Libia, corridoi umanitari: come funzionano, chi sono i protagonisti

La sera del 30 giugno, tra i tanti viaggiatori in movimento per lavoro o per vacanza, sono sbarcati a Fiumicino anche 95 rifugiati in arrivo grazie a un (raro) corridoio umanitario dalla Libia. Si tratta di 95 persone provenienti dall’Africa sub-sahariana e dal Medio Oriente, prevalentemente da Eritrea, Etiopia, Somalia, Sud Sudan e Siria, persone che in Libia hanno subito “orrori inimmaginabili”: torture, violenze, sfruttamento, stupri e trattamenti inumani e degradanti all’interno e all’esterno dei campi di detenzione co-finanziati da Italia e Unione Europea.

Arrivo del corridoio umanitario dalla Libia. Fiumicino, 30 giugno 2022. Foto pubblicata dalla Comunità di Sant'Egidio.
Arrivo del corridoio umanitario dalla Libia. Fiumicino, 30 giugno 2022. Foto pubblicata dalla Comunità di Sant’Egidio

Il “corridoio umanitario” è uno strumento che gli Stati hanno a disposizione come alternativa sicura e legale per garantire il diritto di protezione e di asilo alle persone più vulnerabili, profughi e migranti. Dato che la richiesta di asilo può essere presentata solo all’interno del territorio dello Stato e i canali legali di accesso sono pressochè sigillati per (quasi) tutti, i corridoi umanitari rappresentano una delle pochissime alternative (accanto ai – difficili – ricongiungimenti familiari e ai reinsediamenti volontari) ai viaggi della disperazione (e, spesso, della morte) nelle mani di trafficanti e criminali senza scrupoli.

Quello del 30 giugno è stato il terzo volo all’interno di un protocollo sottoscritto il 23 aprile 2021, presso il Viminale, da UNHCR, ministero dell’Interno, ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale,  Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei) e Tavola Valdese, protocollo che prevede l’arrivo e l’accoglienza in Italia di 500 profughi dalla Libia.

Le persone hanno viaggiato con un volo charter dell’UNHCR e successivamente all’arrivo a Fiumicino sono state accolte da Comunità di Sant’Egidio, FCEI e Tavola Valdese per l’inserimento in un percorso di integrazione in Italia secondo il modello dei corridoi umanitari” (ONU Italia).

Secondo il modello dei corridoi umanitari” significa che la gestione (anche economica) dell’accoglienza è totalmente a carico degli Enti e delle associazioni, senza contributi da parte dello Stato.

Proviamo a capirne di più grazie alla preziosa collaborazione di Morena La Rosa, attivista per i diritti delle persone migranti presenti in Libia, di Edmond Tarek Keirallah, coordinatore del progetto SIV di MSF per la riabilitazione di migranti e rifugiati sopravvissuti a violenza intenzionale e tortura, e di Ezio Savasta, operatore volontario della Comunità di Sant’Egidio.

Proprio Ezio Savasta inizia a contestualizzare: “Di fronte al dramma dei tentativi di migrare dal Sud del mondo e della tragedia che registriamo quotidianamente di morti nel Mediterraneo e negli altri percorsi migratori verso l’Europa, la comunità di Sant’Egidio ha voluto cercare una risposta, da qui la scelta di lavorare per realizzare dei corridoi per arrivare in sicurezza in Europa”.

Il progetto dei corridoi umanitari che Sant’Egidio realizza con altri partner”, continua Savasta, “prevede l’arrivo in Italia o in altri Paesi europei di persone rifugiate con un volo sicuro, garantendo un alloggio e l’avvio di un percorso di integrazione per almeno un anno”.

I corridoi attualmente attivati e consolidati da Sant’Egidio provengono dal Libano, dall’Etiopia e dalla Grecia. È certamente più complessa la situazione in Libia, dove gli operatori della Comunità non sono potuti andare fisicamente per preparare le partenze e tutto si è dovuto svolgere da remoto “collaborando con il personale locale di UNHCR Libia”.

Il ministero dell’Interno nel suo comunicato riporta, per le 95 persone arrivate in Italia, che

si tratta di migranti costretti a fuggire dal proprio Paese, tra cui bambini, donne vittime di tratta, sopravvissuti alla violenza e alla tortura e persone in gravi condizioni di salute, individuati dall’agenzia Onu per i Rifugiati (UNHCR) in Libia, anche su indicazione della Comunità di Sant’Egidio e della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI).

A fronte dell’alto numero di persone già registrate da UNHCR per le quali è valido lo status di rifugiato, su che base vengono selezionate le persone più vulnerabili che possono usufruire del corridoio umanitario?

Savasta specifica che alcune delle persone che sono arrivate con quest’ultimo corridoio “sono state individuate a partire da segnalazioni che Sant’Egidio ha raccolto da singoli e da associazioni”.

Giriamo la domanda anche a Tarek Keirallah, che conferma: “MSF non seleziona direttamente le persone per essere incluse nel corridoio umanitario ma identifica i casi vulnerabili e li segnala a Sant’Egidio, Fcei e UNHCR”. Essendo MSF un’organizzazione medica e umanitaria, “quelle che portano all’identificazione dei casi vulnerabili sono ragioni mediche che non possono essere prese in carico in Libia”.

Ci arrivano molte segnalazioni, sono numerose quelle che giungono da familiari che hanno parte della famiglia ancora in pericolo o in condizione di estrema precarietà nei campi profughi”, aggiunge Savasta.  “Riuscire con i corridoi a riunire delle famiglie che sono separate da anni dalle guerre in corso è uno dei risultati importanti di questo progetto”.

Tarek Keirallah specifica in particolare che, tra le 95 persone presenti nell’ultimo corridoio dalla Libia, sono presenti “circa 30 pazienti identificati dalla missione di Medici Senza Frontiere in Libia e riferiti all’UNHCR”. Di questi, “14 sono stati presi in carico direttamente dal Progetto SIV di Palermo, con la predisposizione di un sistema di accoglienza gestito da MSF”. Le persone riferite e prese in carico dal Progetto SIV “sono tutte sopravvissute a violenza intenzionale.

Quali sono le emozioni all’arrivo delle persone?

L’arrivo dei corridoi, che spesso accolgo a Fiumicino, è sempre una grande emozione. Guardare i volti delle persone salvate è una gioia grande”, ci risponde Savasta.

È una gioia che non tranquillizza, perché la tragedia dei migranti è enorme, ma per loro l’arrivo è un approdo che mette al sicuro la propria vita e in molti casi mette fine ad un incubo. Questo è particolarmente vero per chi arriva dalla Libia, dove i campi di detenzione, come è noto, sono dei veri lager e molti di loro hanno subito tremende torture. Alcuni di loro all’arrivo ci hanno confessato: ‘Ci avete salvati dall’Inferno!’”.

È bello essere parte in questa battaglia, continuare a dare risposte che salvano chi è in pericolo ed è scampato alla guerra, aiutando anche chi cerca di portare in Europa familiari e conoscenti. Questa è una battaglia appena iniziata, ma per chi è già arrivato ha fatto la differenza: la salvezza e la possibilità di una vita dignitosa e in pace”, conclude il volontario di Sant’Egidio.

Cosa accade “dopo” l’arrivo delle persone in Italia?

Tarek Keirallah ci risponde nel merito delle persone accolte dal Progetto di Palermo: “Come fase iniziale, verranno prese in carico dal progetto SIV, poi ogni persona avrà un suo percorso legato alle esigenze e obiettivi personali”.

Il progetto SIV”, ci spiega, “è un progetto in partenariato fra ASP – Azienda Sanitaria Provinciale di Palermo, Medici Senza Frontiere, CLEDU – Clinica Legale per i Diritti Umani, Policlinico di Palermo e Centro Astalli per la presa in carico di sopravvissuti a violenza intenzionale. Partendo, come base di riferimento, dalle linee guida ministeriali, realizza una presa in carico che unisce tutti gli aspetti di cui le persone accolte hanno bisogno per ritrovare stabilità nella loro quotidianità”.

Savasta ci spiega, più in generale, che quel che Sant’Egidio realizza è un lavoro corale “dall’individuazione delle situazioni di fragilità nei Paesi dove i corridoi sono attivati, all’accoglienza in Italia e a tutto quello che comporta quotidianamente sostenere nella cura dei malati, l’indirizzamento verso percorsi formativi e di studio della lingua italiana, la ricerca di un lavoro per ottenere in Italia la piena autonomia, mettendo a frutto le grandi potenzialità che i rifugiati hanno e che possono mettere al servizio della nostra società”.

Delle 95 persone salvate, 16 sono arrivate a Palermo: chi sono e come stanno?

Ci risponde Keirallah: “Le persone arrivate a Palermo sono originarie di diversi Paesi ma principalmente del Corno d’Africa (Somalia, Sudan, Sud Sudan, Eritrea) e tutte hanno effettuato un lungo viaggio che le ha portate in Libia. Le sofferenze che hanno subito iniziano dal Paese di origine e molte hanno sofferto traumi pesantissimi in Libia”.

Al momento stanno bene (rispetto a quando sono arrivate), hanno sogni e speranze che finalmente riescono a focalizzare. Nelle prossime settimane potremo dire di più sulla loro situazione, al momento è troppo presto”.

Delle sedici persone arrivate a Palermo, quattordici sono state prese in carico dal progetto SIV di MSF. Le altre due? Le altre due sono Hasan e Irene, persone salve grazie alla granitica volontà e testardaggine di Morena La Rosa, attivista che si occupa – insieme ad altre persone – di seguire e supportare rifugiati e migranti bloccati in Libia, e all’aiuto ricevuto da Sant’Egidio. Eccone la storia.

Storia di un salvataggio atipico

Morena La Rosa, per il suo impegno di attivista, è in contatto con diverse persone in Libia, soprattutto con Hasan e Irene. Prova ad aiutarle come può, dando suggerimenti e indirizzandole verso le associazioni presenti sul territorio, ma “in Libia la situazione è terribile e i rifugiati non hanno possibilità di riparo e protezione”, ci dice, e l’unica vera soluzione sarebbe portarle via da quella situazione disumana. Legge dei Corridoi umanitari che la Comunità di Sant’Egidio organizza dalla Siria e si mette in contatto, via social network, con Ezio Savasta per verificare la presenza/possibilità di corridoi dalla Libia.

Morena ci racconta dell’iniziale incredulità e di come si è gradualmente passati, nei rapporti con Sant’Egidio, dal suo testardo rimarcare “sì, sono sola e col reddito di cittadinanza e sì, voglio salvare due persone dalla Libia” ad un clima di fiducia e rassicurazione, fino al fatidico annuncio entusiasta di Ezio: “Morena, il 30 partiranno!”.

Ezio Savasta conferma: “Morena mi seguiva sul mio profilo twitter, dove pubblico soprattutto notizie sui diritti umani, e mi ha comunicato del contatto che aveva con Hasan. Abbiamo raccolto la sua segnalazione e per fortuna è andata a buon fine: siamo riusciti a rintracciarlo, a trovare un posto nel corridoio e a realizzare tutta la documentazione necessaria per la partenza”.

“Aver contribuito a ottenere la salvezza di Hasan in Italia è una gioia che si aggiunge a molte altre vissute dal febbraio 2016 con l’arrivo di tanti rifugiati. Negli anni molti di loro hanno realizzato con successo un percorso di integrazione. Alcuni di loro, insieme a noi, come volontari, ci aiutano nell’accoglienza”, aggiunge Ezio Savasta.

Il contributo di Sant’Egidio è stato fondamentale e Morena La Rosa durante la nostra chiacchierata ha più volte ringraziato Ezio, Andrea e tutta la Comunità di Sant’Egidio per il preziosissimo supporto, “senza di loro Hasan e Irene sarebbero ancora in Libia”.

Il racconto di Morena è intervallato da commozione e gioia. Ci parla senza pause dell’arrivo di Hasan e Irene a Roma, del loro imbarco per Palermo con le 14 persone che verranno poi accolte da MSF, dell’ansia con la quale seguiva tutto il viaggio “perché non si sa mai”, dell’atterraggio a Palermo, dei ragazzi con i cartelli, della spasmodica ricerca di Hasan e Irene all’interno dell’aeroporto, dello “sballottolamento su e giù, finchè qualcuno mi ha chiesto ‘Lei è la signora di Ragusa?’”.

E così Morena incontra Hasan e Irene, urla di gioia, piange e immediatamente si stringono in un lunghissimo abbraccio, “un unico abbraccio per tutti e tre, era come abbracciare il mondo” ci dice commossa.

Ricorda vagamente l’entusiasmo e gli applausi intorno, ma ricorda che quello è stato “il momento più intenso di tutta la mia vita, li guardavo e dicevo ‘sono liberi!’”. “Ho pensato a Gino Strada”, ci confida, “diceva che ognuno deve ‘fare un pezzettino’, e io ero felicissima perché avevo realizzato il mio: avevo contribuito a salvare la vita di due persone”.

Dall’aeroporto parte il pullman MSF per Palermo, dove Morena, Hasan e Irene passano la notte per ripartire l’indomani per Ragusa. Arrivano alle 16:30, sono distrutti ma ballano tutti e tre insieme prima di crollare dalla stanchezza.

Ora stanno meglio. Vanno in giro, imparano a costruire una nuova vita. “Hasan mangia tantissimo” ci dice Morena, mentre “Irene pulisce tutto in continuazione, è sempre allegra e canta, diventa triste e piange solo quando parla dei figli”. Spesso cucinano loro e impazziscono per la pizza.

Hasan e Irene vivono da Morena, a Ragusa. Sono a carico di Morena e di amiche e amici che la aiutano.

Hasan e Irene a Ragusa
Hasan e Irene a Ragusa, foto di Morena La Rosa

Adesso? Adesso si avvierà il percorso che parte dalla richiesta d’asilo in Questura; a questa dovrebbe seguire l’emissione di un permesso di soggiorno temporaneo di 6 mesi, col quale Hasan e Irene potranno accedere ai vari servizi, incluso l’assegnazione del medico curante da parte del SSN. A seguire ci sarà la formalizzazione e la motivazione della richiesta d’asilo davanti alla Commissione territoriale istituita allo scopo.

E dopo? Morena ci racconta che Hasan vorrebbe andare a Roma e, con l’aiuto dell’associazione Baobab, vorrebbe restare lì, studiare e laurearsi. Irene ancora non sa, spera di restare in Sicilia.

Hasan e Irene

Ma chi sono Hasan e Irene? Vi parliamo brevemente di loro, riferendo quello che La Rosa ci ha raccontato affinchè la loro storia, come la storia (molto atipica) del loro salvataggio, sia conosciuta e possa rappresentare un esempio.

Hasan ha 16 anni, è originario del Sudan. È in contatto con Morena La Rosa da circa due anni. È il più grande di tre figli, i genitori (come a volte avviene) gli pagano il viaggio per studiare in Europa, trovare un lavoro dignitoso e raccogliere soldi per aiutare la famiglia.

Arriva in Libia neanche quindicenne, vive per strada. È stato picchiato (“ma non torturato, per fortuna”, aggiunge La Rosa) ed era terrorizzato da quel che accadeva attorno a lui. “È capitato un periodo, due settimane, in cui ci sentivamo tutte le sere, e stavamo al telefono a parlare finchè non si rasserenava e pian piano si addormentava. Quando non lo sentivo più parlare capivo che si era finalmente addormentato e chiudevo la chiamata”.

A volte Hasan non si fa sentire per giorni, perché prova a cercare cibo “anche rovistando tra i rifiuti” e deve fare molta attenzione a non farsi vedere e catturare; in Libia l’immigrazione (tutta) è considerata illegale e si può essere arrestati senza aver commesso alcun reato.

Morena ci racconta anche di una promessa, la promessa di non togliersi un braccialetto, “uno di quei braccialetti ‘della fortuna’ che spesso vendono le persone per strada” finchè Hasan non fosse stato in salvo. Braccialetto che, qualche giorno fa, ha potuto finalmente sciogliere dal proprio polso e legare, con le lacrime agli occhi, a quello di Hasan.

Irene ha 41 anni, è originaria della Costa d’Avorio. La sua è una storia molto travagliata. Sebbene la situazione odierna in Costa d’Avorio non sia drammatica, qualche anno fa il Paese è stato sconvolto da una sanguinosa guerra civile. Non una sola, in realtà. Nel 2002, nel clima di violenze e crudeltà di quella guerra, Irene, allora incinta del secondo figlio, viene bloccata e violentata da alcuni soldati, che poi la feriscono sparandole alcuni colpi di pistola. Fugge con la famiglia verso la Liberia, dove vive per 14 anni. Il marito intanto l’abbandona, con quattro figli, costringendola di fatto a vivere per strada, ai margini, fino alla decisione di fuggire via.

Irene narra di sè a Morena. Ma non è la prima volta che ne parla. A metà 2021, Irene è tra i rifugiati che tentano di sopravvivere nell’inferno libico; viene intercettata dal giornalista Valerio Nicolosi che la intervista per MicroMega (riferendosi a lei, per la sua incolumità, col nome fittizio di Sophia). In quell’intervista, Irene/Sophia racconta la sua storia e lancia un grido di dolore che scuote (o dovrebbe scuotere) le coscienze di tutti.

In Liberia, Irene si fida di chi poi la tradisce e deruba, abbandonandola in Libia con l’enorme prezzo del viaggio da pagare ai trafficanti. E in Libia la vita di Irene precipita: diventa una sorta di schiava, lavora per ripagare il debito e “guadagnarsi” il viaggio verso l’Europa. Viene torturata e violentata più volte, passando da un “padrone” all’altro: “La mattina mi mandava a lavoro, lavoravo tutto il giorno, e la notte mi mandava in questa casa, gli uomini mi usavano sessualmente e lui prendeva i soldi”, racconta.

Tenta anche di attraversare il Mediterraneo. Qui il racconto attraverso le sue parole: “Eravamo 150 persone sul bordo di questo gommone gonfiabile, e mostrò la stella a chi ci guidava per dirgli di seguirla. Abbiamo navigato tutta la notte e per tutto il giorno dopo ma verso le 5-6 del pomeriggio il gommone si è sgonfiato e così sei persone si sono ritrovate in acqua. Sei persone sono morte, ma abbiamo ripescato un solo corpo. È arrivata una barca a salvarci e ci siamo ritrovati al porto di Tripoli”.

La cosiddetta Guardia Costiera libica, equipaggiata, addestrata e finanziata dall’Europa, riporta quindi le persone in Libia, porto non sicuro e che, quindi, non dovrebbe essere destinazione per un’operazione di search-and-rescue. Ma non solo. Perché i miliziani con la divisa della guardia costiera sono spesso in combutta (o in contiguità) con i miliziani che sfruttano le persone nei lager, anche questi co-finanziati dall’Europa all’interno delle sue politiche di esternalizzazione delle frontiere.

Infatti, continua a raccontare Irene: “Al porto di Tripoli c’era una macchina che era venuta a prenderci per portarci in prigione. Siamo arrivati intorno a mezzanotte. Una casa senza finestre, l’inferno totale. Quando sei in questo posto non sai se è giorno o se è notte. Abbiamo passato quattro notti in un angolo e dopo quattro notti un uomo è venuto a dire che tutte le donne potevano uscire. Tutte sono state stuprate”.

Qaser Bin Gashir
Alcune delle donne e bambini detenuti nel centro ufficiale di Qaser Bin Gashir, senza cibo da una settimana mentre la linea del conflitto aveva raggiunto la zona. Aprile 2019. Foto scattata dai rifugiati in Libia, per gentile concessione di Giulia Tranchina

Poi l’urlo disperato che Irene lascia a Valerio Nicolosi, mentre era in Libia e senza speranze: “Preferisco morire nel mare che vivere quello che sto vivendo, preferisco morire nel mare che essere violentata, preferisco morire nel mare che essere torturata”.

Situazione attuale e richieste

Migliaia di persone si trovano bloccate in un circuito perverso di sopraffazione, di terrore e angoscia, all’interno del quale vengono pervasivamente, sistematicamente e impunemente violati i loro diritti umani più elementari e la loro dignità, un circuito che le tiene bloccate e sfruttate in Libia alla mercé dei miliziani e che, una volta fuggite (pagando), rischiano la vita in mare (il Mediterraneo centrale è la rotta migratoria più mortale del mondo) o rischiano di essere riportate ancora una volta indietro in operazioni della c.d. Guardia Costiera libica che si configurano nei fatti come respingimenti illegali effettuati per conto degli Stati dell’Unione Europea.

La cooperazione con le autorità libiche fa sì che persone disperate siano intrappolate in condizioni di un orrore inimmaginabile. Negli ultimi cinque anni Italia, Malta e Unione Europea hanno contribuito alla cattura in mare di decine di migliaia di donne, uomini e bambini, finiti in gran parte in centri di detenzione agghiaccianti, dove la tortura è all’ordine del giorno. Innumerevoli altre persone sono state vittime di sparizione forzata,

ha dichiarato Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International su migrazione e asilo.

Al Khums
Bambino eritreo nel centro di detenzione ufficiale di Al Khums, pochi giorni dopo che la polizia libica fece sparire i rifugiati (inclusi i minorenni somali ed eritrei) riportati indietro dalla cosiddetta Guardia Costiera libica, vendendoli ai trafficanti del lager informale Bin Walid. Novembre 2018. Foto scattata dai rifugiati in Libia, per gentile concessione di Giulia Tranchina

Per spezzare questo ciclo di orrori e responsabilità, serve cambiare radicalmente le politiche di gestione delle migrazioni ideate e implementate dall’Unione Europea (e non solo). Finchè non si interverrà a fondo ed efficacemente sulle cause (regimi dittatoriali, persecuzioni, violazione dei diritti umani, guerra e violenze, povertà, siccità e carestie, cambiamenti climatici, ecc…) che costringono migliaia di persone ad abbandonare le proprie case alla ricerca di un futuro migliore per sé e per i propri cari, ogni azione finalizzata a contrastare i flussi migratori si traduce in un’azione criminale, criminogena e inumana.

Non solo un’emergenza ma un problema strutturale con cui fare i conti nel lungo periodo

specifica Daniele Garrone, presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, nel corso della Conferenza stampa congiunta a conclusione del corridoio umanitario del 30 giugno.

Nello specifico, le richieste della società civile e delle organizzazioni sulla collaborazione con la Libia, vertono sui punti seguenti:

  • chiusura dei centri di detenzione per rifugiati in Libia e rilascio di tutte le persone rinchiuse;
  • indagini e processi trasparenti per assicurare alla giustizia chi ha compiuto torture e maltrattamenti;
  • cancellazione immediata del Memorandum di intesa Italia-Libia.

Per l’Italia, nel suo comunicato emesso all’indomani del Corridoio umanitario del 30 giugno, Sant’Egidio chiede alle Istituzioni di:

  • reinserire con urgenza la figura del Garante dell’immigrazione cancellata dalla legge Bossi-Fini;
  • allargare le vie umanitarie e legali;
  • allargare lo strumento dei corridoi umanitari anche ai c.d. migranti economici (che includono i migranti ambientali, non ancora riconosciuti come tali);
  • allargare il concetto di ricongiungimento familiare (essenziale per l’integrazione);
  • allargare il decreto flussi, ancora insufficiente.

Concludiamo con l’esortazione di Claudia Lodesani, Responsabile delle Operazioni di MSF in Libia:

In Libia la maggior parte dei migranti è vittima di detenzioni arbitrarie, torture e violenze, incluse quelle sessuali. Crediamo che i Paesi sicuri – specialmente nell’Unione Europea, che da anni finanzia la guardia costiera libica e sostiene i respingimenti forzati dei migranti in Libia – abbiano il dovere di facilitare l’evacuazione e la protezione, sul proprio territorio, di queste persone vittime di violenza.

Alessandro Luparello

Ingegnere, attivista impegnato nella difesa dei diritti umani con Amnesty International e alcune realtà associative territoriali a Palermo.

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