Algeria, basta Bouteflika. Il popolo abbatte il muro della paura

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Jessica Northey e Latefa Narriman Guemar pubblicato su openDemocracy.]

Il presidente Bouteflika si complimenta per la grande affluenza alle urne in uno dei suoi tanti mandati. Immagine ripresa da Flickr/Magharebia in licenza cc. Alcuni diritti sono riservati.
Il presidente Bouteflika si compiace per la grande affluenza alle urne in uno dei suoi tanti mandati. Pubblicata in CC da utente Flickr/Magharebia. Alcuni diritti riservati

Venerdì 22 febbraio per l’Algeria, Paese con alle spalle una lunga storia fatta di rivoluzioni e lotte per il potere, si è aperto un nuovo capitolo. Partite timidamente quel pomeriggio, le proteste hanno guadagnato gradualmente slancio con migliaia di persone, tra cui uomini, donne e bambini, che manifestavano in modo pacifico sventolando le bandiere sulle note dell’inno nazionale. Tutto ciò è avvenuto malgrado il divieto assoluto di protestare nella capitale, in vigore dal 2001. Ma questa volta il popolo algerino è sceso in piazza per farsi sentire.

Non è affatto una decisione semplice quella dell’Algeria di protestare contro il potere politico, soprattutto se si pensa alla violenza impiegata per reprimere le precedenti manifestazioni popolari e al Decennio nero, periodo in cui centinaia di migliaia di cittadini hanno perso la vita, e che ancora oggi rimane una ferita aperta nel Paese.

Perché si protesta?

Dopo settimane vissute nell’incertezza di assistere a un quinto mandato del presidente ottantunenne Bouteflika, nonostante le sue precarie condizioni di salute, l’annuncio da parte del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) di una nuova campagna presidenziale ha provocato delusione e sgomento tra molti cittadini.

Sono molte le ragioni che hanno spinto il popolo algerino a scendere in piazza. Innanzitutto, la revisione della Costituzione da parte dello stesso presidente nel 2016 per superare il limite di due mandati presidenziali, il fatto che il FLN governi il Paese dall’Indipendenza nel 1962, ma anche la mancanza di governance, di uno Stato di diritto e di opportunità per tutti giovani, non solo per quella piccola oligarchia che continua a monopolizzare il potere. Questi sono solo alcuni dei motivi delle proteste.

I cittadini hanno risposto in massa senza violenze o divisioni. Niente slogan settari, niente appelli islamisti e neanche messaggi discordanti da parte di partiti politici. Lo slogan “Chaab w chorta, khawa, khawa” [la polizia e il popolo sono fratelli] ha forse contribuito alla relativa assenza di repressione da parte delle forze dell’ordine. “Joumhouria machi Mamlaka” [Questa è una Repubblica non una monarchia] hanno gridato i manifestanti, ricordando la natura repubblicana dell’Algeria, un traguardo, questo, pagato con la vita di milioni di individui, tra cui migliaia di donne,  durante la Guerra di Liberazione.

Infatti, come in tutte le occasioni in cui la nazione ha chiesto aiuto al suo popolo, le donne algerine erano presenti e la loro lotta, insieme a quella degli uomini, resta di fondamentale importanza nella costruzione di un’Algeria moderna e repubblicana in cui finalmente vengano rispettati i diritti di ciascuno.

Da Chlef a Bejaia fino ad Algeri, le donne hanno marciato ricordandoci quanto sia importante la riconquista dei loro diritti alla città e alla cittadinanza. Le donne della diaspora, tra cui moltissime giovani, hanno protestato a Parigi, a Marsiglia, a Montreal e a Londra sostenendo le loro concittadine a casa nella lotta contro gli “issaba” [i briganti]. A Londra, nel corso di una protesta, una donna ha insistito per prendere la parola: “Non solo non vogliamo un quinto mandato di Bouteflika, ma chiediamo riforme radicali per l’attuale governance del Paese”, ha affermato.

Per quanto non sembri, il Governo algerino non è una dittatura. Bouteflika non è odiato e questo lo dimostrano i manifestanti che gli augurano perfino di godere di buona salute. I cittadini e i giovani, tuttavia, ne hanno semplicemente abbastanza dell’attuale status quo e dell’incapacità, che ormai accomuna tanti Paesi nel mondo, dei leader politici di trovare soluzioni volte ad una società giovane, vivace, intelligente e creativa. Questa è una protesta per la giustizia, lo Stato di diritto, l’uguaglianza, una buona governance e migliori politiche future.

I giovani vogliono e meritano di avere un ruolo nella vita politica, sociale ed economica per costruire un futuro migliore. Negli ultimi dieci anni, lo hanno fatto accuratamente fuori dalla sfera politica attraverso la partecipazione attiva ad associazioni, il giornalismo e azioni comunitarie. Ma questo non basta.

Nessuno sa cosa accadrà. Queste spontanee manifestazioni nazionali, ben organizzate e basate su saldi principi hanno seminato una grande speranza tra tutti i cittadini sia nel Paese che all’estero. Si teme, tuttavia, che i media occidentali possano travisare quello che per la storia del Paese rappresenta un momento fondamentale.

La politica è già cambiata e continuerà a farlo. Gli algerini, per troppo tempo, sono rimasti vittime di umiliazioni da parte dell’élite politica dominante e ora si sono ribellati a tutto ciò. Il potere deve essere condiviso, deve rappresentare onestà e integrità, essere in linea, dunque, con i principi della Rivoluzione del 1954 contro il colonialismo. Ancora una volta i cittadini dovranno essere ascoltati.

Luciana Buttini

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica e Specializzata in Lingue per la cooperazione e la collaborazione internazionale, lavora come traduttrice freelance dal francese e dall'inglese in vari ambiti.

Luciana Buttini

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