Samos chiama l’Europa, nell’hotspot emergenza fuori controllo

È trascorso quasi un mese dal terribile incendio che nella notte di lunedì 14 ottobre ha devastato la “giungla”, vasta area dove risiedono i migranti che non hanno beneficiato di una collocazione all’interno dell’hotspot nella piccola isola greca. La realtà è che l’hotspot è al collasso, incapace di tutelare sia i rifugiati, di cui calpesta dignità e diritti, che i locali, che lamentano il forte calo nel turismo, di cui di fatto vive l’isola. Entrambi – rifugiati e popolazione di Samos – sembrano uniti dallo stesso destino: l’impossibilità di un futuro migliore, ed è sempre più urgente la necessità di un intervento da parte della UE.

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Afghanistan, l’emigrazione rischiosa di adolescenti senza futuro

Raccontiamo la storia di Adbul e Masoud – nomi di fantasia – che assomiglia a quella di tanti altri ragazzi della loro età. La breve narrazione, riferita a fatti accaduti lo scorso anno, si basa su fatti reali e informazioni di prima mano, e sul profilo, le esperienze e le dinamiche socio-economiche di molti giovanissimi afgani che ogni giorno passano il confine per e dall’Iran con conseguenze estreme nelle loro vite. Costretti a partire dietro la spinta della necessità e con il consenso delle famiglie, subiscono poi violenze di ogni tipo e di alcuni si perderanno completamente le tracce.

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Samos, l’hotspot dove l’Europa calpesta i diritti e l’umanità

Una della più belle isole del mar Egeo (anche Lesvos e Chios) è in realtà un incubo per i molti rifugiati che vivono in condizioni peggiori di una prigione. Le denunce di ONG, giornalisti, attivisti e della stessa UNHCR segnalano una situazione al collasso. Sovraffollamento, servizi igienici inesistenti, scarsità di cibo e trasferimenti coatti senza preavvisi e senza spiegazioni. Voci Globali ha visto cosa accade e ha ascoltato persone che sperano solo di diventare visibili in un luogo in cui la politica europea li tratta come merce usata.

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Uganda, le periferie del mondo che non interessano a nessuno

Inoltrarsi nelle periferie dei Paesi africani (come in tante altre periferie del mondo) vuol dire lasciare la sfavillante realtà di città in crescita, di sviluppo rapido, di proiezione verso il futuro. Vuol dire rendersi conto che questa crescita, questo sviluppo non toccano (o alcune volte peggiorano) la vita di migliaia, milioni di persone che ancora combattono contro fame, povertà, esclusione. Un viaggio dal Nord all’Est dell’Uganda in campi rifugiati, ghetti e popolazioni che non sono più padrone delle loro scelte e stanno perdendo il contatto con la loro storia, le loro vite, le loro tradizioni.

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Gibuti, bambini di strada coperti dall’ombra dell’indifferenza

Vivere alla giornata e senza una casa né una meta precisa è il destino di molta infanzia in tutto il mondo. Qui vi parliamo del caso di uno Stato del Corno d’Africa la cui strategica posizione geografica lo rende luogo di passaggio, partenze e arrivi per adulti e ragazzi che inseguono il sogno di una vita migliore. Spesso etiopi diretti verso lo Yemen, nonostante la guerra in corso e da lì verso l’Oman o la più ricca Arabia Saudita, rimangono invece intrappolati nell’indigenza, senza documenti e senza speranza nel futuro. La testimonianza di una giovane cooperante.

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Migrazioni climatiche, in aumento anche in Centro America

In questa regione l’emigrazione subisce una forte spinta – tra gli altri fattori – dagli effetti del cambiamento climatico. Negli ultimi decenni i coltivatori di caffè, per esempio, si sono ritrovati a dover affrontare condizioni meteorologiche estreme, siccità ed epidemie delle colture. Esasperati, in molti decidono di emigrare ma si ritrovano comunque a fronteggiare realtà difficili, motivate dalla mancanza di normative internazionali che regolino e tutelino lo status di chi emigra per motivi ambientali. Si stima che entro il 2050 circa due milioni di persone emigreranno da questa zona del continente per cause correlate ai cambiamento climatico.

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Diamanti e violenza, i rimpatri forzati dei congolesi dall’Angola

L’ex colonia portoghese è caratterizzata da un crescendo di violenza nei confronti degli immigrati congolesi, spesso vittime di attacchi xenofobi e rimpatri forzati verso il loro Paese d’origine a partire dall’ottobre dello scorso anno. Migliaia di donne vittime di abusi, crudeltà e stupro, uomini mutilati e sottoposti a vere e proprie torture umilianti come la cucitura delle labbra con il filo di ferro. Centinaia le famiglie, spesso ben radicate in Angola, che hanno subito azioni punitive contro i propri negozi, case e beni. Sullo sfondo il lucroso traffico di diamanti di cui è ricco il Nord del Paese, unito all’instabilità del confinante territorio congolese.

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ISIS, la controversa politica dei rimpatri in Asia Centrale

Si stima che tra il 2011 e il 2018 un numero di cittadini asiatici compreso tra 2.000 e 5.000 si siano trasferiti in Siria o in Iraq per sostenere lo Stato Islamico. Alcuni si sono sposati lì e hanno avuto dei figli, altri sono andati via con le famiglie e hanno avuto poi altri bambini. Ora che i gruppi armati estremisti hanno perso gran parte del loro territorio, molti di questi soggetti sono nei campi rifugiati, e si pone la questione di se e in che modo rimpatriare queste persone nei Paesi di origine cercando di reintegrarli nel modo migliore. La questione è importante anche per le molte donne, e i loro bambini, coinvolti.

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Rifugiati siriani in Libano, crescono l’intolleranza e il rifiuto

Il governo libanese ha ordinato agli sfollati siriani presenti sul proprio territorio di demolire tutte le abitazioni che non sono conformi al codice abitativo del Governo centrale. Questa imposizione significa per molte famiglie rifugiate la distruzione di alloggi in mattoni e l’allestimento di abitazioni in legno e teli di plastica. L’ordine libanese è entrato in vigore dal 1 luglio, a conferma di una politica di intolleranza e violenza nei confronti dei circa 1,5 milioni di siriani ospitati nel Paese. Povertà e condizioni economiche drammatiche stanno colpendo siriani e libanesi. Cacciare i rifugiati è la risposta politica di Beirut.

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Dalle rotte dei Balcani storie di violenze e soprusi sui migranti

Respingimenti illegali, violenze fisiche, violazioni continue dei diritti umani: questa è l’accoglienza riservata ai richiedenti asilo che tentano di entrare in Croazia. L’Europa dell’Est continua ad essere teatro di sofferenze e di politiche severe. Dopo la chiusura dei confini ungheresi, chi arriva sulla rotta bosniaca si ritrova ammassato in campi ormai al collasso. Il “gioco” dell’attraversamento di foreste e fiumi verso il territorio croato si trasforma, infatti, in espulsioni coatte illegali e nella negazione della primaria assistenza. Tutto questo nel cuore dell’Unione Europea.

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