Mercenari per soldi o per "passione"?

Mercenario non è una bella parola. Dopotutto, vuol dire vendersi. Vendere un servizio per denaro (dal latino, merce-edis) per una paga. E il servizio, senza girarci tanto intorno, è uccidere. Poi, visto che mercenario suona male, negli ultimi anni si è adottato un più gentile contractor. Ma, ovviamente, la sostanza non cambia. Queste figure particolari di “professionisti” tornano in auge a periodi regolari, tranne poi scomparire (in realtà sono in addestramento e in attesa dell’apertura di nuovi fronti di guerra) quando le tensioni in questo o quell’angolo del pianeta si placano.

Ora, per esempio, è il loro momento. Nel senso che, tra denunce, smentite, paure, sembrerebbero in qualche modo condizionare la rivolta libica. Il loro “peso” (sotto vari aspetti) è considerato non trascurabile nell’andamento delle guerre, tanto è vero che qualche anno fa l’Onu ha adottato una Convenzione internazionale contro il reclutamento, l’utilizzazione, il finanziamento e l’istruzione di mercenari. Oltre a sottolineare quanto pochi siano gli Stati che abbiano firmato e poi ratificato il documento (tra questi la Libia) va aggiunto che tra i non firmatari ci sono gli USA. Ma non sono i soli. È interessante infatti notare che nella lista delle firme compaiono pochissimi paesi industrializzati ma molti paesi africani e in via di sviluppo. Segno che i paesi occidentali non hanno nessuna intenzione di rinunciare ai propri mercenari?
I tempi dell’Iraq non sono così lontani e lì l’uso dei contractors affiancati alle forze americane non era un mistero per nessuno. Lo chiamavano Shadow army , l’esercito ombra.

Sì, forse un tempo il mercenario, il soldato di ventura, poteva portarsi dietro un’aura romantica. Una figura maledetta, ma raramente associata alla malvagità e all’assoluto opportunismo. Ispiratrice di romanzi, pellicole, documentari. Ma oggi, più che mai, le guerre non si combattono solo tra eserciti, nazionali o mercenari che siano, ma “contro” i civili. Civili che, come nel caso della rivolta in Libia, scendono nelle strade armati di striscioni, bandiere e slogan. Una situazione che indigna, provoca disagi, induce alla mobilitazione. Anche di quella parte di mondo, come gli USA, che fino a pochi anni prima aveva messo in campo ben addestrati contractors in una guerra più che mai sporca e impari. Gli Stati Uniti hanno infatti votato senza indugi la risoluzione ONU che autorizza ad usare “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili. Nessuno, inoltre, ignora il ruolo e la forza delle Private Military Companies, note agenzie di reclutamento di mercenari, o comunque li si voglia chiamare.

Ma, tornando alla Libia, cosa sta accadendo laggiù? Le voci, quelle dei mainstream, quelle dei blogger, quelle di cittadini intervistati lungo le vie della protesta, sono le più diverse. Il filo conduttore è uno: si tratta di “mercenari africani” (considerando dunque tali solo quelli dalla pelle nera). Questo lungo e articolato post tocca nel profondo la questione, sottolineando tra l’altro il senso di odio e rancore che possono scatenarsi se vengono confermate notizie (diffuse anche da blogger e cittadini) che mercenari africani al soldo di Gheddafi stanno uccidendo civili e struprando donne. Nelle città libiche dove la protesta è più massiccia lo è anche la paura di immigrati e residenti “africani” costretti a rintanarsi nelle case per il terrore di essere braccati e uccisi dai rivoltosi.

Questo video mostra l’arresto di un africano ritenuto un mercenario da parte delle forze che si oppongono a Gheddafi. Nessuno sa quale sia stata la sua fine.

Da qualche parte ho letto: “non capisco dove sia il problema, anche i poliziotti vengono pagati perché non dovrebbero esistere i mercenari?”. In realtà non mi risulta che i poliziotti se ne vadano in giro (tranne tristi eccezioni) a sparare sulla gente, né che guadagnino un bel po’ di soldi.

Comunque sia, voglia di avventura, voglia di guadagno facile, voglia di ammazzare il prossimo, quello del mercenario pare che sia ritenuta una valida opzione per chi è in cerca oggi di lavoro, almeno a considerare certe testimonianze, ricche di “consigli” tra le righe oppure questi veri e propri vademecum su “Come diventare mercenario”.

Antonella Sinopoli

Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.

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