Kirghizistan, Xinjiang, Pakistan: frammenti di un viaggio

[Pubblichiamo alcune riflessioni di Franco e Roberto Galati, padre e fratello del socio di VG Davide Galati, a seguito di un loro viaggio lungo la Via della Seta. Roberto ha pubblicato il suo diario integrale, di taglio personale, qui, sue tutte le foto e il brano musicale pubblicati; rendiamo invece disponibile un documento pdf che raccoglie le riflessioni storico-politiche di Franco Galati, di cui pubblichiamo qualche estratto.]

L’Asia Centrale, territorio compreso tra l’Asia Minore, il Medioriente, l’Europa, l’Asia Settentrionale ed Orientale è un crogiuolo di popolazioni, di culture e di pensiero, che trae le sue origini dalle grandi migrazioni del passato di popolazioni nomadi e seminomadi alla ricerca di bottino, di territori fertili e di corsi d’acqua, nonché dall’attività dei mercanti e degli esploratori che attraversavano gli 8.000 km della Via della Seta, ora KKH.
Le sue montagne trovano il cuore e le radici nell’immenso altopiano del Pamir che a ragione viene definito come il “tetto del mondo”, perché da esso si irradiano le montagne più alte del nostro pianeta: il Karakorum e l’Himalaya verso Sud, l’Hindu-Kush verso Ovest ed il Tian Shan con il Kunlun verso Nord-Est, con ben quattordici picchi al di sopra di 8.000 metri, gli unici al mondo, e passi montani che arrivano fino a 5.600 mt. [Franco Galati]



KIRGHIZISTAN
Fotografia di Roberto Galati, su concessione.
Quante etnie, quanti colori della pelle. In volo verso Biškek osservo l’alba e cerco di orientarmi nell’infinità di volti che ho incrociato nei vari aeroporti.
Oltrepasso confini e sorvolo città che hanno nomi che incantano: Bakü, Almaty, Dušanbe, Ürümqi, Bukhara, Kashgar. Sapore di Russia, di Cina, di antico, di lontano, di storia. Fin da età remote i popoli kirghizi sono stati incrocio di culture, religioni, tradizioni ed etnie differenti.
Trasparenti, sospese in aria, le montagne innevate emergono dalla foschia, dalla sabbia del deserto che arriva dal vicino Kazakistan. Tratti somatici asiatici in un mondo dalla forte impronta sovietica. Urbanistica a scacchiera e senso di povertà. Osservo un altro, l’ennesimo, esempio di colonizzazione. Si lambisce appena l’idea del viaggio, questo luogo non incanta, mi comunica tristezza. A Biškek è difficile percepire la bellezza che si cela nelle terre del Kirghizistan, bisogna avere pazienza. Questa città non aiuta a sognare, anche i pensieri sembrano venire catturati, ordinati e strutturati in modo freddo e impassibile. Il programma di spersonalizzazione progettato da Stalin qui è fin troppo palpabile.

Fotografia di Roberto Galati, su concessione.
[…] La strada sale verso il passo Torugart, sito ad un’altezza di 3.700 metri, prossimo al confine con la Cina. Sabbia e terra friabile; sfumature rosse di arenaria. Il paesaggio cambia, si appiattisce, si distende e compaiono sporadici insediamenti, fattorie e i luoghi di sepoltura dei nomadi kirghisi, unici abitanti di queste lande solitarie. La strada taglia un vasto pianoro circondato da vette innevate. Ho la sensazione di essere su un veicolo silenzioso, potrebbe essere una nave, una mongolfiera; questo immenso anfiteatro è fluido, sembra muoversi, libero; tutto è in movimento.
Strada sterrata, terra su terra, polvere, steppa, yurte, e il lago Chatyr-Kul, il lago celestiale.
Do’ spazio ai pensieri e abbandono ogni forma di razionalità. Come non immaginare un’altra vita attraversando questi maestosi spazi vuoti?
Rinascere qui, uomo, cavallo, animale. Vivere la terra, seguire i ritmi della natura, riappropriarsi di sé stessi, non conoscere condizionamenti. Sperimentare da zero i propri sensi. Come sono oggi non saprei vivere questi luoghi, li osservo e li sogno. Li attraverso senza conoscerne i pericoli, la durezza.
Filo spinato, un retaggio del mondo sovietico, corre in prossimità della strada, e poi sette lunghi chilometri separano il Kirghizistan dalla Cina, terra di nessuno, a 3700 metri. Qui sembra finire il mondo; e intuisco che il gelo invernale stringa questo luogo in una morsa di silenzio. Quanta vastità e grandiosità.
[Roberto Galati]

XINJIANG

La regione autonoma cinese dello Xjinjang è abitata da Uiguri e Turcomanni che nei secoli precedenti furono convertiti all’Islam. Insieme al Tibet rappresenta circa il 30% della superficie dell’intero territorio cinese, rappresentando dunque per i cinesi un’ampia possibilità di espansione in termini di emigrazione di popolazioni di etnia Han dalle regioni centrali, unitamente al trasferimento di imprese dedite all’esportazione, in quanto vi transita la Via della Seta. Infatti il capoluogo Kashkar, città molto antica, nata come oasi ai margini del deserto Taklamakan è un punto nodale di questo antico percorso che qui si ramificava in direzioni diverse: dopo aver valicato i passi montani del Pamir si poteva proseguire da una parte verso l’India, dall’altra verso l’altopiano dell’Iran e i bacini dei fiumi Tigri ed Eufrate. Causa questa centralità fu già in tempi remoti epicentro di conflitti e coalizioni fra varie civiltà.
Oggi, come il Tibet è una regione ribelle, a causa dell’occupazione cinese che tende ad annientare la sua cultura, la sua lingua e la sua religione. [Franco Galati]

Kashgar, profumo di spezie, vicoli impolverati, negozi, frutta, angurie, meloni, vetrine di angusti studi odontoiatrici e di barbieri. Volti, tanti volti, veli in testa, pelle scura. Moschea che appare come una grotta trasparente intimamente raccolta tra filari di pioppi. Tempesta di sabbia e acqua, cielo nero e marrone. Calca nel sottopassaggio. Via della Seta, etnie, popoli che osservo. Bazar, mercati, clacson, stoffe colorate.
Ubriaco la mente e la vista. E’ un fiume che scorre. Navigo in mezzo.
Veli blu e arancioni, doppa verdi, barbe lunghe e bianche. Lineamenti turchi e cinesi; volti giovani e vecchi; grazia femminile espressa sotto i veli, abiti uiguri, odore di cibo, cumino, tè, gente che parla nel sottopassaggio, lingue che non capisco ma che ascolto, frenesia, tempesta, aria di pioggia, vento. Aria che si riempie di luce gialla, pulviscolo color seppia.
Per quanto si possa mortificare una città, cambiarla, renderla artificiale, scaratterizzarla, la gente che vi abita ne mantiene l’anima. Questa città è leggibile attraverso i suoi abitanti, appartenenti a mondi che si sono incontrati e fusi nei secoli.
[Roberto Galati].


Fotografia di Roberto Galati, su concessione.
Fotografia di Roberto Galati, su concessione.
Fotografia di Roberto Galati, su concessione.


PAKISTAN

Le potenze dominanti in Asia Centrale sono Russia e Cina, ma la vera potenza emergente è la Cina: numerosità di popolazione di etnia Han di facile mobilità, tecnologie, capacità costruttive di infrastrutture la stanno privilegiando.

E’ emblematico l’accordo stipulato tra Cina e Pakistan per un prestito volto alla costruzione di due nuove centrali nucleari nella città portuale di Karachi. Le due centrali garantiranno al Pakistan, da sempre a corto di energia elettrica, tra il 15% e il 20% del fabbisogno nazionale. La collaborazione tra Cina e Pakistan ha radici storiche: il precedente principale progetto fu lo sviluppo, con i soldi di Pechino, del porto di Gwadar, nel Belucistan, che garantisce alle navi e alle merci cinesi di disporre di una base sul Mare Arabico, a soli 400 km dallo Stretto di Hormuz (il ‘choke-point’ energetico più importante) e in futuro lo sbocco di possibili gasdotti e oleodotti dallo Xinjang a 1.500 km, grazie anche alla Karakorum Higway (KKH), ora poco più che una mulattiera asfaltata soprattutto in territorio pachistano, in via di ricostruzione con prolungamento a sud, ad opera dei cinesi. Inoltre dal porto di Gwandar, attraverso l’Istmo di Suez, si raggiunge il Mediterraneo e quindi due importanti mercati di sbocco delle merci cinesi, l’Europa e l’Africa. [Franco Galati]


Fotografia di Roberto Galati, su concessione.

Montagne innevate a perdita d’occhio spiccano su un cielo luminoso ornato di nuvole bianche. La strada scende lungo una stretta valle che ha il sapore della magia, vigilata e protetta da grandi colossi neri spolverati di neve; Karakorum, montagne nere, nome quanto mai adatto a queste pareti corvine. E’ un paesaggio spoglio, cesellato da un corso d’acqua, il fiume Kunjerab. La strada scende lungo gole sempre più strette, compressa tra mostri di pietra. I picchi che incombono sopra di noi sono taglienti, acuminati e assottigliati; fungono da barriera e arrestano il freddo siberiano.

Osservo una farfalla bianca che volteggia in questa oscurità. Sembra una creatura nata dai bianchi ghiacciai che ammantano le vette. Sono così vicini che pare quasi di poterli sfiorare con le mani. Danno l’impressione di gettarsi in questa gola impervia e scoscesa. Tanta verticalità trasmette la sensazione di precipitare, di cadere, di franare a valle. E velocemente la Karakorum Highway scende nella valle del fiume Hunza, punteggiata da una serie di oasi ricavate terrazzando minutamente i fianchi della montagna e canalizzando l’acqua dei ghiacciai che incombono sulla strada.
Fotografia di Roberto Galati, su concessione.
Uomini vestiti di tessuti del colore di queste rocce ci porgono un saluto dalla strada; a dire il vero è un susseguirsi di saluti, di sguardi carichi di curiosità. Apprezzo questa viva cordialità, è un’accoglienza che un po’ mi coglie di sorpresa. E’ un comportamento che penso sia stimolato dal desiderio di conoscere, oltre che dettato da una calore e da una espansività che reputo spontanei, forse innati. Ma cosa può comunicare la mia presenza in questi luoghi? Non ci sono solo io, il mio sguardo, le mie parole, i miei gesti; dietro a questo c’è il mio mondo, una presenza astratta che mi segue e che può essere quanto mai scomoda e di impaccio.

[…]

Sono giorni che vivo in luoghi di una bellezza unica; mi fermo lungo la strada ad osservare, mi fermo; mi fermo!
E’ un paradiso, Baltit. Dominata dal ghiacciaio Ultar, dal Rakaposhi, dalle mille montagne che racchiudono la valle. Mi fermo e stordito sogno. Osservo le albicocche e le more di gelso appoggiate su un muretto a seccare. Volti di un mondo a me lontano, case arroccate sulla montagna, piccole finestre e balconi che si aprono su mondi di neve. Cammino con l’ultima luce del sole. Sono rapito, c’è della magia nell’aria di questo villaggio. Una magia che non conosco, non appartiene alle mie montagne. Provo sensazioni inedite. E’ il centro Asia che scuote, che regala tanto stupore.
Questo è un luogo “sacro”, ecco cos’è.
Ci si potrebbe fermare e pregare, agnostici, atei, credenti, qualsivoglia aggettivo si voglia trovare. Mi fermerei e pregherei. E’ un luogo tanto incantevole quanto la mia amata Groenlandia e il piccolo villaggio di Samye.
Lascio spazio al mio lato idealista e sognatore, non guardo oltre, resto in superficie, sfuggo dall’oscurità che si cela in questi posti.

Fotografia di Roberto Galati, su concessione.

Fotografia di Roberto Galati, su concessione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *