Schiavitù minorile, una generazione di bambini a rischio

[Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall’articolo originale di Monique Villa e Kailash Satyarthi pubblicato su openDemocracy]


Distretto a luci rosse di Calcutta, foto di The Emancipation Network su Flickr, licenza CC
Distretto a luci rosse di Calcutta, foto di The Emancipation Network su Flickr, licenza CC

Mentre leggete questo articolo, 5 milioni e mezzo di bambini in tutto il mondo stanno perdendo la propria infanzia a causa della schiavitù: vengono picchiati, subiscono abusi, a volte anche stupri. Sono costretti a lavorare nei bordelli, nelle miniere, nelle fornaci, sui pescherecci o negli alberghi. A volte lavorano dietro a porte chiuse come domestici, altri invece sono costretti a diventare soldati, spose o spacciatori di droga.

Il fenomeno della schiavitù dei bambini non è mai stato così diffuso come oggi. Ogni giorno, bambini di appena cinque anni sono venduti al mercato nero a un prezzo inferiore a quello del bestiame. E quando si trovano nelle mani del nuovo padrone, sono costretti a lavorare per 20 ore al giorno. Le bambine subiscono una situazione particolarmente a rischio, perché più vulnerabili rispetto allo sfruttamento sessuale, una delle più redditizie forme di schiavitù.

La globalizzazione ha fatto molto per ridurre le barriere tra le nazioni, ma ha contemporaneamente alimentato una richiesta di lavoro in stato di schiavitù senza precedenti. Avete mai pensato al fatto che parti del telefono che usate, delle scarpe che indossate, o del tè che bevete, potrebbero essere prodotti da bambini ridotti in schiavitù?

La grande maggioranza delle vittime sono relegate nelle zone d’ombra delle nostre società. Sono invisibili, eppure esistono. La loro sofferenza alimenta una rete malvagia di traffici, sottomissione per debiti, prostituzione, pornografia infantile e altre forme di attività illegali. Il traffico di bambini è un vero e proprio inferno in terra, ma corrisponde a un valore di 150 miliardi di dollari all’anno, una cifra maggiore del fatturato annuale di alcune delle aziende più redditizie del mondo.

Se vogliamo sradicare il fenomeno della schiavitù infantile, dobbiamo farlo tramite un approccio globale verso ciò che rappresenta chiaramente un problema globale. Per questo chiediamo che l’eliminazione della schiavitù infantile e di tutte le forme di lavoro minorile siano incluse negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2015.

Le aziende, i governi e le società civili devono parlare la stessa lingua e lavorare insieme per accordarsi su soluzioni innovative: questo richiede sforzi da ogni lato.

Il punto di partenza è l’istruzione. Tutti i bambini, senza considerarne etnia, sesso, religione o capacità, hanno il diritto di essere istruiti, e i governi devono intraprendere azioni concrete per garantire che la scolarizzazione di tutti i bambini sia una priorità globale. C’è bisogno di esplorare nuovi metodi per colmare il divario finanziario nelle risorse educative, per garantire che tutti i bambini frequentino la scuola e possano imparare.

Anche i meccanismi per l’applicazione della legge necessitano di revisioni sostanziali. Molte volte, invece di porsi al servizio dei casi relativi al traffico di bambini, gli agenti corrotti – da quelli più anziani a quelli più giovani – spesso rappresentano i principali alleati di chi traffica bambini e di chi ne abusa.

Le aziende devono garantire che le loro catene di fornitura non si basino su lavoro minorile o su una qualsiasi forma di schiavitù. Spesso, molte di queste aziende non sono a conoscenza, oppure scelgono di ignorare, quello che succede a monte della loro catena di fornitura. E noi, come consumatori, dobbiamo richiedere garanzie perché quello che finisce nelle nostre borse per la spesa non sia il risultato dello sfruttamento minorile.

Se utilizzassimo il mercato come una forza positiva, vedremmo avvenire i cambiamenti a un ritmo più rapido. Possono essere necessari anni perché i governi approvino le giuste leggi, e ancora più tempo perché queste siano applicate, mentre le aziende possono garantire che nella loro catena d’approvvigionamento non sia stata commessa nessuna violazione dei diritti umani.

Allo stesso tempo, dovrebbero essere introdotti incentivi per le aziende che decidono di contrastare la schiavitù; non è realistico sperare che le aziende spendano denaro per monitorare i propri processi se le aziende concorrenti che scelgono di non fare niente la fanno franca e ottengono anche un maggiore profitto.

Stiamo trascurando una generazione di bambini. Stiamo negando loro la possibilità di una vita. Perciò, insieme, dobbiamo alzarci in piedi e intraprendere azioni per porre fine alla schiavitù, la piaga dei nostri tempi. Insieme possiamo farcela.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall'inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

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