Schiavitù, in una “work song” il passato che riflette sul presente

[Articolo di Sara Piolanti per Voci Globali]

Carcerati spaccano pietre in un campo di prigionia o cantiere stradale | Libreria del Congresso su licenza libera.
Carcerati spaccano pietre in un campo di prigionia o cantiere stradale | Libreria del Congresso, su licenza libera.

Schiavitù è una parola che dà le vertigini. Che evoca in noi un’immagine ben precisa, così atroce, così pesante e determinante rispetto alla storia dell’umanità, un enorme manifesto affisso alle pareti della nostra memoria, più o meno efficace nel suo vigilare sulle nostre coscienze.

Schiavitù è una parola orribile, che dà i brividi ed è nemica anche di se stessa perché è diventata silenziosa, se ne parla poco.

Come se la Storia fosse già stata vissuta e raccontata nella sua forma più letale e brutale possibile e la società moderna e contemporanea avesse finalmente estirpato questo cancro. Come un fenomeno ormai saldamente confinato al passato nell’immaginario collettivo, specialmente al periodo della tratta transatlantica.

Ma la verità è che oggi sono ridotte in schiavitù più persone rispetto a qualsiasi altro periodo storico, si parla di più di 40 milioni di vittime in ogni parte del mondo, nella maggior parte dei casi donne, ragazze e bambini. Parliamo di traffico di esseri umani, sfruttamento del lavoro per debiti, lavoro minorile, matrimoni precoci e sfruttamento sessuale, che generano introiti per centinaia di miliardi di dollari americani.

In un sistema economico iniquo la schiavitù è un grande affare, che massimizza i profitti a fronte di spese sempre più basse, anche e soprattutto grazie al progresso in ambito tecnologico e nei trasporti, che consente ai trafficanti moderni di avere una spesa molto inferiore rispetto a due secoli fa. Con i moderni flussi migratori c’è inoltre una grande disponibilità di persone vulnerabili e dunque sfruttabili a cui possono attingere le filiere nel campo dell’agricoltura, dell’estrazione di metalli pesanti, della cosmetica, della moda e dello sfruttamento sessuale.

E di tutto questo si parla poco, certamente un tema scomodo che mette in discussione società e individuo, il modo che ciascuno di noi ha di percepire se stesso e gli altri, al di là di orrendi e vaneggianti richiami ad aristoteliche virtù, di cui incredibilmente ancora si sente l’odore.

Padroni e schiavi geneticamente determinati.

E l’indifferenza, o anche il senso di impotenza sempre più spesso sembrano sancire questo assurdo corollario.
Ci indigniamo certo, per la notizia che sale alla ribalta una tantum ma che è solo una goccia nel mare delle atrocità perpetrate quotidianamente in ogni angolo del pianeta.
Ci vergogniamo anche, della nostra fortuna che in realtà non è questione di fortuna, è una questione di sistema.
Ma ci fermiamo qui, perché siamo piccoli e indaffarati o troppi pigri e tristi per andare oltre.

Rispetto a un tema globale di questa portata le istituzioni dovrebbero aiutare a colmare il vuoto tra l’impotenza, a volte anche indolenza del singolo, e la necessità di misure mirate ed efficaci.
La schiavitù ci riguarda tutti, ci offende come esseri umani ed è un’ulteriore zavorra nel processo ancora
lunghissimo di integrazione e giustizia sociale.

"Lightnin'" Washington, un carcerato afroamericano, canta insieme al suo gruppo nella falegnameria alla fattoria statale di Darrington, Texas | Libreria del Congresso, su licenza libera.
“Lightnin'” Washington, un carcerato afroamericano, canta insieme al suo gruppo nella falegnameria della fattoria statale di Darrington, Texas | Libreria del Congresso, su licenza libera.

In questo anno di privazioni, la nostra visione personale ha preso coscienza di cosa vuol dire essere costretti a
rinunciare alla propria libertà, in modo concreto e lontano da ogni retorica. Un’esperienza umana di cui tutti noi avremmo fatto a meno. Ciononostante, questa drammatica situazione ci ha costretto ad acuire la nostra sensibilità verso temi che conoscevamo spesso solo per sentito dire.

Prison Songbook, come tanti altri progetti ha subìto un duro colpo nel proprio percorso in seguito alle restrizioni che hanno colpito teatri e festival. Ma in occasione della Giornata Internazionale in Ricordo delle Vittime della Schiavitù e della Tratta Transatlantica, abbiamo deciso di far uscire un nuovo video, che altro non è che una nostra reinterpretazione di uno spiritual convertito in work song da prigionieri nei penitenziari americani registrati dall’etnomusicologo Alan Lomax.
Abbiamo voluto far sentire il suono delle catene e far percepire il senso di vuoto, impotenza e abbandono con le immagini per dare eco a un tema di grande attualità come è quello della schiavitù.

Sara Piolanti

Sara Piolanti, è una cantautrice forlivese, oggi ottima chitarrista, con alle spalle una storia musicale ricca di importanti progetti e collaborazioni. Inizia la sua carriera giovanissima, affiancando come cantante il batterista blues Vince Vallicelli e dando così espressione all’amore per la musica afro-americana che da sempre la caratterizza. Si è esibita molte volte al Naima club aprendo i concerti di importanti musicisti blues americani. Nel suo cammino altre importanti collaborazioni come quella con l’ex Modena City Ramblers Giovanni Rubbiani, con la band Caravane de Ville, fino ai Marta sui Tubi. Dal 2005 comincia a nascere l’esigenza di esprimere più a fondo la propria visione e le proprie sonorità e “Farfalle e falene” è il suo primo album solista.

Marco Vignazia

Marco Vignazia, storico chitarrista blues romagnolo, già a fianco di Arthur Miles, Joe Galullo, Sara Piolanti Angelo Leadbelly Rossi e molti altri. Si esibisce nel corso degli anni con diverse formazioni in locali e festival (Sogliano Blues 2019, 3 edizioni del Blues a Balues, Wine & Blues Festival, Portico Hill Blues Festival, Saverio Blues Festival, Castelfranco Blues Festival, Carovana del blues, Blues Made in Italy 2016, Forlì Zydeco & Cajun Blues Festival, Play Mr Dadamo, oltre ad aperture ad Andy J Forest, Mingardi ecc). Marco Vignazia è uno dei 10 chitarristi voluti da Vince Vallicelli per il tributo a Freddie King per la serata conclusiva del Naima Club.

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