ISIS, la controversa politica dei rimpatri in Asia Centrale

Si stima che tra il 2011 e il 2018 un numero di cittadini asiatici compreso tra 2.000 e 5.000 si siano trasferiti in Siria o in Iraq per sostenere lo Stato Islamico. Alcuni si sono sposati lì e hanno avuto dei figli, altri sono andati via con le famiglie e hanno avuto poi altri bambini. Ora che i gruppi armati estremisti hanno perso gran parte del loro territorio, molti di questi soggetti sono nei campi rifugiati, e si pone la questione di se e in che modo rimpatriare queste persone nei Paesi di origine cercando di reintegrarli nel modo migliore. La questione è importante anche per le molte donne, e i loro bambini, coinvolti.

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Fatimah, l’artista irachena che insegna la libertà alle donne

Come si vive in Iraq nel 2019? Uno sguardo alla vita di tutti i giorni – quella della gente comune – filtrata attraverso gli occhi di un’artista ventiseienne nata in una delle città più conservatrici del Paese. Al di là del conflitto e dello Stato Islamico rimangono altri problemi irrisolti: dispotiche società tribali, oppressione delle donne, settarismo, acqua contaminata, navi che affondano e anarchia generale, situazioni che tengono la vita degli Iracheni continuamente appesa ad un filo.

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Iraq, la vita senza patria degli Yazidi. Voci dal campo di Shari

Tra il 2014 e il 2017, in Iraq l’Isis massacrava migliaia di Yazidi. Senza parlare dell’orrore per centinaia e centinaia di donne, come Nadia Murad, rapite per diventare schiave del sesso. Ma dove sono oggi tutti i sopravvissuti? Come sono scampati al genocidio? Li abbiamo intervistati nei campi profughi e nei luoghi dove sono rifugiati. Ci hanno raccontato le loro storie e come cercano di dimenticare le tragedie vissute. Ma non è facile. La vita nei in questi luoghi è al limite delle condizioni umane e non c’è ancora speranza di tornare a casa. Ammesso che una casa ci sia ancora.

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Isis, in Iraq restano impuniti i crimini verso le donne Yazide

In territorio iracheno la guerra contro l’ISIS è finita, ma non le conseguenze devastanti per il popolo degli Yazidi, in particolare per le donne, da anni vittime di violenze atroci da parte dei membri dello Stato Islamico. Ora è necessario che il Governo iracheno garantisca tutela adeguata a queste vittime e un sistema giudiziario appropriato e in linea con la comunità internazionale, che punisca i responsabili di questi crimini contro l’umanità. Solo allora, per questo popolo sarà possibile andare oltre gli orrori della guerra e sperare in un futuro migliore.

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Migliaia di bombe e di morti, ma lo Stato Islamico resiste

Lo scorso ottobre il presidente americano Donald Trump dichiarava trionfante la sconfitta del Califfato islamico in seguito alla caduta della sua roccaforte, Raqqa, in Siria. Nonostante le migliaia di bombe e missili sganciati negli ultimi anni, i movimenti estremisti non hanno tuttavia smesso di diffondersi. Visti i precedenti dopo l’11 settembre e le recenti missioni in diversi territori africani, occorre che le forze internazionali si concentrino più sui disagi sociali ed economici che alimentano questi movimenti, piuttosto che su continui interventi militari di ampia portata.

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Siria, le “voci di dentro” delle donne che descrivono la guerra

In mezzo alle notizie che quotidianamente giungono dal Paese in guerra, scrittrici, giornaliste e sopravvissute stanno dando voce alla gente comune tramite storie che raccontano il costo reale del conflitto siriano. Se questo è un corpo di letteratura che, purtroppo, può solo continuare a crescere, questi libri rappresentano un punto di partenza vitale per fornire prove cruciali in tempo di guerra o cronache di cambiamenti sociali e storici che portano alla luce narrazioni reali a volte in contrasto con quelle ufficiali.

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Siria, nessuno sta vincendo una guerra destinata a continuare

Mentre il conflitto sta per entrare nell’ottavo anno molti commentatori, tra cui leader di governo, vogliono far passare il messaggio che la guerra stia volgendo al termine. Queste indicazioni sono fuorvianti. La guerra in Siria – di fatto – continua, nonostante la sconfitta territoriale dello Stato Islamico. Centinaia di migliaia di persone continuano a subire la fame e la guerra e la situazione di questa nazione divisa sembra essere bloccata in una sanguinosa violenza che probabilmente andrà avanti anche nel 2018. Più la situazione cambia più sembra rimanere la stessa.

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Kabul, il respiro del sangue e le urla del dolore e della morte

È blindata Kabul, c’è un check point quasi ogni 500 metri, posti di blocco, barriere di cemento, filo spinato, hummer e mitragliatrici a tagliare in due le strade. In Occidente arriva una piccolissima percentuale di notizie, ma qui c’è un attentato in media ogni tre giorni, le vittime sempre e solo afghane, una strage che porta via ogni speranza. Le forze internazionali si occupano solo di determinate missioni, e di fornire addestramento, ma nelle strade ci sono sempre e solo loro, gli Afghani, ancora una volta soli contro il terrore e a respirare sangue.

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Impegno armato e petrolio, la forza dei curdi indipendentisti

Determinanti nella guerra aI califfato nero, i curdi iracheni e siriani sono al centro della geopolitica del Medio Oriente e il ridisegno dei suoi confini, tra nuove e vecchie alleanze e inveterati interessi economici. Le aspirazioni di autonomia in Siria e il recente referendum in Iraq, sulla scia del sacrificio di tanti miliziani e miliziane, pongono alla comunità internazionale, Italia compresa, una questione di ordine etico. Intanto, negli ultimi anni il loro ruolo nello scacchiere mediorientale si è rinforzato.

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Estremismo in Africa, decide la povertà più che la religione

Lo dice un Rapporto ONU basato su interviste a circa 500 ex affiliati – giovani tra i 17 e i 26 anni – all’ISIS, Boko Haram, Al-Shabaab, Al-Qaeda. I fattori principali a favorire il reclutamento sono povertà, scarsa scolarizzazione, assenza di lavoro e comportamenti dei Governi. Il 57% ha ammesso di “comprendere poco o nulla dell’interpretazione dei testi religiosi”. “Dove c’è ingiustizia e deprivazione le ideologie estremiste si presentano come una scappatoia e una sfida allo status quo” si legge nel Report. Il rischio di azioni violente da parte di gruppi estremisti è alto e va crescendo ulteriormente e i motivi sono dunque evidenti, e stanno meno nell’appartenenza religiosa che nei fattori socio-economici.

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