Bambini soldato, cresce la piaga secondo la blacklist degli USA

Washington aggiunge Camerun, Libia e Nigeria nella blacklist dei Paesi che reclutano i minori come combattenti in violazione dei diritti dell’infanzia. La CTBTO ha registrato un picco di radiazioni nella Regione baltica: si sospetta il malfunzionamento di una centrale nucleare russa. Intanto, il Covid-19 sta determinando una nuova ondata di fame soprattutto nel Sud del mondo. L’America Latina esprime solidarietà al popolo palestinese: 320 personalità di spicco del mondo accademico, istituzionale e politico hanno firmato una nota congiunta per condannare la politica annessionista di Israele. In Mali, si apre il dialogo tra istituzioni statali e “Movimento 5 giugno”.

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Azerbaijan, come silenziare gli attivisti “usando” il Covid-19

L’ex Repubblica sovietica approfitta del Covid per silenziare il dissenso attraverso detenzioni arbitrarie. Lo denuncia HRW. Benin e Costa d’Avorio disconoscono la giurisdizione della Corte Africana DU, che non potrà più pronunciarsi su eventuali violazioni dei diritti umani. Il “Day of Silence”, iniziativa contro il bullismo verso gli studenti LGTBTQ, compie 25 anni. Secondo il report “Finanza Fossile” di Greenpeace e Re:Common, il settore finanziario italiano inquina più delle centrali a carbone. Infine, il Governatore della Banca Centrale libanese smentisce le accuse rispetto al suo ruolo nella grave crisi economica che sta travolgendo il Paese.

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Libano in fermento. E un film sul calcio narra storie dei rifugiati

Le proteste, partite il 17 ottobre in Libano, continuano senza l’avvio di consultazioni per la creazione di un nuovo Governo, dopo le dimissioni del primo ministro Saad Hariri il 29 ottobre scorso. A creare malcontento è una situazione economica molto difficile, esacerbata dall’introduzione di una tassa sulle chiamate VoIP, e una rabbia diretta ad una intera classe politica ritenuta responsabile dei dissesti del Paese. Il documentarista Stefano Fogliata è da pochi giorni tornato da Beirut, sua città adottiva, e ci racconta sensazioni e pensieri dalla piazza.

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Hong Kong, ecco i ragazzi che combattono gli abusi del potere

Voci Globali incontra Oscar e Tony, due giovani ragazzi cresciuti nell’ex colonia britannica che oggi si ritrovano a fare i conti con una città indebolita, che cerca di resistere alla repressione cinese. Attraverso i loro occhi si ripercorrono lo scoppio della SARS, la rivoluzione degli ombrelli, la crisi immobiliare, i rapimenti di cinque editori, fino a questa nuova protesta, macchiata da continue violenze da parte di una polizia che abusa del suo potere. In questo braccio di ferro con il Governo di Pechino, la storia dell’ex colonia è ancora tutta da scrivere.

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Algeria, basta Bouteflika. Il popolo abbatte il muro della paura

Le attuali proteste pacifiche significano soltanto una cosa per il popolo algerino: l’inizio di un nuovo capitolo nella sua storia. Il Paese, infatti, dopo anni di rivoluzioni e lotte per il potere, si ribella all’annuncio lanciato dal Fronte di Liberazione Nazionale che parla di un quinto mandato del presidente ottantunenne Bouteflika alle votazioni del prossimo 18 aprile. I cittadini scendono in piazza per denunciare l’incapacità dei leader politici di trovare soluzioni volte alla costituzione di una società giovane e creativa. E questa volta non si può ignorare il loro grido.

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Zimbabwe in rivolta, il prezzo per le donne: lo stupro

Tra il 2010 e il 2016 le violenze sessuali in questo Paese sono aumentate dell’81%. In pratica, più di venti donne aggredite ogni giorno. In tempi di incertezza, la situazione può peggiorare e così è durante gli attuali tumulti, a causa della crisi economica che ha colpito il Paese. L’aspetto più inquietante è che i colpevoli dei crimini a sfondo sessuale sono quelle stesse autorità che dovrebbero evitarli. Preoccupante è anche il silenzio e il timore di rappresaglie che impediscono alle donne non solo di denunciare i reati, ma di partecipare attivamente ai necessari cambiamenti della società.

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Egitto, la violenza di Stato e l’illusione della modernità

Da tempo il regime militare egiziano al potere ha aumentato l’uso della violenza, della repressione e delle sparizioni di massa. La comunità internazionale, così come diverse organizzazioni, hanno denunciato più volte le gravi violazioni di diritti umani perpetrate nel Paese. Dal canto loro, tuttavia, il Governo e i suoi sostenitori, tra cui il ceto medio urbano, continuano a negare l’evidenza. Puntando il dito contro rivali e continuando a proporsi come la sola forza che può garantire stabilità e modernità, il regime cela in realtà gravi reati che alla fine si ripercuotono sulla popolazione.

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SOS Nicaragua, un Paese stretto nella morsa della repressione

Centinaia di morti, altrettante persone scomparse e sconcertanti violazioni dei diritti umani rappresentano l’attuale scenario di un Paese governato da un tiranno – così è considerato – determinato a portare avanti una feroce repressione contro le ormai dilaganti proteste civili. ll presidente nicaraguense, Ortega, al potere da oltre vent’anni, non sembra infatti intenzionato a cedere all’oltre 70% della popolazione che vorrebbe un cambiamento al Governo. Ma se l’opposizione politica si è dimostrata debole, il popolo sembra invece determinato a raggiungere la tanto desiderata, e necessaria, democrazia.

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Argentina, la lotta contro le mega-miniere

In molti Paesi dell’America Latina, le attività di estrazione rappresentano un importante settore dell’economia nazionale. Tuttavia, negli ultimi decenni, progetti noti come le miniere a cielo aperto, sono stati causa di numerosi conflitti per la difesa di diritti ambientali e umani. Le popolazioni locali sempre più disincantate dalle false promesse, si sono organizzate per contrastare l’apertura o la continuazione di simili attività, cercando di trovare metodi alternativi e più sostenibili per il proprio sviluppo.

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Quando la protesta nasce sui social e i governi li oscurano

Cresce il malcontento contro politiche e governi, e corre veloce sui canali che le persone usano quotidianamente, ormai in tutto il mondo. Ma la risposta, in molti Paesi, dalla Turchia all’Etiopia, dal Brasile al Vietnam, è oscurare i canali social: bloccare Facebook, Twitter, YouTube per far sì che le criticità non emergano, che gli attivisti non si organizzino, che un movimento di protesta non si possa costituire. E non è solo una questione di diritti politici e di espressione, uno studio sottolinea – infatti – come questi blocchi abbiano anche un grave impatto sull’economia dei Paesi in questione.

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