Grecia, l’illogica procedura del diritto d’asilo: parlano i protagonisti

Il 7 giugno 2021, la Grecia adottava una decisione ministeriale destinata a cambiare completamente la legislazione nazionale in materia di diritto di asilo e protezione internazionale. In virtù di tale decisione, tutti coloro che provengono da Siria, Afghanistan, Somalia, Pakistan e Bangladesh e che intendano fare in Grecia richiesta di protezione internazionale, sono soggetti ad una procedura detta di ammissibilità.

La procedura di ammissibilità rappresenta uno step ulteriore al diritto di richiedere asilo. Le domande dei richiedenti asilo provenienti da Siria, Afghanistan, Somalia, Pakistan e Bangladesh sono infatti sottoposte a un esame addizionale che tende a valutarne la concedibilità con riguardo al sistema greco. È la Grecia il Paese responsabile ad esaminare le richiesta d’asilo?

Foto di un richiedente asilo in un campo profughi in Grecia – Credits: Régis Defurnaux

Ai richiedenti asilo di queste nazionalità sono quindi poste una serie di domande che niente hanno a che vedere con il loro Paese di origine. Su cosa vertono queste domande? In Grecia, esse riguardano principalmente la Turchia. La logica è la seguente: poiché il richiedente asilo è passato dalla Turchia prima di entrare in Grecia, è la Turchia il Paese responsabile ad esaminarne la richiesta d’asilo.

Ma come può una nazione europea imporre che un Paese terzo sia responsabile per l’esame delle richiesta di asilo? Ebbene, questo è quanto stabilito da una Dichiarazione adottata il 18 marzo 2016 da Unione Europea e Turchia che, seppur illegittima sul piano formale e disumana sul piano sostanziale, è ancora applicata al fine di esternalizzare il fenomeno migratorio oltre i confini d’Europa.

Lo stratagemma è il seguente: si stabilisce che la Turchia è un Paese terzo sicuro per i cittadini di alcune nazionalità e si decide di conseguenza che sia il Paese responsabile ad esaminarne la richiesta di protezione internazionale. Ma la Turchia non è affatto un Paese terzo sicuro per chi scappa da guerra e persecuzioni. Voci Globali ha analizzato la questione in un articolo pubblicato qualche mese fa.

È ben noto e riccamente documentato che la promozione e il rispetto dei diritti umani e fondamentali siano posti a grave rischio in Turchia, a maggior ragione nei confronti di richiedenti asilo irregolari agli occhi del sistema turco. Sulla questione si è espressa anche la Commissione europea con un rapporto dello scorso ottobre estremamente dettagliato.

Lo stesso presidente Erdoğan ha recentemente dichiarato che la Turchia non può essere considerata come un Paese terzo sicuro e richiesto alla Grecia di revocare la decisione adottata lo scorso giugno. Voci Globali si pone in prima linea nella battaglia contro l’esternalizzazione delle frontiere ed è firmataria di una petizione lanciata lo scorso mese che chiede alla Grecia la revoca immediata della decisione ministeriale dello scorso giugno.

Tale petizione costituisce il punto di partenza per sensibilizzare e lottare in favore del rispetto dei diritti umani. Sorprendentemente, la petizione ha ricevuto l’attenzione di moltissimi Paesi europei e anche l’eurodeputato francese Damien Carême, impegnato da anni nella difesa dei diritti umani, l’ha firmata.

La decisione della Grecia è illegittima, inumana, inattuabile. Illegittima perché completamente priva di qualsiasi base legale; l’unica opinione su cui si fonda dimostra paradossalmente il contrario di quanto afferma, che cioè la Turchia è insicura. Inumana perché espone coloro che scappano da guerra e persecuzioni al rischio di torture e trattamenti inumani o degradanti. Inattuabile perché Ankara non ammette il rientro di richiedenti asilo dal marzo 2020.

Migliaia di persone sono costrette a vivere in un atroce limbo. Respinte dalla Grecia, rifiutate dalla Turchia, sono obbligate a vivere nell’irregolarità, senza documenti e senza accesso ai servizi di base. E ciò, nonostante si tratti di individui particolarmente vulnerabili, che sono riusciti a mettersi in salvo da conflitti armati o gruppi terroristici e che hanno il diritto in virtù della legislazione europea e internazionale di ricevere protezione.

Organizzazioni di assistenza legale come il Legal Centre Lesvos e Refugee Legal Support, e numerose altre, entrano quotidianamente in contatto con queste persone. Tra loro, intere famiglie, uomini soli, donne sole, minori non accompagnati.

Tre di loro, direttamente colpiti delle inclementi disposizioni della decisione ministeriale greca dello scorso anno, hanno voluto raccontare a Voci Globali la loro storia. Si tratta di un ragazzo afgano scappato dai Talebani, un minore non accompagnato siriano ex prigioniero di ISIS, un uomo somalo fuggito da Al Shabaab. Di seguito le loro preziose testimonianze.

Foto del giovane afgano scappato dai Talebani, intervistato per Voci Globali – Credits: persona in foto (non menzionata per ragioni di anonimato)

Sono arrivato in Grecia nel settembre 2020. Dopo 35 giorni di cammino dalla Turchia a Salonicco. Spesso le persone ci vedono come poveri, nutrono nei nostri confronti sentimenti di condiscendenza. Come rifugiato, non sento di essere povero, ma al contrario ricco di mente e di aver maturato esperienze doppie rispetto alla mia età a causa di circostanze avverse.

Perché ho lasciato il mio Paese? “Nessuno lascia la propria casa, a meno che la casa non sia la bocca di uno squalo” (“Home” di Warsan Shire). Ho lasciato casa perché era la bocca di uno squalo, sono corso al confine perché volevo vivere e non morire. Ho lasciato casa perché c’erano morti su morti. Perché il corpo del mio amico è andato in cielo e io ho visto solo i suoi pezzi davanti ai miei occhi nudi. Perché non volevo essere perseguitato solo per il fatto di appartenere a una determinata razza o religione.

Ho attraversato confini, montagne, oceani e fiumi per cercare rifugio in Europa, ma non mi aspettavo di correre da una bocca di squalo a un’altra. Non sapevo che stavo arrivando in un luogo in cui non è consentito conservare la propria identità.

“‘Rifugiato’ … mi va bene questa parola, ma tanti la mettono in relazione con ‘crisi’, il che mi uccide ogni mattina quando mi guardo allo specchio e mi vedo come una crisi. Il servizio greco per l’asilo mi ha intervistato per sette ore perché sono passato dalla Turchia non dal cielo ma via terra. Sono rimasto lì in Turchia per 3 notti, ho dovuto vivere come un alieno.

In quanto afgani, in Turchia siamo considerati rifugiati economici, non possiamo fare domanda di asilo, non possiamo affittare una casa o una stanza, non possiamo lavorare, studiare, accedere alle farmacie o salire sui mezzi pubblici e siamo deportati in Afghanistan.

Ma le autorità greche hanno deciso che in Turchia sarei al sicuro e che non posso continuare con la mia richiesta di asilo in Grecia. Sono passati quasi due anni da quando sono arrivato qui. I miei documenti sono instabili, ne avevo uno ormai scaduto e non posso uscire perché c’è polizia ovunque e non voglio passare sei mesi o chissà forse anni in prigione.

È maledettamente difficile essere un rifugiato, soprattutto se sei un uomo solo. Non c’è rispetto né diritto per te. Lo scopo di venire in Europa è chiedere asilo e ricevere protezione internazionale, ma ogni volta mettono una nuova regola, ad esempio ora la Turchia è un paese sicuro per alcune nazionalità, il che va direttamente contro la politica dell’UE sui rifugiati che dice: “Tutti i rifugiati che entrano nell’UE possono chiedere asilo”. A volte mi chiedo se la Grecia faccia parte dell’UE.

Foto del disegno del minore non accompagnato siriano scappato dall’ISIS, intervistato per Voci Globali – Credits: Elèna Santioli

Vengo dalla Siria, dove sono stato per molto tempo prigioniero dell’ISIS, esposto alle peggiori torture. Ho visto e subito cose atroci. Sono scappato da solo, e da solo sono arrivato in Grecia alcuni anni fa. Ho quindici anni, ma in Grecia sono registrato come un adulto.

Quando sono arrivato ero un po’ perso, ma di una cosa ero sicuro: che avrei avuto la possibilità di spiegare perché sono fuggito dalla Siria. Invece le autorità mi hanno fatto solo domande sulla Turchia. Ero molto sorpreso, perché sono fuggito dall’ISIS in Siria e sono stato interrogato sulla Turchia. Non ha senso.

Le autorità mi hanno fatto domande come se in Turchia ci avessi vissuto per almeno un paio di anni. Invece io sono stato in Turchia solo un paio di giorni, prima di arrivare in Grecia. Mi hanno chiesto dove vivessi esattamente in Turchia, se parlassi turco, che lavoro facessi, e tante altre domande.

Mi sono sentito come se fossi in un interrogatorio con la polizia, non ad un colloquio d’asilo. Mi hanno anche chiesto come mai non fossi direttamente andato dalla polizia in Turchia. Ho risposto che se fossi direttamente andato dalla polizia, altrettanto direttamente sarei stato deportato in Siria.

Tutti i ragazzi e uomini da soli sono rimandati in Siria. Soprattutto se sono senza documenti. Ma per avere documenti devi andare dalla polizia. E se vai dalla polizia sei rimandato in Siria. In pratica, non hai scampo. Le autorità turche ti obbligano con la forza a firmare un documento di ritorno volontario verso il tuo Paese di origine. Ma non è assolutamente volontario.

Chi vorrebbe volontariamente tornare in Siria, dopo che è riuscito a fuggire dalla guerra e dalle torture? Io non voglio ritornare nella guerra. Sono riuscito a scappare. Io in Siria ho perso la mia vita. Sono stato per lungo tempo prigioniero dell’ISIS.

Ho subito torture ogni giorno. Sono pieno di cicatrici, dentro e fuori. Ovviamente non voglio tornare in Siria. Come potrebbe essere altrimenti? Non voglio essere prigioniero, non voglio vedere altre persone morire davanti ai miei occhi. Il destino per me se tornassi in Siria adesso sarebbe o morire o uccidere. Io voglio solo vivere.

Foto dell’uomo somalo scappato da Al Shabaab, intervistato per Voci Globali – Credits: Sarah Booker

Sono nato in Somalia e nel mio Paese ho lavorato per anni come operatore umanitario. Volevo aiutare il mio popolo. Per questo, il gruppo terroristico Al Shabaab voleva uccidermi. Loro vogliono la guerra, io lavoravo per la pace. Non ho mai pensato di venire in Europa. Il mio Paese è la Somalia. È lì che sono nato, cresciuto, è lì che avevo la mia famiglia e i miei affetti.

Io volevo restare nel mio Paese e ho fatto di tutto per rimanerci. Anche quando avevo molta paura, sono rimasto. Anche quando ricevevo minacce di morte, sono rimasto. Fin quando è successo qualcosa di terribile che mi ha fatto capire che di lì a poco mi avrebbero ammazzato [N.d.R. per proteggere l’identità della persona, non riportiamo qui dettagli aggiuntivi dell’accaduto].

Sono venuto in Grecia per chiedere protezione internazionale. Volevo raccontare la mia storia, spiegare perché fossi qui. Ma mai nessuno mi ha mai chiesto perché avessi lasciato il mio Paese. In Grecia hanno solo voluto sapere dei giorni trascorsi in Turchia. Ma io in Turchia ero senza documenti, irregolare, dovevo nascondermi, sono stato arrestato.

Ho raccontato tutto alle autorità greche. Ho detto loro che le autorità turche mi hanno messo in prigione, senza cibo né acqua. Ho detto loro che sono stato in prigione per più di una settimana. Ho detto loro quanto fossi sfinito. Ho raccontato di quando perdevo conoscenza. Io volevo uscire di lì.

Le autorità turche mi hanno detto che se avessi voluto uscire avrei dovuto firmare un foglio. Non sapevo esattamente cosa quel foglio contenesse perché era scritto in turco. Le autorità mi dicevano che era per uscire. Ma altri detenuti mi avevano informato che quella era l’autorizzazione per la mia deportazione in Somalia. Io in Somalia sono un uomo morto.

Ma ero lì dentro senza acqua né cibo da troppi giorni. Ero sfinito, disidratato. Ho dovuto firmarlo. Non avevo scelta. Dopodiché sono dovuto fuggire dalla Turchia e venire in Grecia, per chiedere protezione internazionale. Ho detto tutto alle autorità greche, ma la mia richiesta d’asilo è stata rigettata. Come tutte le richieste di asilo dei miei connazionali nella mia situazione. Sono disperato.

Richiedere protezione internazionale è il mio diritto ma qui sono trattato come fossi un criminale. A volte mi viene davvero da pensare che io abbia fatto qualcosa di male. Per mesi ho dovuto vivere come un fuggitivo. Ho dovuto viaggiare con documenti falsi, sono stato costretto a nascondermi, sono stato arrestato, e ora vivo in un campo pieno di recinzioni. Però poi ci penso e mi dico che io davvero non ho fatto nulla di male.

Io vorrei solo un posto sicuro in cui vivere. E vorrei che le autorità greche mi ascoltassero. Vorrei che ascoltassero perché ho dovuto lasciare la mia terra.

Elèna Santioli

Giurista internazionale con doppia laurea in Giurisprudenza conseguita presso la Sorbona, si specializza nella lotta contro la tratta dei minori e nel diritto d'asilo. Co-fonda a Parigi l’associazione Réfugiés Bienvenue e collabora a Dakar con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, prima di prendere parte all’intervento di Première Urgence Internationale in Iraq e di Avocats Sans Frontières France a Samos. Collabora con Legal Centre Lesvos e coordina per Refugee Legal Support un progetto di assistenza legale a favore dei richiedenti asilo.

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