USA e razzismo, afro-americano il 60% dei detenuti

Il razzismo non è morto. Anzi, è vivo e vegeto. E gli USA ne rappresentano l’espressione più profonda e radicata. Episodi giornalieri ne forniscono la prova, ma anche i sistemi di gestione dello Stato e del welfare. E l’amministrazione della giustizia. Non a caso, è su questo fattore che Barack Obama qualche settimana fa ha dedicato un lungo e articolato discorso durante la convenzione annuale dell’Associazione nazionale per l’avanzamento delle persone di colore (NAACP). Un discorso supportato da cifre che, senza alcun dubbio, avvalorano le proteste di chi lamenta un sistema ingiusto e discriminatorio. Sistema ingiusto lo ha definito anche Obama con riferimento appunto alla giustizia, amministrata con un doppio standard.

Gli Stati Uniti, dove vive il 5% della popolazione mondiale, detengono il primato del 25% di persone in carcere, in pratica – lo ha ricordato lo stesso Obama – ci sono più detenuti negli Stati Uniti che la somma di quelli dei 35 Paesi dell’Unione Europea. E dal 1980 la percentuale di persone in carcere è quadruplicata. Oggi nelle carceri statunitensi ci sono 2.2 milioni di persone, la maggior parte delle quali afro-americane. Per capire meglio basta ricordare che afro-americani e latini costituiscono il 30% della popolazione, ma rappresentano il 60% della popolazione carceraria. In pratica uno su 35 afro-americani, uno su 88 ispanici sono al momento in una delle prigioni federali. Per quanto riguarda i bianchi la percentuale è di 1 su 214. E l’assurdità incide comunque enormemente sulle casse dello Stato.  Due milioni e 200 mila persone in prigione costano 80 miliardi all’anno.

Cosa si potrebbe fare di meglio con tutti questi soldi? Il presidente USA ha provato a fare dei calcoli: si potrebbe pagare per gli anni a venire l’asilo per bambini di 3 e 4 anni, raddoppiare il salario dei professori di scuola superiore, finanziare nuove strade, aeroporti, ponti, programmi di formazione, ricerca e sviluppo. Una degli aspetti più criticati di questo “sistema ingiusto” è non solo la facilità ad arrestare e condannare le persone di colore che si sono macchiate di crimini, ma la sproporzione tra i reati commessi e la pena comminata. Venticinque anni di galera per una ripetuta  violazione sulle leggi dello sciopero – tanto per portare un esempio – risulta evidentemente inappropriato e frutto di giudizi che vanno al di là delle norme e delle pene stabilite dal legislatore.

Le probabilità di ricevere una condanna al carcere a vita secondo l'appartenenza alle diverse categorie di cittadini in USA.

Punizioni eccessive, celle e locali superaffollati, mancanza di piani di riabilitazione e, al contrario, gang che operano nelle stesse carceri, tutti questi rimangono poi motivi di preoccupazione e di riflessione sul ruolo effettivo degli istituti di pena americani. Nei fatti questo vuol dire che gli afro-americani vengono puniti per lo stesso crimine commesso da un bianco con una pena maggiore. Il risultato è che un milione di genitori neri sono in carcere e un bambino nero su 9 ha un genitore in carcere.

La polizia bianca americana rimane un invadente esempio del razzismo applicato negli States. E i fatti di Ferguson e Baltimora – per citare casi degli ultimi tempi – lo dimostrano. Le statistiche d’altra parte mostrano che un nero alla guida di un auto ha molte più probabilità di essere fermato che un bianco. Stando a dati forniti dalla polizia di New York, nel 2012, 284.229 persone di colore sono state controllate contro 165.140 ispanici e 50.366 bianchi. E anche la Swap – polizia speciale – sembra aumentare il grado di intolleranza e disagio nelle comunità afro-americane. Tra il 2011 e il 2012, infatti, gli interventi sugli afro-americani sono stati pari al 39%, l’11% sui bianchi.

La giustizia americana – che il presidente statunitense ha esortato a modifiche sostanziali – è solo un’espressione di quello che non si può fare a meno di chiamare razzismo. Ma le forme in cui si esprime sono molte altre, e coinvolgono aspetti della vita quotidiana e le relazioni sociali.

Un video che ha diviso l’opinione pubblica e che circola su YouTube – Il razzismo è reale – racconta brevemente alcuni esempi della discriminazione razziale del XXI secolo negli USA.

 

I social media – Facebook primo fra tutti – offre un interessante spaccato per capire quanto la rabbia, il rancore e, spesso, anche l’odio animano il dibattito riguardante il diverso trattamento riservato ai neri d’America. Community come United States of Africa, Black African Power Separation and Indipendence, Pan Africanist Unity, sono solo alcuni tentativi – ma ce ne sono moltissimi altri – di portare la tematica su un piano pubblico e condiviso. Dialoghi, esperienze, testimonianze, che mostrano che il razzismo non è morto. Anzi, è vivo e vegeto.

Antonella Sinopoli

Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *