Energie rinnovabili alimentano conflitto nell’ultima colonia d’Africa

Un preoccupante caso di “greenwashing” è in atto nel Sahara occidentale, abitato con scarsa densità dal popolo saharawi. Area ricca di fosfati nel sottosuolo, e su una superficie assolata e ventosa, è al centro degli interessi del Marocco che di fatto la occupa, spostando l’attenzione pubblica sugli impianti eolici e solari che lì sta costruendo per aumentare la sua quota di energie sostenibili. Se da una parte il Paese nordafricano sfodera apprezzabili piani d’azione per la lotta all’emergenza climatica, lo fa sfruttando un territorio non suo e impedendo l’autodeterminazione di un popolo.

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Parlano le donne migranti, quei viaggi segnati da violenze e abusi

Un elevatissimo numero di giovani donne ogni anno migrano, dall’Africa o dall’Asia, verso l’Europa o altri luoghi considerati più sicuri. Lo studio riportato nell’articolo mette in luce, attraverso racconti e dati, le violenze psicologiche e fisiche che queste persone – persino in tenera età – sono costrette a subire, oltre che nei loro Paesi di origine, anche durante i viaggi di migrazione e nei luoghi di destinazione. Diventa quindi sempre più necessaria l’implementazione di servizi di prevenzione e protezione che possano tutelare le donne migranti e affiancarle nei loro percorsi di reintegrazione e resilienza.

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Ruanda e Senegal sedi per produzioni africane vaccino anti-Covid

La società tedesca BioNTech ha firmato un accordo con il Ruanda e il Senegal per la realizzazione di due impianti per la produzione dei vaccini contro il nuovo coronavirus. Si tratta di un evento eccezionale in quanto consentirebbe in tempi relativamente rapidi di produrre in loco le dosi necessarie a colmare l’ammanco attualmente presente sul mercato e di aumentare la copertura vaccinale nel continente africano. Le motivazioni dietro questo accordo, che dovrebbe porterebbe all’eliminazione delle disuguaglianze di accesso ai vaccini, si basano però anche su calcoli di natura economica legati dunque al profitto.

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Amazzonia, riforestazione spontanea non compensa aumento CO₂

L’incremento dei terreni agricoli per le coltivazioni intensive è la principale causa del vasto disboscamento in Amazzonia. Non sempre, tuttavia, i bulldozer rappresentano la fine della storia: quasi il 30% della terra disboscata viene abbandonata dopo il suo utilizzo, rigenerando nuova vegetazione. Questi habitat, noti come foreste secondarie, sono in grado di assorbire CO₂ dall’atmosfera ma, come dimostra un recente studio, riescono a compensare solo il 9% delle emissioni generate dal disboscamento. Servono cambiamenti drastici per non fallire gli obiettivi fissati nell’Accordo di Parigi.

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Lago Ciad, tra prosciugamento e sfruttamento privato delle acque

Il lago Ciad è una fonte essenziale di sostentamento per la popolazione del nord-est della Nigeria e per le comunità dei Paesi limitrofi. Negli ultimi decenni, tuttavia, gli abitanti di queste zone si sono trovati ad affrontare grandi sfide come l’abbassamento del livello delle acque e il degrado ambientale. Tra le tante soluzioni proposte c’è quella del Progetto Transaqua, che prevede la deviazione al lago delle acque di alcuni affluenti del fiume Congo. Attraverso un accordo con Power China, l’Italia ha appoggiato tramite Bonifica S.p.A. il colossale progetto, riaprendo però la complessa disputa tra i diversi attori statali e non statali interessati allo sfruttamento del bacino.

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La crisi in Afghanistan, quali scenari si aprono per il Medio Oriente

Il ritorno al potere dei talebani in territorio afghano sta scuotendo il mondo. Sebbene l’avanzata stesse proseguendo da qualche tempo, la presa di Kabul si è consumata nel giro di poche ore lasciando alle autorità statunitensi – presenti nel Paese da 20 lunghi anni – solo la possibilità di una fuga precipitosa. E lasciando ai cittadini ben poche, e disperate, possibilità di salvezza. Tutto questo si sta consumando all’interno di un quadro politico ed economico complesso che coinvolge l’intera regione mediorientale. Gli interessi in gioco sono molteplici e le conseguenze, per lo più nefaste, sono visibili all’orizzonte.

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La carenza di scienziate è un problema per la salute delle donne

Studi recenti dimostrano come la presenza di donne scienziate e inventrici all’interno di gruppi di ricerca e innovazione porti ad un maggiore focus su brevetti medici che riguardano proprio l’assistenza sanitaria femminile. Gli stessi studi dimostrano che i gruppi di ricerca a maggioranza maschile si concentrano su problematiche che affliggono prevalentemente gli uomini. Il problema di base è che la percentuale di donne scienziate è ancora troppo basso e questo penalizza la ricerca volta alla creazione di dispositivi innovativi dedicati a problematiche femminili.

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L’ape e i suoi prodotti nella cultura e dieta africana di 3.500 anni fa

Recenti tecniche di analisi dei residui organici sulle terracotte dell’antica civiltà Nok, in Nigeria, hanno consentito di approfondire la conoscenza sulla dieta e sulle pratiche di sussistenza delle popolazioni antiche dell’Africa occidentale. Molto del vasellame analizzato ha rivelato la presenza di cera d’api: tra gli utilizzi ipotizzati, il consumo di miele o il suo uso come conservante o per la produzione di bevande, ma gli stessi vasi potrebbero essere stati usati come alveari in una precoce forma di agricoltura. Ulteriori scavi e analisi dovrebbero consentire di arrivare a datazioni ancora più antiche di queste pratiche.

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Climatologi, la lista dei migliori scienziati esclude i Sud del mondo

La ricerca nel campo della scienza del clima subisce l’influenza dominante dei sistemi di pensiero radicati nei Nord del mondo. Ne è un esempio la recente classifica “mondiale” dei migliori scienziati del settore, pubblicata recentemente dall’agenzia Reuters, che presenta gravi squilibri di distribuzione geografica. La scienza prodotta nell’altro emisfero è invece importante, provenendo da quei territori che subiranno le peggiori conseguenze dell’emergenza climatica e potendo fornire soluzioni innovative e maggiormente orientate a contesti più localizzati in un’ottica di risoluzione delle sfide sul campo.

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Ex colonie, uscire dalla povertà rinunciando ai combustibili fossili

Sin dai primi viaggi degli esploratori europei nel 1400, il Sud globale è stato depredato delle sue ricchezze naturali. Tra queste, i combustibili fossili che nel corso dei secoli hanno contribuito nell’emisfero Nord a una crescita economica costante e, nell’altro, a un continuo impoverimento. Come dimostrato dalla scienza, però, l’impiego massiccio di fonti di energia come petrolio, carbone e gas va ridotto se non azzerato, affinché si riesca a contenere l’aumento delle temperature a livello globale. Questi combustibili sono tuttavia attualmente i più economici; come possono, dunque, i Paesi più poveri esercitare il loro diritto allo sviluppo rinunciando all’utilizzo di tali fonti di energia?

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