La jihad africana, da disagio marginale a minaccia strategica

[Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall’articolo originale di Medhane Tadesse pubblicato su Pambazuka].

La lotta contro l’attuale minaccia potrebbe avere successo aumentando il potenziale degli Stati africani, in modo da diminuire la vulnerabilità alla radicalizzazione e alle entità non statali violente. Radicalizzazione che spesso attrae i musulmani in quanto si sposa con le loro personali esperienze di esclusione economica e discriminazione.

Membri del gruppo jihadista al-Nusra Front
Membri del gruppo jihadista al-Nusra Front/Foto utente Flickr cooloud Licenza CC

La radicalizzazione e l’estremismo violento non sono una novità in Africa, ma negli ultimi due decenni questi aspetti hanno subito una significativa evoluzione. Non si tratta solamente di un riflesso dovuto all’inventiva e allo spirito di adattamento dei gruppi jihadisti, ma rappresentano il culmine di tendenze globali e storiche di più lungo termine, perché hanno continuato a diffondersi basandosi sul declino economico, sul populismo morale, sui collegamenti internazionali e sulla vulnerabilità dello Stato. Infatti proprio tra queste variabili si possono trovare le fonti maggiori e persistenti dell’estremismo violento ma anche le sue soluzioni.

In Africa ci sono vaste zone in cui l’amministrazione statale regolare è stata sospesa o contestata in maniera violenta, a volte per lunghi periodi. Molte aree del continente continuano ad attrarre gruppi jihadisti internazionali e locali, che potrebbero diventare una sorta di parassiti nei conflitti armati, sfruttando l’aspetto ideologico delle tensioni locali. Per quanto la radicalizzazione si avvalga di un fertile terreno interno, le radici ideologiche e il supporto finanziario dei gruppi estremisti violenti si trovano al di fuori della regione, e dato che qualsiasi politica riguardo alla radicalizzazione e all’estremismo violento ha avuto come conseguenza che tali problemi siano stati ignorati, è improbabile che la politica raggiunga gli obiettivi prefissati. C’è quindi la necessità di un approccio più sofisticato e meno generalizzato.

Tracciare i movimenti jihadisti in Africa

a) Basi ideologiche: una duplice eredità culturale

L’Islam politico e la diffusione dei Movimenti della Fratellanza musulmana hanno una storia particolare, collegata a Hassan al-Banna e Sayyid Qutb. Entrambe le eredità culturali hanno preso forma in molte zone dell’Africa. Ci sono gruppi jihadisti che adottano un approccio violento e distruttivo e movimenti islamici radicali senza un esercito che attualmente sono sostenuti dalla Turchia e dal Qatar da una parte e dall’Arabia Saudita dall’altra. Molti di essi stanno adottando o modificando il proprio approccio distruttivo per conquistare lo Stato attraverso la politica elettorale ma con finalità analoghe. Questa modifica tattica è dovuta alle ripercussioni subite negli anni recenti grazie ai meccanismi di sicurezza messi in atto dagli Stati. Fare una differenza tra i due è come scegliere il male minore. Un esempio: i Movimenti della Fratellanza musulmana attuali sono più radicali di Hassan al-Banna. Chiaramente, fino alla fine degli anni ’60, gli Ulema e le Università egiziane avevano il monopolio dell’ideologia islamica. Negli anni ’70, sono subentrati i Sauditi con terribili conseguenze.

b) Basi operative

Il nadir: la jihad afghana degli anni ’80. I Sauditi, aiutati dai Pakistani, hanno dato forma agli aspetti concreti preparando il terreno per le basi pratiche, e in questo modo è iniziata la supremazia saudita. Era solo un’anticipazione di ciò che stava per accadere, saranno proprio i Sauditi a dominare nel lungo termine l’ideologia e i flussi di denaro per gli islamici radicali a livello globale. Febbraio 1989: il ritiro dell’Unione Sovietica dall’Afghanistan e la prima Rivoluzione Islamica Sunnita in Sudan hanno messo fine alla legittimità che aveva la jihad di espellere gli invasori infedeli di un paese musulmano. Arrivo di rifugiati della jihad – la Conferenza Popolare Araba e Islamica (Popular Arab Islamic Conference, PAIC) di Turabi li invita ad andare in Sudan.

Il crollo del Governo in Somalia nel 1991, la Guerra del Golfo dello stesso anno e la crisi umanitaria somala hanno reso la questione più semplice ai nuovi arrivati. La presenza delle truppe statunitensi in una terra musulmana ha aumentato la paranoia e la visione cospirativa degli Islamici alimentate dalle loro storie. Perciò l’indignazione morale e il populismo come fattori principali dell’estremismo hanno cominciato a prendere piede nel Corno d’Africa. Ciò ha influenzato notevolmente Al Qaida, il gruppo islamico egiziano e il movimento Al-Ittihad Al-Islamya in Somalia.

I Sauditi si sono impegnati per far corrispondere il livello di indignazione con l’espansione su ampia scala degli insegnamenti Wahhabi, ramo dell’Islam violento e puritano, in tutto il Corno d’Africa, con il risultato di far proliferare le organizzazioni violente e radicali in tutto il continente.

Fattori della radicalizzazione e dell’estremismo violento

Una comprensione chiara e completa dei fattori della radicalizzazione e dell’estremismo violento aiuta ad elaborare le strategie per affrontare il problema.

Motivati dall’ideologia o dal risentimento?

a) Le vulnerabilità classiche degli Stati

Durante il corso della storia recente, l’estremismo violento e il terrorismo sono stati legati alla politica e all’identità dei Governi in evoluzione, acquisendo costantemente la capacità di aumentare il proprio potere rispetto alle nazioni-stati occidentali e trasformandosi da un disagio marginale in una fondamentale minaccia strategica.

Recentemente, un nuovo gruppo di jihadisti ha iniziato ad affermarsi e a prendere slancio in Africa. L’estremismo violento trae la sua forza, e in un certo senso il suo orientamento e la sua ispirazione, dalle carenze dei Governi africani attuali (e ampiamente dalle nazioni del XX secolo). È ovvio che i gruppi estremisti violenti sono pre-moderni e post-moderni, sub-nazionali e transnazionali e trascendono il modello di Stato westfaliano.

I problemi degli Stati africani contemporanei comprendono:

– la storicità dello Stato: la sua natura, il suo carattere e la sua composizione;

– le radici profonde nell’emarginazione sociale ed economica di un’ampia parte della popolazione, e da qui si deduce che l’essenza della radicalizzazione – e in parte dell’estremismo violento- è politica (ad esempio Boko Haram);

il crollo dei Governi (Somalia). Sono fondamentali gli Stati e i territori per organizzare la sicurezza e i Governi privi di autorità e legittimità non possono farlo. Intanto, nel vuoto che circonda la sicurezza, i gruppi islamici che una volta erano repressi o emarginati guadagnano terreno (Libia, Mali);

i conflitti e la criminalità: dipendenza dal terrorismo internazionale e alle reti criminali. La crisi in Libia e in Mali è composta da tre parti: il fallimento politico dell’élite politica a Bamako, le aspirazioni dei Tuareg e il programma di espansione dell’alleato di Al-Qaida AQIM;

le zone senza Governo: ci sono vaste aree in Africa in cui l’amministrazione statale regolare è stata sospesa oppure messa in discussione in modo violento, a volte per lunghi periodi. Spesso questo accade in aree emarginate caratterizzate da ineguaglianze radicate e identità contrapposte dal punto di vista etnico o religioso;

gli armamenti: l’eredità più ovvia dei conflitti passati o odierni sono gli armamenti (il ruolo dell’AK 47 in generale e la caduta del regime di Gheddafi in particolare. Un bazar delle armi?).

La maggior parte dei gruppi radicali (difficili da generalizzare) hanno più aspetti in comune che qualsiasi altra forma di opposizione politica.

L’estremismo violento, come altre forme di violenza politica, deriva dalle convinzioni e dalle aspirazioni delle comunità e deve essere analizzato all’interno di un contesto sociale e politico.

Tuttavia, il risentimento è una delle ragioni ma non un motivo sufficiente per la radicalizzazione e per l’estremismo violento.

b) Legami internazionali

Per quanto ci sia stato un terreno fertile per l’estremismo all’interno, le radici ideologiche e l’appoggio finanziario dei gruppi islamici militanti si trovano al di fuori della regione. Ciò può essere spiegato nei termini di un bazar religioso, della reciprocità ideologica e dell’indignazione morale.

Il bazar della radicalizzazione: l’Egitto, il Sudan e di recente l’Arabia Saudita, sono i maggiori sostenitori in termini di denaro e idee. Negli ultimi anni degli anni Ottanta, il Fronte Nazionale Islamico (National Islamic Front, NIF), in Sudan – che in precedenza era conosciuto come la Fratellanza Musulmana – è riuscito a progettare un colpo di Stato militare, impegnandosi da quel momento in un processo di islamizzazione in tutta la regione. Tale processo è avvenuto attraverso la formazione, il denaro e le ONG sul campo.

Dal 2002, sto mettendo in guardia contro la minaccia saudita, meditata e occulta, che ho indicato come il lungo processo per radicalizzare l’Africa, in particolare la regione del Corno d’Africa. Per quanto si tratti di una minaccia globale, in quella regione è diventata anche letale a causa della presenza di strutture islamiche fornite dalla prima Rivoluzione Islamica Sunnita avvenuta in Sudan.

Dalla fine degli anni ’70, le “madrase” keniote sono state dominate dagli enti e dalle fondazioni benefiche Wahhabi. Dopo il 1991, anche l’Etiopia ha aperto le porte ai Wahhabi. Fornendo i servizi sociali per i poveri della regione, istituendo madrase ed evangelizzando attraverso i propri predicatori, i leader Wahhabi hanno ricevuto supporto e hanno convertito molte persone alla loro causa. Ciò fa riferimento al Puritanismo dei Wahhabi – una forma di fondamentalismo islamico con origine in Arabia Saudita che ha cercato di internazionalizzarsi. Nei primi anni di questo secolo, i Sauditi sono quasi riusciti ad alterare il vecchio equilibrio religioso che esiste in Etiopia. L’Eritrea è stata risparmiata a causa della pesante e tempestiva repressione esercitata sugli enti benefici islamici (Wahhabi), ma le agitazioni provenienti dal Golfo si sono adattate alla situazione e hanno fatto la scelta “geo-strategica” di incoraggiare il regime eritreo dall’alto.

Reciprocità ideologica: l’Islam politico si è trasformato in diversi movimenti che si sono uniti alla rivalità tra gli Stati in Medio Oriente. Tuttavia, esiste un notevole senso di reciprocità tra i diversi sostenitori delle varianti dell’Islam radicale: la Fratellanza Musulmana egiziana e sudanese, il Puritanismo del Wahhabi, i movimenti islamici sociali, come ad esempio Al-Islah and al-Tabliq in Somalia e in Gibuti. Esiste la tendenza sia al conflitto che alla cooperazione tra i diversi movimenti, intensificati dal senso di indignazione morale musulmana.

Indignazione morale: parliamo dell’indignazione morale dei musulmani e del relativo populismo morale. Il contesto globale è estremamente importante dato che i fattori esogeni sono cruciali per comprendere le origini e per risolvere i problemi della radicalizzazione e dell’estremismo violento in molte zone dell’Africa, compresi gli sviluppi avvenuti in Iraq, in Somalia, in Afghanistan e nel conflitto tra Israele e la Palestina.

Per molti giovani musulmani, il senso di indignazione morale spesso rappresenta l’inizio del loro percorso all’interno dei gruppi jihadisti. Tale indignazione viene adattata alla natura dello Stato, ai legami internazionali, alla presenza di una infrastruttura islamica radicale. E perché questo possa accadere, la situazione interna deve fornire un ambiente favorevole alla radicalizzazione (elencato in precedenza). Ecco perché è diventato sempre più difficile fare una distinzione tra la motivazione ideologica e il risentimento.

Contrastare l’estremismo violento: soluzioni in prospettiva

Non ci si può attendere una soluzione immediata e decisiva come quella ottenuta in altre aree di conflitto.

Riguardo allo Stato

Si può riuscire ad affrontare l’attuale minaccia potenziando le capacità degli Stati africani, quindi diminuendo le suscettibilità alla radicalizzazione e alle entità non statali violente e riducendo la minaccia più a lungo termine dell’estremismo. La radicalizzazione attrae i musulmani perché riguarda le loro esperienze personali di discriminazione e di esclusione economica.

Essenzialmente la lotta riguarda la legittimità. […]

L’Africa deve elevare la minaccia saudita al primo posto del proprio programma riguardo alla sicurezza e spingere gli strumenti e i meccanismi regionali per reprimere tale minaccia. Esiste l’esigenza di allinearsi alle iniziative globali. E questo processo richiede anche una riforma politica in Arabia Saudita: la repressione del Wahabbismo radicale, la regolamentazione degli istituti di beneficenza islamici, ecc.

Tuttavia, la lotta reale comporta mettere in discussione la filantropia islamica e la secolarizzazione dei servizi sociali, compresa l’educazione. Le nazioni africane con la maggior parte della popolazione musulmana devono contenere il flusso di studenti verso l’Egitto e l’Arabia Saudita. Fornire borse di studio agli studenti è stata l’arma più frequente della radicalizzazione e tale flusso deve essere interrotto fornendo servizi e opportunità all’interno dei confini nazionali. Le relative potenzialità devono diventare una priorità di cooperazione bilaterale e regionale.

Riguardo alle vulnerabilità classiche dei gruppi dell’estremismo violento

Al centro della strategia per contrastare la radicalizzazione e l’estremismo estremo c’è la comprensione della natura della loro attrattiva e delle loro vulnerabilità, perciò la diminuzione del loro impatto sull’evoluzione dello Stato e del sistema internazionale. A questo riguardo, sembra che abbiamo imparato qualcosa.

Al centro si trovano la mobilitazione e la legittimità, ma anche la cautela e la complessità. La transizione dal terrorismo alla rivolta crea delle vulnerabilità che possono essere sfruttate dagli Stati e dalle organizzazioni/protagonisti internazionali:

– Evitare le ampie generalizzazioni
– Concentrarsi sulla transizione e sulle vulnerabilità strategiche
– Non rispondere in modo insensato
– Includere il contenimento
– Concedere un periodo sabbatico per governare
– Concentrarsi sulla natura violenta di tali gruppi e evitare lotte teoriche
– Diminuire l’indignazione morale e ridurre il populismo morale

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall'inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *