Libertà di espressione: il caso Hasél, come l’Europa limita l’arte

Un gioco di parole tra il nome di un monaco e un tipo di pasta, uno spettacolo di marionette o una canzone dissacrante nei confronti di un personaggio pubblico: sono alcune delle azioni per le quali negli ultimi anni artisti, blogger e performer europei sono stati arrestati. I reati contestati sono legati alla manifestazione delle proprie idee, spesso espresse attraverso la satira.

L’espansione dell’esercizio della libertà di espressione nell’era digitale (più di metà delle persone sulla Terra usano Facebook, Instagram e affini) ha coinciso con la crescente necessità, da parte della politica, di regolare i flussi di informazione. Le stesse piattaforme social falliscono nell’intento di arginare contenuti violenti e cospirazioni perchè è proprio il loro modello di business a promuoverne la diffusione attraverso algoritmi.

L’interrogativo che la causa per la libertà di parola porta con sè riguarda l’equilibrio tra diritto e responsabilità, tra censura e manifestazione del proprio pensiero – o della propria arte. Naturalmente, le autorità possono utilizzare questi argomenti sia per arginare le fake news che per reprimere il dissenso. Non si pensi solo a Governi a latitudini distanti, come quello ugandese, per esempio, che ha bloccato Internet in vista delle elezioni presidenziali. Succede anche in Europa.

Tra i più colpiti, ci sono proprio gli artisti. Per l’associazione Freemuse, la ricerca State of Artistic Freedom 2020 “rileva l’effetto nefasto della politica nazionalista e populista come già in grado di portare a un aumento delle restrizioni sulle espressioni artistiche, con un netto peggioramento nei Paesi in cui questo diritto è stato tradizionalmente protetto”. 

L’Europa è colpevole di incarcerare il maggior numero di artisti al mondo (Spagna in testa, con 14 persone imprigionate nel 2019), ma anche di gran lunga il continente che prende più di mira i performer appartenenti a minoranze (42%). Le critiche ai governanti sono la questione chiave dietro le accuse, e i politici al potere i primi persecutori.

Una bambina chiede informazioni a una manifestante riguardo il significato di “questionare l’autorità”. Foto di Derek Simeone da Flickr in Licenza CC

Un mese fa, il controverso rapper Pablo Hasél ha riportato alla luce il dibattito sulla libertà di parola in Spagna. I testi e tweet del musicista anti-establishment paragonano i giudici locali ai nazisti e fanno riferimento al gruppo paramilitare separatista basco ETA; accusano la polizia di usare metodi di repressione violenti – specie nei confronti di migranti; chiamano l’ex re Juan Carlos “boss della mafia” e l’attuale sovrano Felipe IV “tiranno”.

Al suo arresto per aver insultato la monarchia e le forze di sicurezza, e per aver glorificato il terrorismo – condanne per le quali Hasél sconta nove mesi di carcere – sono seguite proteste e scontri violenti in varie località del Paese, la solidarietà di oltre 200 artisti (tra cui Pedro Almodòvar e Javier Bardem) in una lettera aperta alle autorità e il sostegno di Amnesty International.

La detenzione di Hasél per le sue espressioni artistiche è ingiusta e sproporzionata“, si legge sulla pagina web dell’organizzazione. “Nessuno dovrebbe essere processato penalmente per aver cantato qualcosa che può essere di cattivo gusto o scandaloso. Le espressioni che non incitano chiaramente e direttamente alla violenza non possono essere criminalizzate” secondo gli standard internazionali sui diritti umani, ricorda il direttore di AI in Spagna, Esteban Beltrán.

Al di là delle opinioni individuali, il caso Hasél ha il merito di aver attirato l’attenzione sulla legge spagnola del 2015 sulla sicurezza pubblica. Ribattezzata dagli oppositori “legge-bavaglio“, era stata criticata dall’ONU ancora prima della sua entrata in vigore, quando un gruppo di relatori denunciò come la riforma del codice penale avrebbe minato i diritti di manifestazione ed espressione in Spagna.

Da allora, la Corte Europea di Strasburgo ha già condannato tre volte la Spagna per aver applicato il reato d’insulto contro la corona: i giudici hanno ricordato che una maggiore protezione dei capi di Stato non può passare attraverso una legge che limiti le ingiurie a loro rivolte, perchè questa è incompatibile con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Foto dal profilo twitter di @PabloHasel

Protagonista di una vicenda simile, l’allora diciottenne rapper Josep Miquel Arenas – in arte Valtònyc, che fu condannato a tre anni e mezzo di reclusione per aver scritto una canzone in cui criticava la monarchia spagnola; da allora vive in Belgio “nonostante gli sforzi della Spagna per farmi estradare“. Il rapper racconta:

L’hip-hop viene dagli Stati Uniti, dove riflette la rabbia degli afroamericani: ci racconta le loro esperienze, le loro lotte e la violenza che hanno subìto. Nella mia musica, parlo di andare contro il potere. Come i rapper del Regno Unito, o gli artisti hip-hop negli Stati Uniti, ho il dovere di parlare di ciò che vedo intorno a me. Hasél ha lo stesso diritto di parlare nei suoi testi dell’ETA come fa un regista di teatro, o un autore di libri. Hasél ha lo stesso diritto di fare quello che fa, come Quentin Tarantino di mostrare violenza nei suoi film, o Nabokov di scrivere di un uomo infatuato di una bambina. La musica non è un manifesto politico o un articolo di giornale – è finzione, è arte.

Non sono episodi isolati. Amnesty ha raccolto testimonianze e dati su come, secondo l’organizzazione, le leggi antiterrorismo limitino la libertà di espressione in Spagna nel rapporto Tuitea…si te atreves [“Twitta… se osi”].

Queste norme colpiscono anche cittadini senza un particolare seguito mediatico. Nel 2017, la studentessa ventiduenne Cassandra Vera è stata condannata a un anno di carcere con la condizionale e sette anni di interdizione dal pubblico impiego per aver “umiliato le vittime del terrorismo” in un tweet su Luis Carrero Blanco (capo del Governo durante la dittatura franchista, ucciso da una bomba dell’ETA che fece saltare in aria la sua auto per 20 metri): “L’ETA ha portato avanti una politica contro le auto ufficiali combinata con un programma spaziale“, questa l’affermazione incriminata.

Nonostante tutto, lo scorso novembre la Corte Costituzionale spagnola ha avallato la legge sulla sicurezza dei cittadini in praticamente tutti i suoi estremi – comprese le espulsioni dei migranti che saltano le recinzioni di Ceuta e Melilla per entrare in territorio europeo. Al momento il Partido Popular – lo stesso ad aver partorito la “legge-bavaglio” – è rimasto l’unico in Parlamento a rifiutarsi di volerla riformare, ma si attendono ancora dettagli sui cambiamenti che il Governo intende apportare.

Foto dal profilo twitter di @cintavidal

Norme simili a quella spagnola sono state proposte in Belgio e nei Paesi Bassi. Lo stato di emergenza dichiarato in Francia a seguito degli attentati del 13 novembre 2015 ha sollevato la questione di come misure eccezionali possano diventare pericolosamente permanenti nella legge, oltre che sproporzionate e discriminatorie nella loro applicazione.

A questo proposito, sempre Amnesty International denuncia gli eccessivi limiti alla libertà di espressione nell’UE in un dettagliato rapporto sulla continua espansione dello stato di sicurezza nazionale, mentre Reporters Without Borders informa che in Ungheria e Polonia la libertà di stampa è in continua discesa, e Paesi dell’Europa occidentale come Francia, Regno Unito e Italia hanno tutti un indice peggiore di Nazioni africane o asiatiche.

Anche le offese contro i sentimenti religiosi, ancora presenti nel codice penale spagnolo e in altri Stati europei, hanno portato artisti, attivisti e comici a sedere al banco degli imputati. Uno dei casi più noti è quello delle femministe condannate a nove mesi di multa con una quota giornaliera di 10 euro, più il pagamento delle spese giudiziarie, per aver esposto l’immagine di una vulva di plastica vestita come fosse una vergine durante la manifestazione per la festa dei diritti della donna, l’8 marzo 2013 a Malaga.

Nel frattempo, nel Regno Unito, una proposta di legge per rendere gli Atenei “campioni della libertà di parola” ha suscitato non poche polemiche; più che difendere il diritto all’espressione nelle università britanniche, rischia di limitarlo: Le più grandi minacce alla libertà accademica e alla libertà di parola non provengono dal personale e dagli studenti […] ma dai tentativi dei ministri stessi di controllare ciò che può e non può essere detto nei campus, e […] gli approcci manageriali che rendono gli accademici meno capaci di dire la verità al potere“, commenta Jo Grady, Segretaria Generale dell’University and College Union (UCU). Problematiche simili hanno portato all’inizio di una “guerra culturale” in almeno 4 Stati d’Europa.

Manifestante dell’associazione Greenpeace a Madrid protesta contro la “legge-bavaglio”. Foto di Adolfo Lujan da Flickr in Licenza CC

Non solo, quindi, le autorità europee non vedono di buon occhio satira ed espressione artistica: di fronte alla polarizzazione delle idee, i rappresentanti politici scelgono di marcare i confini della finestra di Overton con divieti e multe per chi li infrange, in mancanza di meglio per far valere le proprie argomentazioni nel dibattito. La direzione è tanto più inquietante perchè non si limita a criminalizzare l’opinione pubblica “estrema”, ma pare che voglia inglobare anche quella accettabile, ragionevole o addirittura sacrosanta – come nel caso del voler prestare soccorso a chi si trova in condizioni di difficoltà.

Gli ultimi a subirne le conseguenze, in questo senso, sono gli anziani volontari Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi che a Trieste assistono i migranti stremati dalla rotta balcanica; ma c’è anche l’accanimento nei confronti delle ONG umanitarie che navigano nel Mediterraneo, rinnovato recentemente con tre procedimenti giudiziari aperti in un giorno. Sembra infatti che l’attivismo sia contrastato al pari della satira o degli oppositori “radicali” e anti-sistema come Hasél.

A Calais, un nuovo divieto alla distribuzione del cibo è stato imposto mesi fa per scoraggiare la continua presenza di migranti e associazioni – senza nessun risultato se non quello di ostacolare i volontari nelle loro attività. Più in generale, la pandemia è stata usata dalle autorità per giustificare la violazione dell’esercizio di diritti fondamentali quali la libertà di parola e di riunione pacifica, denuncia Human Rights Watch: “i Governi dovrebbero contrastare il Covid-19 incoraggiando le persone a indossare le mascherine, non facendoli stare zitti” ha detto il portavoce Gerry Simpson.

La parola è un’arma” si legge in un tatuaggio di Pablo Hasél. Ma il braccio di ferro tra istituzioni e individui di cui ci parlano queste situazioni dimostra che probabilmente chi la usa, e contro chi, sono fattori che contano molto più di cosa in effetti si intenda dire: come ricorda il personaggio Humpty Dumpty ad Alice in Attraverso lo specchio, “la domanda è: chi è che comanda?

Beatrice Chioccioli

Laureata in Scienze Politiche alla Sorbona, sostiene il diritto alla libertà di movimento. Attraverso esperienze con diverse ONG divide il suo tempo tra le metropoli e le frontiere d'Europa, dove si dedica a progetti, legali e sociali, a favore dei richiedenti asilo.

    Beatrice Chioccioli

    2 thoughts on “Libertà di espressione: il caso Hasél, come l’Europa limita l’arte

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      24 Marzo 2021 in 17:49
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      Panoramica disarmante!
      Il diritto alla libera espressione del pensiero è sacrosanto e poterlo affermare non è per niente scontato, diventa un rischio, un pericolo, un “lusso”!
      Educarci ad esercitare tale diritto in modo consapevole e responsabile diventa un dovere civico.

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      9 Aprile 2021 in 10:56
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      Ottimo articolo, molto interessante.
      La musica è sempre stata un mezzo utilizzato dai giovani per esprimere la rabbia e il malcontento nei confronti di una società sempre meno incline ad ascoltare le loro istanze.

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