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Sud Sudan, un capo tribù donna contro la violenza sessuale

epa02521111 Southern Sudanese women queue to cast their vote for the referendum on the independence of South Sudan at a polling station in Juba, Southern Sudan, 09 January 2011. Southern Sudanese went to the polls in a historic referendum that is widely expected to see them vote to split from the north. The week-long vote is the centerpiece of a 2005 peace deal that ended decades of civil war between the mainly Muslim north and the Christian and Animist south - a conflict which claimed the lives of more than 2 million southerners and displaced 4 million more. An emotional Salva Kiir, president of Southern Sudan, choked back tears as he cast his ballot and dedicated the vote to independence leader John Garang - who died in a 2005 helicopter crash - and all those who perished in the war. Just under 4 million Southern Sudanese are registered to put a thumbprint on the ballot - either under a picture of two hands clasping for unity, or one held up as if waving goodbye for secession. Few doubt that jubilant and expectant Southern Sudanese will vote for independence, but at least 60 per cent of registered voters must turn out for the referendum to be valid. The vote, which many had doubted would take place on time, has raised fears of a return to conflict between north and south. EPA/MOHAMED MESSARA

[Traduzione a cura di Anna Corsanello dall’articolo originale di Rachel Ibreck pubblicato su The Conversation]

Una donna è stata recentemente eletta nel Sudan del Sud come capo tribù. Non è un caso senza precedenti, ma molto raro. Si tratta senza dubbio di un cambiamento positivo in un Paese devastato dalla guerra civile e dalla violenza sessuale ad essa legata.

A capo del gruppo etnico Nuer a Juba, all’interno di un Sito per la Protezione dei Civili gestito dalle Nazioni Unite, dove più di 38.000 persone hanno cercato rifugio insieme alle forze di pace della missione delle Nazioni Unite nel Sud Sudan (UNMISS), c’è ora Rebecca Nyandier Chatim. La sua vittoria ha un’importanza simbolica e pratica.

I capi del Sudan del Sud esercitano un potere reale, anche durante la guerra. Amministrano infatti il diritto consuetudinario che può risolvere le controversie locali, ma anche rafforzare le differenze di genere e le disuguaglianze, a vantaggio dell’élite militare.

Può quindi un capo donna lavorare a favore di un cambiamento? In effetti, anche se realmente determinata in questo senso, le previsioni di successo sarebbero poche. Il capo e la sua comunità sono vulnerabili, sfollati che vivono in una specie di accampamento di rifugiati protetto dalle forze di pace delle Nazioni Unite. All’esterno invece, i combattimenti e le atrocità continuano, soprattutto nelle terre devastate della gente Nuer. Tuttavia, il nuovo capo ha il sostegno dell’ex capo tribù e di un gruppo di consiglieri [paralegals], che hanno celebrato la sua vittoria come un passo avanti verso l’uguaglianza. Insieme, potrebbero fare la differenza.

Donne al potere

Il Sudan del Sud ha bisogno di più donne nelle posizioni di potere. La nomina di un capo donna dà una spinta alla causa dell’emancipazione femminile e fornisce un’utile distrazione dalla generale delusione e insoddisfazione provocata dai leader del Paese, uomini e militarizzati. Nella guerra civile interna, scoppiata nel dicembre 2013, sono stati presi di mira i civili e sono state uccise più di 50.000 persone. Oltre 200.000 sono invece state costrette a rifugiarsi in siti di protezione delle Nazioni Unite nel Sud Sudan e oltre 2 milioni aldilà dei suoi confini.

I rapporti sulla violenza sessuale registrano numeri altissimi: le Nazioni Unite hanno riscontrato un “ampio utilizzo della violenza come strumento del terrore” e Amnesty International ha segnalato come il fenomeno fosse “dilagante”. Anche la violenza domestica è diffusa. Uno studio recente del Global Women’s Institute ha valutato che più del 65% delle donne e delle ragazze aveva avuto esperienza di una certa forma di violenza di genere, il doppio della media mondiale. Di recente, inoltre, sono emerse accuse di violenza e sfruttamento sessuale da parte delle forze di pace  e degli operatori umanitari.

Naturalmente, non si può pretendere che le donne leader trasformino da sole un ordine patriarcale violento. Hanno spesso identità ambigue e possono persino avere un impatto negativo. Capo Nyandier è ora un capo, ma in passato è stata generale di un esercito ribelle, l’Esercito di Liberazione del Popolo del Sudan in Opposizione (SPLA-IO). Senza dubbio il suo record militare ha contribuito al suo status.

La nomina di un capo donna è molto insolita, anche se non senza precedenti. Ci sono stati capi Nuer donne dal 1990 e ci sono altri modi consolidati con cui le donne possono ottenere potere all’interno della società Nuer, diventando “socialmente uomini“, o attraverso affermazioni di possessione divina come profeti. Tuttavia, queste donne possono persino partecipare direttamente alla violenza. Per esempio, nella guerra in corso, la profetessa Nyachol ha esercitato un’autorità spirituale sui giovani armati, espandendo alcuni limiti sull’uso della violenza, ma anche mobilitando i suoi seguaci a combattere in difesa della comunità e a effettuare attacchi vendicativi nei confronti dei loro vicini.

Inotre, nonostante le divisioni etnico-politiche, alcune donne del Sud Sudan si stanno unendo in proteste contro le atrocità o in richieste di inclusione al tavolo della pace. Devono ancora guadagnare una reale popolarità, ma nell’ultimo giro di colloqui di pace, un’attivista delle donne ha in breve messo all’ordine del giorno: “La pace è per il popolo, non per i leader”.

“La pace è per il popolo, non per i leader”, afferma l’attivista per le donne Lorna James Williams su #SouthSudan talks in #Addis #HLRF

Capi patriarcali

I capi sono nella posizione di cambiare le norme e le disposizioni sociali. Traggono autorità dal loro status come istituzione formale del governo locale e la loro legittimità si basa sui rapporti con la gente che li sceglie.

Fungono da mediatori a livello comunitario e provano anche a “trattare con il governo“; in casi diversi si sono adattati o hanno resistito ai regimi coloniali, predatori e autoritari che si sono succeduti. I tribunali consuetudinari sono trasparenti e partecipativi, in ​​grado di fornire giudizi rapidi e concreti. Forniscono il meccanismo giudiziario più accessibile, spesso l’unico disponibile, e hanno continuato a presiedere i casi, tra i disagi dei conflitti, con un salario minimo o nullo.

Deliberano su tutti i tipi di controversie e accuse, ma soprattutto sono impegnati in questioni di famiglia, compresa violenza domestica, violenza sessuale, divorzio e adulterio. In grande maggioranza, le sentenze dei capi privilegiano gli interessi dei mariti e delle famiglie rispetto a quelli di donne e ragazze; possono intrappolare le donne in matrimoni abusivi e somministrare dure punizioni contro l’adulterio o la “fuga d’amore” alle coppie non sposate.

Le sentenze che violano i diritti umani e trattano le donne come una merce sono continuate anche nei siti controllati dall’ONU come quello di Juba, dove il nuovo capo sta prendendo il suo posto. Tuttavia, l’autorità del capo è in qualche misura vincolata dal contesto, in quanto l’UNMISS ha stabilito i propri enti per la gestione dei campi, coinvolgendo la polizia ONU, organizzazioni umanitarie e strutture della comunità locale, e non riconoscono l’autorità giudiziaria dei tribunali dei capi.

Gli stranieri, comunque, non hanno alcun mandato per amministrare la giustizia all’interno dei siti, di conseguenza dispute violente, criminalità e conflitti interfamiliari si sono moltiplicati. Le donne si sono rivolte ai capi e appaiono nei tribunali come accusanti e imputati in una miriade di casi che vanno dalle liti con i vicini alla violenza sessuale e agli abusi domestici, come io e i miei colleghi mostriamo in un recente progetto di ricerca che ha documentato più di 300 casi. Fra questi, troviamo molti esempi di discriminazione, di violazioni dei diritti delle donne, ma ne troviamo anche alcuni che suggeriscono innovazione e adattamento. Questo pone la questione di se e quanto bene i precedenti potrebbero essere sostenuti.

Pro e contro

L’idea che i capi potessero essere addestrati per garantire i diritti umani è apparsa in ottimistiche proposte delle agenzie internazionali in Sud Sudan per anni. Ma ci sono molti ostacoli.

I capi sono essi stessi il prodotto di un sistema di governo repressivo. Le usanze sono state forgiate in collaborazione con lo Stato predatore fin dall’epoca coloniale, e le leggi consuetudinarie servono gli interessi di ciò che il politologo Mahmood Mamdani ha chiamato il “dispotismo decentrato” del tribalismo amministrativo, che comprende le segregazioni etniche e di genere e le gerarchie che permettono la repressione e la mobilitazione violenta. Ci sono potenti interessi nel preservare questo status quo.

Tuttavia, la tradizione resiste anche per ragioni materiali e sociali. Fornisce prevedibilità e ordine in un contesto politico radicalmente instabile e sostiene la dignità delle persone come membri di una comunità, anche se viola alcuni diritti individuali.

Anche sotto il controllo dell’ONU, la legge consuetudinaria si è sviluppata come baluardo contro l’insicurezza. La dolorosa ironia che la tradizione è spesso alla base dei conflitti rende necessaria la riforma, ma non rende più facile dare risposte immediate dove sono necessarie.

Rifugiati del Sud Sudan in un campo nella Repubblica Democratica del Congo, Ottobre 2017.  October 2017. Foto di Nelly Maonde/Trócaire, CC BY

Speranza

Il nuovo capo Nyandier ha in ogni caso opportunità uniche per assumere un ruolo guida sui diritti delle donne sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite, qualunque sia la sua precedente esperienza o le sue alleanze. Non da ultimo perché ha alleati in una rete informale di giovani uomini addestrati, come i paralegals, i quali credono che loro sorelle e figlie non debbano essere “trattate come risorse”.

Questi esperti di legge hanno imparato le basi della giurisprudenza sui diritti umani, hanno familiarità con le usanze consuetudinarie e hanno essi stessi sperimentato molteplici ingiustizie. Sono stati coinvolti in risposte pratiche e creative alle dispute e capiscono le oscure considerazioni sociali, economiche e culturali che li guidano. In contrasto con gli approcci tecnici e idealizzati di riforma di legge spesso adottati dai programmi internazionali di “stato di diritto”, questi attivisti legali agiscono ai margini in modi che si relazionano con gli approcci risolutivi tradizionali. Essi sono in grado di rispondere, più di idee e istituzioni, ad una realtà governata nel Sudan del Sud da pratiche quotidiane e reti sociali.

Ecco perché sono importanti le relazioni tra il nuovo capo e tali giovani attivisti. E la posta in gioco è superiore a quanto possa sembrare. La mia più ampia ricerca suggerisce che le élite politiche fanno affidamento su nocive combinazioni di leggi statutarie e consuetudinarie per sostenere la loro violenta cleptocrazia nel Sud Sudan. E l’attivismo legale ai margini ha potuto contribuire appena a trasformarlo.

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