Attesa nel 2020 ondata di austerity nei Paesi in via di Sviluppo

In ogni parte del mondo, le politiche economiche restrittive, soprattutto volute dal FMI, sono quasi diventate la “nuova normalità” con conseguenze gravi su quasi 6 miliardi di persone. Il rigore, in passato, ha permesso di ridurre la spese pubblica degli Stati. Adesso però mette a rischio il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile incidendo, in particolare, sui più poveri. I leader mondiali dovrebbero individuare nuove soluzioni funzionali per la prosperità di tutti, Paesi in via di Sviluppo compresi. Tuttavia, non sembrano essere orientati in questa direzione.

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Cile, l’ombra di Pinochet sulla repressione violenta della piazza

Violenza, frustrazione, rabbia: questo sta esprimendo da quasi due mesi la piazza cilena. Quello che finora era considerato lo Stato modello della democrazia capitalista in America Latina , oggi è un Paese a pezzi. Il Cile, attraverso le manifestazioni esplose il 18 ottobre, chiede un cambio di rotta radicale. E, soprattutto, l’eliminazione dei segni della dittatura di Pinochet, ancora troppo evidenti nella Costituzione del 1980 e nel modello economico liberista. Dopo circa 30 anni di vita senza regime, infatti, il Cile primeggia per disuguaglianza sociale e iniqua distribuzione della ricchezza.

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India e crisi ambientale, informazione soffocata dalla censura

Se è vero che la democrazia si misura anche attraverso la libertà e l’indipendenza dell’informazione, allora lo Stato indiano è in allarme. Troppo spesso, infatti, i giornalisti vengono messi a tacere e le notizie “scomode” per il Governo non vengono diffuse. Dai gravi problemi ambientali del Tamil Nadu alla carenza di acqua nei piccoli villaggi fino ai casi di suicidi in aumento, molti eventi dell’India sono mal documentati. Diminuisce, così, la qualità della democrazia e la possibilità di avere una popolazione davvero consapevole.

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Bolivia, anatomia di un golpe. Perché hanno destituito Morales

Il colpo di Stato nel Paese sudamericano è stato in realtà il colpo di grazia a una situazione di tensione che va avanti da anni e che affonda le radici nelle differenze di classe, genere ed etnia. Il “processo di trasformazione” proclamato dall’ex presidente non ha convinto del tutto gli indigeni, che hanno visto minacciata l’integrità delle loro terre, e ha fatto innervosire i grandi interessi economici, pur tuttavia non riuscendo a intaccare il loro potere contrattuale. L’obiettivo comune di contrastare Morales, ma la diversa motivazione, fa sì che ora, però, la fazione indigena si veda minacciata dal nuovo Governo di destra.

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Reporter, quei moderni Griot che raccontano le voci di dentro

Raccontare il mondo con autenticità ed empatia è un bisogno ancestrale. Ed è un’arte difficile che passa attraverso conoscenza ed empatia.Lo sanno bene quei fotoreporter che, con immagini e parole, diffondono la conoscenza di luoghi, persone, stati d’animo, senza cadere nella trappola dei pregiudizi, del sensazionalismo, della banalità. Un po’ ladro e un po’ rivoluzionario, il reporter si serve da sempre della fotografia per costruire ponti tra chi osserva e chi viene immortalato. Se poi è un cooperante, il suo affascinante e difficile compito del narrare è ancora più impregnato di vita vissuta.

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Hong Kong, suicidi sospetti, morti misteriose. Il coraggio si paga

Voci Globali presenta un inquietante ritratto della situazione nell’ex colonia britannica travolta dalle proteste. Il tasso di suicidi non è mai stato così alto e sono ormai in molti a credere che queste morti nascondano ben altro: giovani trovati in mare con le mani ancora legate, ragazzi che si buttano dai piani alti senza però lasciare segni di sanguinamento sull’asfalto, con tracce di manette ancora sui polsi. Paura e confusione si avvertono dappertutto, mentre la gente chiede la verità ogni giorno, chi scendendo ancora per strada, chi lasciando un fiore bianco alla stazione di Prince Edward.

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Africa, la “democrazia” occidentale strumento del neoliberismo

Il concetto di “buona governance” è stato elaborato dopo la caduta del muro di Berlino e da allora utilizzato come ricetta universale per risolvere nel continente africano le questioni relative allo sviluppo. Anche se l’agenda neoliberale vorrebbe diffondere la democrazia di stampo occidentale nel continente presentandola come soluzione a tutti i mali, in realtà un’analisi culturale dimostra come varie comunità africane siano depositarie di propri valori “democratici” che, applicati al contesto territoriale, garantiscono una governance caratterizzata da partecipazione ed efficienza.

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Erdoğan, il linguaggio autarchico e i giochi di comunicazione

Leader politico e abile comunicatore, il presidente della Turchia è riuscito negli anni ad adattare il proprio modo di esprimere le sue idee non solo a seconda dell’interlocutore, ma anche del periodo storico. Inizialmente liberale e attento ai diritti, con il tempo l’ex studente di una scuola religiosa “Imam Hatip” ha concentrato il suo programma elettorale sulla religione, per poi passare a una forte censura che ha seguito il periodo delle rivolte del 2013 e del golpe del 2016. L’ultima tendenza del politico? Parlare di terrorismo riferendosi ai curdi, che minacciano l’unità identitaria.

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Iraq, uniti nella Rivolta di Ottobre al grido “vogliamo una Patria”

Gassid Mohammed, poeta, scrittore, docente universitario, ci porta nelle piazze irachene dove da oltre un mese i cittadini e le cittadine sunniti, sciiti, cristiani, yezidi, curdi, senza alcuna distinzione stanno manifestando contro il Governo, contro i partiti, contro la logica di spartizione e amministrazione del potere che impera da anni. Moltissime le donne scese per le strade. In questo contributo una ricostruzione degli eventi sociali e politici che hanno portato fin qui. Partendo dall’aprile del 2003, quando un carro armato americano ha abbattuto la statua del dittatore Saddam Hussein.

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Libano in fermento. E un film sul calcio narra storie dei rifugiati

Le proteste, partite il 17 ottobre in Libano, continuano senza l’avvio di consultazioni per la creazione di un nuovo Governo, dopo le dimissioni del primo ministro Saad Hariri il 29 ottobre scorso. A creare malcontento è una situazione economica molto difficile, esacerbata dall’introduzione di una tassa sulle chiamate VoIP, e una rabbia diretta ad una intera classe politica ritenuta responsabile dei dissesti del Paese. Il documentarista Stefano Fogliata è da pochi giorni tornato da Beirut, sua città adottiva, e ci racconta sensazioni e pensieri dalla piazza.

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