Dieci anni di Voci Globali, l’informazione con i piedi nel mondo

Mi è rimasto fisso nella memoria il momento in cui un gruppetto di persone, che per inciso si incontravano per la prima volta di persona, hanno deciso di fondare VG. Poteva sembrare una decisione irrazionale, senza un editore pagante alle spalle e un panorama dell’informazione che sembrava saturo. Invece l’assenza di qualcuno che pretendesse e magari censurasse è stata la nostra forza, e di storie trascurate nel mondo ce n’erano (e continuano ad essercene) tante. Continuiamo a fare giornalismo “di resistenza”, legato a progetti sul campo nel continente africano. Per mischiarci con le realtà del mondo e così raccontarvele.

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Bambini migranti tenuti in gabbia. Storie di “occidentale” follia

Detenuti in ragione del loro status di “migranti”. È questo il triste destino condiviso da moltissimi minori trattenuti in strutture di vario genere nelle more delle procedure per l’espulsione ovvero per il riconoscimento della protezione internazionale. Non esistono dati ufficiali per chiarire la portata del fenomeno assai diffuso soprattutto in Occidente. La pratica è contraria alla Convenzione ONU sui diritti del fanciullo e viola i diritti fondamentali dei bambini. Le loro condizioni di vita all’interno dei centri sono pessime. E le conseguenze sul piano psicologico ed emotivo devastanti. Eppure nulla si muove, mentre la propaganda nazionalista imperversa.

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Sudan, immagini dal sit-in che ha segnato la rivoluzione

Il sogno di un Paese diverso, in cammino verso una democrazia stabile dopo decenni di dittatura e repressione militare, ha fatto sbocciare e dato finalmente spazio ad artisti e movimenti popolari rimasti nell’ombra per moltissimi anni. I giorni delle proteste a Khartoum, tra l’aprile e il giugno di quest’anno, hanno rappresentato un momento di forte liberazione e creatività tra i giovani sudanesi, e non solo, culminati in espressioni artistiche quali poesie e graffiti sui temi del cambiamento e della rivoluzione. Proseguono le corrispondenze di Michele Pasquale.

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Cile, l’ombra di Pinochet sulla repressione violenta della piazza

Violenza, frustrazione, rabbia: questo sta esprimendo da quasi due mesi la piazza cilena. Quello che finora era considerato lo Stato modello della democrazia capitalista in America Latina , oggi è un Paese a pezzi. Il Cile, attraverso le manifestazioni esplose il 18 ottobre, chiede un cambio di rotta radicale. E, soprattutto, l’eliminazione dei segni della dittatura di Pinochet, ancora troppo evidenti nella Costituzione del 1980 e nel modello economico liberista. Dopo circa 30 anni di vita senza regime, infatti, il Cile primeggia per disuguaglianza sociale e iniqua distribuzione della ricchezza.

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India e crisi ambientale, informazione soffocata dalla censura

Se è vero che la democrazia si misura anche attraverso la libertà e l’indipendenza dell’informazione, allora lo Stato indiano è in allarme. Troppo spesso, infatti, i giornalisti vengono messi a tacere e le notizie “scomode” per il Governo non vengono diffuse. Dai gravi problemi ambientali del Tamil Nadu alla carenza di acqua nei piccoli villaggi fino ai casi di suicidi in aumento, molti eventi dell’India sono mal documentati. Diminuisce, così, la qualità della democrazia e la possibilità di avere una popolazione davvero consapevole.

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Reporter, quei moderni Griot che raccontano le voci di dentro

Raccontare il mondo con autenticità ed empatia è un bisogno ancestrale. Ed è un’arte difficile che passa attraverso conoscenza ed empatia.Lo sanno bene quei fotoreporter che, con immagini e parole, diffondono la conoscenza di luoghi, persone, stati d’animo, senza cadere nella trappola dei pregiudizi, del sensazionalismo, della banalità. Un po’ ladro e un po’ rivoluzionario, il reporter si serve da sempre della fotografia per costruire ponti tra chi osserva e chi viene immortalato. Se poi è un cooperante, il suo affascinante e difficile compito del narrare è ancora più impregnato di vita vissuta.

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Hong Kong, suicidi sospetti, morti misteriose. Il coraggio si paga

Voci Globali presenta un inquietante ritratto della situazione nell’ex colonia britannica travolta dalle proteste. Il tasso di suicidi non è mai stato così alto e sono ormai in molti a credere che queste morti nascondano ben altro: giovani trovati in mare con le mani ancora legate, ragazzi che si buttano dai piani alti senza però lasciare segni di sanguinamento sull’asfalto, con tracce di manette ancora sui polsi. Paura e confusione si avvertono dappertutto, mentre la gente chiede la verità ogni giorno, chi scendendo ancora per strada, chi lasciando un fiore bianco alla stazione di Prince Edward.

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Erdoğan, il linguaggio autarchico e i giochi di comunicazione

Leader politico e abile comunicatore, il presidente della Turchia è riuscito negli anni ad adattare il proprio modo di esprimere le sue idee non solo a seconda dell’interlocutore, ma anche del periodo storico. Inizialmente liberale e attento ai diritti, con il tempo l’ex studente di una scuola religiosa “Imam Hatip” ha concentrato il suo programma elettorale sulla religione, per poi passare a una forte censura che ha seguito il periodo delle rivolte del 2013 e del golpe del 2016. L’ultima tendenza del politico? Parlare di terrorismo riferendosi ai curdi, che minacciano l’unità identitaria.

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Iraq, uniti nella Rivolta di Ottobre al grido “vogliamo una Patria”

Gassid Mohammed, poeta, scrittore, docente universitario, ci porta nelle piazze irachene dove da oltre un mese i cittadini e le cittadine sunniti, sciiti, cristiani, yezidi, curdi, senza alcuna distinzione stanno manifestando contro il Governo, contro i partiti, contro la logica di spartizione e amministrazione del potere che impera da anni. Moltissime le donne scese per le strade. In questo contributo una ricostruzione degli eventi sociali e politici che hanno portato fin qui. Partendo dall’aprile del 2003, quando un carro armato americano ha abbattuto la statua del dittatore Saddam Hussein.

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Libano in fermento. E un film sul calcio narra storie dei rifugiati

Le proteste, partite il 17 ottobre in Libano, continuano senza l’avvio di consultazioni per la creazione di un nuovo Governo, dopo le dimissioni del primo ministro Saad Hariri il 29 ottobre scorso. A creare malcontento è una situazione economica molto difficile, esacerbata dall’introduzione di una tassa sulle chiamate VoIP, e una rabbia diretta ad una intera classe politica ritenuta responsabile dei dissesti del Paese. Il documentarista Stefano Fogliata è da pochi giorni tornato da Beirut, sua città adottiva, e ci racconta sensazioni e pensieri dalla piazza.

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