twitter storm” a supporto della giurisdizione della CPI sui presunti crimini commessi nei territori palestinesi occupati. La Commissione Europea presenta il Piano d’azione per l’economia circolare con l’obiettivo di ridurre i rifiuti elettronici. Mentre l’Unione Africana viene accusata dai suoi dipendenti di corruzione e clientelismo, il presidente iracheno affida l’incarico di formare un nuovo governo a Adnan al-Zurfi.

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Portezuelo del Viento, la diga che minaccia la Pampa argentina

Un nuovo progetto mette a rischio i diritti dei cittadini e l’ambiente in Argentina. Il tema è l’acqua, elemento naturale prezioso, soprattutto in zone con gravi carenze idriche. Il problema ruota intorno a un’opera idraulica imponente, l’ennesima, voluta soprattutto da governatori e industrie minerarie per il loro bisogno di profitto, oltre che energetico. Stiamo parlando del progetto della diga di Portezuelo del Viento sul fiume Colorado, che sta suscitando proteste e preoccupazione della popolazione locale. Il pericolo è restare senza acqua e danneggiare l’ecosistema per sempre.

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RDC, count-down per la fine dell’Ebola. Così ne stiamo uscendo

All’inizio di marzo, l’ultimo paziente affetto dal virus ha lasciato il centro terapeutico nella città orientale di Beni. Al momento non ci sono nuovi casi nel Paese. Un dato senz’altro incoraggiante anche se dovranno trascorrere 42 giorni senza segnalazioni di nuovi malati prima che l’epidemia possa dirsi davvero conclusa. È stata una crisi sanitaria difficile da affrontare. Yap Boum, rappresentante regionale di Epicenter Africa, racconta in un’intervista quali sono state le azioni cruciali che hanno permesso la gestione dell’emergenza per arrivare a “quasi” debellare la malattia. Prima fra tutte un approccio comune e globale.

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Africa, non è il debito a crescere, sono troppo alti gli interessi

Molti Paesi africani sono in piena crescita economica e il loro livello di indebitamento è sotto controllo. Eppure, i tassi di interesse pagati restano tra i più alti del mondo. Alla base di questa incongruenza c’è spesso una distorta percezione del debito africano, alimentata dalle agenzie internazionali di rating, i cui giudizi non tengono conto della crescita economica del continente, e dagli stessi governi, poco attenti alla profittabilità dei progetti e ai processi di strutturazione delle emissioni obbligazionarie. Le soluzioni non mancano e richiedono azioni concrete da parte dei governi del continente.

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Algeria, Hirak non demorde. Il suo obiettivo resta la democrazia

Nel Paese maghrebino, la “rivoluzione del sorriso” compie un anno. Ma le proteste non si fermano: i manifestanti continuano a chiedere uno “Stato civile e non militare”. Intanto, le ostetriche dell’Ontario ottengono, dopo una lunga battaglia legale, il riconoscimento della parità salariale. Anche gli ambientalisti australiani hanno qualcosa da festeggiare: la multinazionale Equinor non trivellerà la Great Australian Bight. Sull’isola di Lesbo, invece, è piena emergenza umanitaria in seguito all’apertura delle frontiere turche. In Afghanistan, pochi giorni dopo la firma dell’accordo di pace USA-Talebani, riprendono le ostilità.

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Ciad, ritratti in chiaroscuro da una terra ricca e martoriata

Un fotoreportage per raccontare un Paese africano dove l’immensa ricchezza delle materie prime, quali oro e petrolio, non ha comportato alcun benessere per le popolazioni locali. In particolare, quelle rurali vivono al di sotto della soglia minima di povertà. La presenza del gruppo terroristico Boko Haram accompagnata dai cambiamenti climatici hanno peggiorato una situazione già piuttosto fragile. Eppure, gli splendidi scenari naturali potrebbero far fiorire il turismo rendendolo un’ottima fonte di sviluppo economico. Ma l’insicurezza generale scoraggia i potenziali visitori.

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Siria, “giurisdizione universale” per fermare crimini e impunità

Ormai da anni, organismi internazionali e ONG denunciano i crimini commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto siriano. Tuttavia, impunità e impunibilità regnano sovrane. Il Governo di Assad non ha alcuna intenzione di perseguire i responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. La giustizia internazionale, per una molteplicità di ragioni, è al momento paralizzata. L’unica speranza per le vittime arriva dalle procure europee. Alcuni Stati hanno infatti deciso di esercitare la giurisdizione universale. Nei prossimi mesi, si aprirà nella città tedesca di Coblenza il primo processo al mondo contro i crimini di Stato nel Paese.

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