Tra Google e i diritti digitali, ripartire da Edward Snowden

La recente risoluzione del Parlamento Europeo mirata alla separazione proprietaria o funzionale dei settori di attività di Google ha riacceso il confronto tra le istituzioni europee e il gigante digitale americano. Alla base, il fatto che la trasformazione dei motori di ricerca in principali cancelli di accesso alla Rete consente il contestuale accesso a enormi quantità di dati personali. Il testo approvato, sebbene non vincolante, riapre un’articolata serie di questioni di fondamentale importanza per il futuro non solo di Internet.

Tra queste, al di là delle cruciali questioni strategiche, economiche, fiscali (al fondo, il futuro dei modelli socioeconomici e dell’equilibrio capitale/lavoro) rimangono non sufficientemente illuminate le questioni dei diritti online, con particolare riferimento ai temi della privacy e della sorveglianza. Ricordiamo peraltro le dimostrate connessioni tra Google e la NSA.

In questo senso è dunque importante ripartire dalla figura di Edward Snowden: il 10 ottobre scorso è uscito negli USA il film a lui dedicato dal titolo “Citizenfour” (nickname da egli stesso realmente utilizzato). Il film è importante per tracciare più correttamente la sua figura: nel discorso pubblico, protagonisti come Snowden o altri cosiddetti “hackers” vengono fatti digerire al pubblico come personaggi ambigui da guardare con diffidenza, il che viene chiaramente comodo al potere per il mantenimento dello status quo. Opere come questa possono aiutare a stabilire una più corretta percezione degli attivisti digitali, e del perché la loro azione sia così importante per tutti noi.

Snowden, ex sistemista per la CIA e successivamente consulente per la NSA, svelò per la prima volta i programmi segreti per la sorveglianza globale a Hong Kong, nel maggio 2013, ai giornalisti Glenn Greenwald, allora al Guardian US, e Laura Poitras, già attivista digitale nonché regista del film stesso, che racconta appunto i loro primi incontri dal vivo. Così presenta il film Bernardo Parrella in un suo recente post:

Il film offre un ritratto umanissimo, e a tratti perfino divertente, dell’ex analista della NSA alle prese con la gestione delle sue rivelazioni-bomba, inclusa una buona dose d’improvvisazione. Ponendosi come un tassello cruciale proprio per comprendere al meglio il livello dell’attuale stato di sorveglianza – e quindi per prendere le opportune contromisure, a livello individuale e collettivo.

L’operazione, grazie all’ampio rilancio sui media, compresa la proposta di nomination agli Oscar da parte di Variety, non potrà che accrescere la consapevolezza sulle questioni della privacy e della sorveglianza sia negli USA che a livello globale.

All’incirca nello stesso periodo, il 20 ottobre, il giurista di Harvard Lawrence Lessig intervistava Edward Snowden in videoconferenza tra la Harvard School of Law e la Russia, dove Snowden è attualmente confinato. Se il film non è ancora uscito in Italia – e speriamo che ciò avvenga presto – questo video è invece già disponibile; poiché non ci risulta accompagnato da sottotitoli in italiano, ci sembra utile riportarne una breve sintesi.
Grazie anche alla chiarezza e all’ampia competenza di Lessig, tra le molte cose fondatore dello Stanford Center for Internet and Society, di Creative Commons, nonché autore di libri capitali come “Cultura libera” o “Il futuro delle idee”, la conversazione tra i due risulta davvero importante e illumina in maniera chiara sia la figura di Snowden che le suddette questioni.

La prima domanda di Lessig verte sulle motivazioni ideologiche che hanno spinto l’azione di Snowden, il quale ha risposto raccontando come egli provenga una famiglia di servitori dello Stato, padre e nonno militari, sua madre e sua sorella impiegate nel settore pubblico, anch’egli ha lavorato per la CIA collaborando alle attività americane per la guerra in Iraq, operazione nella quale aveva a suo tempo creduto.

Nella sua visione il problema all’interno dello Stato è di accountability, per la presenza nell’amministrazione di funzionari sempre meno responsabili nei confronti dei cittadini. I programmi capillari di sorveglianza di massa, nati durante la presidenza Bush a seguito delle leggi di emergenza anti-terrorismo dopo l’11 settembre, hanno causato la crescita di apparati statali sempre più fuori controllo, in cui decisioni cruciali rispetto ai diritti dei cittadini vengono prese a loro insaputa, senza trasparenza rispetto a nessuno se non agli apparati stessi. Da qui derivano enormi questioni costituzionali: la tracciabilità di chiunque implica una sostanziale perdita della libertà di associazione tra persone, del diritto alla privacy, con violazioni condotte, come noto, anche al di fuori degli Stati Uniti. Secondo Snowden si sarebbe ormai giunti alla perdita del necessario equilibrio check-and-balance [controllo e bilanciamento] tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, tutti in qualche modo affetti da questa situazione.

Alla domanda sul perché abbia deciso di diventare un whistleblower, Snowden risponde quindi che gli interessava dare ai cittadini una chance, una possibilità di partecipazione democratica, perché la legittimazione di un governo dovrebbe derivare dal consenso informato dei cittadini. In questo dovrebbe peraltro essere centrale il ruolo dei giornali (ai quali affidò coerentemente le proprie rivelazioni), il cui contesto viene invece giudicato da Lessig e Snowden come troppo istituzionalizzato, gerarchizzato e rigido, con poche eccezioni, incapace di svolgere un adeguato ruolo di difesa.

Come combattere tutto questo? Snowden così si esprime:

When institutions fail, when laws fail, natural laws persist, and the technology is increasingly providing us for the ability to encode our rights, not just into laws, but into our systems.
Quando le istituzioni falliscono, quando le leggi falliscono, la legge naturale permane, e la tecnologia è sempre più in grado di darci la possibilità di codificare i nostri diritti, non in termini di leggi, ma proprio di sistemi.

All’invasività tecnologica va dunque data risposta all’interno dei sistemi tecnologici stessi, il che è un punto importante anche nel pensiero di Lessig. E la sfida riguarda tutti noi. Segnaliamo, per esempio, la recente utile pubblicazione di una guida all’autodifesa dalla sorveglianza digitale prodotta dalla Electronic Frontier Foundation, che insegna tecniche, strumenti e metodi per una comunicazione online più sicura e protetta. E’ necessario accrescere la propria consapevolezza e le proprie competenze tecniche, anche perché il sistema – parole di Snowden – non si autoripara.

Molte altre sono le riflessioni espresse nell’intervista: la necessità di determinare il giusto equilibrio tra un adeguato livello di sorveglianza e le esigenze di privacy, il rapporto tra i metodi tradizionali di indagine mirati a specifici target e la cosiddetta investigazione pre-criminale con l’accesso potenziale a qualunque utente, la reale efficacia di sistemi di indagine così vasti, infine quali modifiche dovrebbero essere apportate al codice penale per le sanzioni ai whistleblower che sollevano questioni di interesse pubblico – anche se in realtà il futuro di Snowden resta difficile e incerto.
E’ difficile riassumere in poche righe questo articolato scambio di opinioni, consigliamo senz’altro la visione integrale del video – in attesa di Citizenfour.

Davide Galati

Dedicatosi in passato all’economia internazionale, coltiva la sua apertura al mondo attraverso i social media. Editor della testata nonché presidente dell’omonima A.P.S.

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