Algeria, basta Bouteflika. Il popolo abbatte il muro della paura

Le attuali proteste pacifiche significano soltanto una cosa per il popolo algerino: l’inizio di un nuovo capitolo nella sua storia. Il Paese, infatti, dopo anni di rivoluzioni e lotte per il potere, si ribella all’annuncio lanciato dal Fronte di Liberazione Nazionale che parla di un quinto mandato del presidente ottantunenne Bouteflika alle votazioni del prossimo 18 aprile. I cittadini scendono in piazza per denunciare l’incapacità dei leader politici di trovare soluzioni volte alla costituzione di una società giovane e creativa. E questa volta non si può ignorare il loro grido.

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Zimbabwe in rivolta, il prezzo per le donne: lo stupro

Tra il 2010 e il 2016 le violenze sessuali in questo Paese sono aumentate dell’81%. In pratica, più di venti donne aggredite ogni giorno. In tempi di incertezza, la situazione può peggiorare e così è durante gli attuali tumulti, a causa della crisi economica che ha colpito il Paese. L’aspetto più inquietante è che i colpevoli dei crimini a sfondo sessuale sono quelle stesse autorità che dovrebbero evitarli. Preoccupante è anche il silenzio e il timore di rappresaglie che impediscono alle donne non solo di denunciare i reati, ma di partecipare attivamente ai necessari cambiamenti della società.

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Egitto, la violenza di Stato e l’illusione della modernità

Da tempo il regime militare egiziano al potere ha aumentato l’uso della violenza, della repressione e delle sparizioni di massa. La comunità internazionale, così come diverse organizzazioni, hanno denunciato più volte le gravi violazioni di diritti umani perpetrate nel Paese. Dal canto loro, tuttavia, il Governo e i suoi sostenitori, tra cui il ceto medio urbano, continuano a negare l’evidenza. Puntando il dito contro rivali e continuando a proporsi come la sola forza che può garantire stabilità e modernità, il regime cela in realtà gravi reati che alla fine si ripercuotono sulla popolazione.

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SOS Nicaragua, un Paese stretto nella morsa della repressione

Centinaia di morti, altrettante persone scomparse e sconcertanti violazioni dei diritti umani rappresentano l’attuale scenario di un Paese governato da un tiranno – così è considerato – determinato a portare avanti una feroce repressione contro le ormai dilaganti proteste civili. ll presidente nicaraguense, Ortega, al potere da oltre vent’anni, non sembra infatti intenzionato a cedere all’oltre 70% della popolazione che vorrebbe un cambiamento al Governo. Ma se l’opposizione politica si è dimostrata debole, il popolo sembra invece determinato a raggiungere la tanto desiderata, e necessaria, democrazia.

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Argentina, la lotta contro le mega-miniere

In molti Paesi dell’America Latina, le attività di estrazione rappresentano un importante settore dell’economia nazionale. Tuttavia, negli ultimi decenni, progetti noti come le miniere a cielo aperto, sono stati causa di numerosi conflitti per la difesa di diritti ambientali e umani. Le popolazioni locali sempre più disincantate dalle false promesse, si sono organizzate per contrastare l’apertura o la continuazione di simili attività, cercando di trovare metodi alternativi e più sostenibili per il proprio sviluppo.

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Quando la protesta nasce sui social e i governi li oscurano

Cresce il malcontento contro politiche e governi, e corre veloce sui canali che le persone usano quotidianamente, ormai in tutto il mondo. Ma la risposta, in molti Paesi, dalla Turchia all’Etiopia, dal Brasile al Vietnam, è oscurare i canali social: bloccare Facebook, Twitter, YouTube per far sì che le criticità non emergano, che gli attivisti non si organizzino, che un movimento di protesta non si possa costituire. E non è solo una questione di diritti politici e di espressione, uno studio sottolinea – infatti – come questi blocchi abbiano anche un grave impatto sull’economia dei Paesi in questione.

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Bahrain, quasi scomparso dai media, presente sul web

Nell’universo di Twitter, sotto l’hashtag #Bahrain si parla del Gran Premio di Formula 1, della presenza all’Expo 2015 di Milano e di lussuose architetture d’interni. Ma ci sono anche proteste, spesso soffocate duramente e report che parlano di sangue, repressione e torture. Al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia abbiamo incontrato l’attivista Ali Abdulemam, sfuggito alle torture, il quale conferma che la situazione dei diritti umani nel Paese è molto grave.

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Cina, l’escalation di violenza nella lotta uigura

Delegittimare la resistenza pacifica della minoranza musulmana sta comportando un inasprimento del conflitto. Negli ultimi anni, c’è stato un tragico aumento di episodi violenti attribuiti al malcontento degli Uiguri presenti in Cina. Mentre il Governo cinese ha dato la colpa alla radicalizzazione islamica e all’istigazione da parte delle forze straniere, le principali organizzazioni internazionali per i diritti umani indicano come cause della crescente instabilità nello Xinjiang l’aggressione sistematica ai diritti degli Uiguri e l’accresciuta militarizzazione da parte dello Stato.

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