#TeamRefugees, a Rio per la pace e la libertà

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Un modo per premiare il coraggio di tutti i rifugiati nel fronteggiare la avversità. Una testimonianza del potere dello sport di dare una chance di riscatto a chi è in condizioni di difficoltà. Una sfida nel portare all’attenzione del mondo l’esigenza di un futuro anche per chi è costretto in campi profughi e chiede – appunto – una possibilità.

La retorica viene facile, se alle Olimpiadi di Rio spunta la squadra dei rifugiati: 10 giovani (sei dei quali atleti) che vengono da Sud Sudan, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo e Siria e che competeranno in questo caldo agosto a Rio de Janeiro, formando la prima squadra di Atleti Olimpici Rifugiati.

Eppure, l’occasione merita davvero uno sguardo lungimirante e lucido puntato dritto nei volti di questi ragazzi che hanno dato il meglio di sé in allenamento per essere selezionati nel corso dei trial organizzati nei campi profughi.

La piscina è la mia casa“, dice la nuotatrice venticinquenne siriana Rami Anis, volata ad Istanbul con la sua famiglia quando ad Aleppo i bombardamenti si sono fatti troppo frequenti.

Il judo non mi ha mai dato denaro, ma mi ha dato un cuore più forte“, sono invece le parole di Yolande Makiba, 28 anni, della Repubblica Democratica del Congo, che ha iniziato a praticare questo sport proprio per avere una migliore vita.

Rappresenterò la mia gente lì a Rio“, è stato l’auspicio di Rose Nathike Lokonyen, 23 anni, del Sud Sudan, specialista negli 800 metri.

Vediamoli da vicino i percorsi di questi giovani, determinati a gareggiare non solo per se stessi ma più che mai per i loro Paesi di provenienza, troppo spesso dimenticati.

E tifiamo per tutti loro.

#teamRefugees

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