Africa, la pesca che distrugge l’ambiente e affama le persone

L’attività della pesca sulle coste dell’Africa impegna almeno 12 milioni di persone come attività quotidiana. A queste vanno sommate le famiglie che da quest’occupazione traggono il loro sostentamento. Parliamo di una pesca esercitata ancora con metodi tradizionali che da qualche anno deve fare i conti con l’industria estera arrivata con grandi imbarcazioni, mezzi “moderni” e metodi anche illegali, come la pesca a strascico.

Da dove arrivano questi “concorrenti” spietati e senza scrupoli? Prevalentemente dalla Cina, ma non solo. La situazione è particolarmente grave nell’Africa occidentale, in particolar modo nel Golfo di Guinea, secondo quanto è emerso da un recente rapporto di Greenpeace che ha segnalato casi di presenza irregolare di barche battenti bandiera cinese, coreana, delle isole Comore e anche italiana. Già nel periodo 2000-2011 nell’Africa occidentale la pesca delle sole navi cinesi ammontava al 64% del totale.

Fonte: The Pew Charitable Trusts. Il grafico riguarda solo la pesca delle imbarcazioni cinesi

Un nuovo studio appena pubblicato a cura dell’Africa Center for Strategic Study non fa che confermare e dare ulteriori dati sui danni ambientali, economici, sociali e riguardanti la sicurezza alimentare che tale abuso sta determinando all’area e alle popolazioni che ci vivono. La criminalità nell’industria della pesca: una minaccia alla sicurezza umana, (Pdf) così è stato titolato il lavoro  firmato da esperti e ricercatori.

Danni ambientali

Pesca a strascico, ma anche uso di esplosivo e agenti chimici, pesca intensiva e i cosiddetti “rigetti” (bycatch) sono le cause maggiori di problemi provocati ai fondali e alla fauna marina. Tecniche di pesca distruttive che non possono soltanto essere ridotte, dicono gli esperti, ma totalmente vietate. La pesca a strascico – esercitata dalle grosse imbarcazioni, non certo dai  pescatori tradizionali – danneggia il fondale marino e “tira dentro” ogni cosa. Nelle perdite “collaterali” di questo tipo di pesca senza regole rientrano specie protette, pesce troppo piccolo per i mercati, tartarughe, persino squaletti e mammiferi marini e si è calcolato che il bycath rigettato in mare – nella maggior parte dei casi morto – arriva a oltre il 40%, ma può raggiungere anche l’80%. Il recente rapporto  ha anche portato alla luce casi di accordi tra i pescatori illegali e le comunità locali, che consistono nel partecipare alla pesca, ritirare i “rigetti” e venderli nei mercati locali.

Attività di pesca tradizionale sulla costa ghanese. Foto di ©Antonella Sinopoli

Il bycatch è invece ridottissimo nell’attività dei pescatori locali che eliminano il pescato non voluto immediatamente e lo ributtano  mare. In ogni caso il tipo di pesca artigianale non provoca una pesca del vietato così massiccia. Le reti utilizzate per la pesca a strascico lasciano inoltre enormi “cicatrici” al fondo marino ampie chilometri, cicatrici difficili da rimarginare. Come si può immaginare anche il veleno provoca danni immensi all’ecosistema e così pure l’esplosivo che produce grossi crateri che – secondo i rilievi – devastano da 10 a 20 m² di fondo marino.

Altro problema determinato dalla pesca illegale al largo delle coste, sta nella riduzione drastica della fauna marina e soprattutto di quella che arriva verso le coste dove si svolgono le attività tradizionali. La carenza di pescato giornaliero utile al fabbisogno delle famiglie e alla piccola vendita nei mercati fa sì che i pescatori locali svolgano di fatto attività intensiva e senza sosta andando quindi a incrementare il problema della scarsità di pesce che ormai si lamenta  da anni. Un circolo vizioso che quindi danneggia l’Oceano e incide sulla vita delle comunità che vivono quasi esclusivamente di pesca.

Danni economici

È stato calcolato che l’IUU  (Illegal, unreported and unregulated fishing), la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata produce annualmente e globalmente una perdita pari ad oltre 23 miliardi di dollari. E solo nell’Africa occidentale questa stima ammonta a 1,3 miliardi d dollari all’anno, ma secondo altri ricercatori le perdite sarebbero molto più alte.

Foto tratta dal documento della campagna Stop Illegal Fshing

La pesca tradizionale che si svolge a pochi metri o a poche centinaia di metri dalla riva ha sempre permesso – fino a qualche decennio fa – il sostentamento economico primario delle piccole comunità che vivono sulla fascia costiera. L’intensificarsi della pesca con grandi imbarcazioni, incontrollata e perlopiù illegale sta di fatto diminuendo il guadagno dei pescatori locali incidendo, quindi, su questioni come la possibilità di poter pagare o meno le tasse scolastiche ai figli o di avviare business più remunerativi e migliorare la propria condiozione di vita.

Va anche considerato che una minor pesca da parte delle comunità locali genera l’aumento dei prezzi e il conseguente indebolimento del mercato locale. Mentre il pesce pescato dalle grosse imbarcazioni straniere va a rifornire i mercati esteri.

Danni sociali e sulla sicurezza alimentare

I pescatori locali non hanno certo la forza e la capacità di sottrarsi al senso di frustrazione che tale situazione provoca e mostrano scarsa fiducia nei loro Governi che avrebbero la responsabilità di controllare, verificare e punire le violazioni. Ma le maglie della giustizia e dei controlli sembrano davvero troppo larghe se consideriamo lo stato della situazione attuale che, non  caso, Greenpeace ha definito un Wet Wild West. E il fermo recente di otto imbarcazioni cinesi che operavano in Guinea, Sierra Leone e Guinea Bissau, anche se danno speranza, non sono misure sufficienti a bloccare un’attività criminale così estesa. Come non lo sembrerebbero le sanzioni comminate da alcuni Governi nell’ultimo periodo.

Attività criminale che ovviamente incide non solo sull’ambiente e sulle tasche ma anche sul fabbisogno alimentare delle popolazioni.  Il pesce è alimento base per almeno 200 milioni di africani che mangiano pesce regolarmente. Avendo molte proteine e macronutrienti è fondamentale nelle diete soprattutto in certe aree dove è difficile trovare altro. Ecco perché, come si legge nello studio appena presentato, “in molti Paesi africani il pesce catturato sulle proprie coste e in modi tradizionali è considerato ‘insostituibile’. Non c’è altra fonte di cibo a prezzi accessibili che può essere utilizzata come sostituto“.

Purtroppo, però, i molti Paesi africani il consumo pro capite risulta in declino ed è l’unico continente dove questo sta accadendo – si legge sempre nello studio. Allo stesso tempo la malnutrizione continua ad essere consistente. Fino a una decina di anni fa la stima di pesce consumato annualmente sulle aree costiere era pari a 10 chili ora non è più così. I responsabili sono il cambiamento climatico, lo sfruttamento eccessivo delle risorse e, ovviamente, la pesca illegale.

Crimini generati dalla pesca illegale

Ma quali sono i crimini generati dalla pesca illegale? Ecco un elenco: falsificazione di documenti, riciclaggio di denaro sporco, evasione fiscale, traffico di esseri umani e violazione dei diritti umani, contrabbando di armi, veleni e specie protette, pirateria e, non ultimi, crimini ambientali.

Cosa fare?

Sicuramente un’azione concreta dovrebbe essere quella di lavorare sulle legislazioni sia da parte dei Governi locali che a livello internazionale, ma far rispettare le leggi esistenti e rinforzare i controlli – in modo serio e senza la scappatoia della corruzione – sarebbe già un grande e decisivo passo in avanti.

Al di là della parte legislativa gli esperti consigliano l’eliminazione dei sussidi considerati non etici e che creano un forte squilibrio tra i pescatori locali e i gruppi stranieri che vi hanno accesso. Anche espandere e migliorare le responsabilità degli accordi sulla pesca viene considerata una strada da seguire, accordi che spesso vengono stretti ai danni delle piccole comunità che non vi hanno voce e ne rimangono sostanzialmente fuori.

Infine, garantire le piccole comunità di pescatori locali è una condizione fondamentale per evitare danni che potrebbero diventare irreparabili. Danni all’ambiente e alle popolazioni.

[Il documentario è stato realizzato sulla costa della Regione del Volta in Ghana]

Antonella Sinopoli

Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.

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