La Turchia neo-ottomana e autoritaria di Erdoğan verso le elezioni

Mappa che mostra la situazione sul campo dall’offensiva turca dell’ottobre 2019. Foto dell’utente Rr016 da Wikimedia Commons

L’attentato del 13 novembre 2022 a Istanbul ha riacceso i riflettori sul conflitto che da diversi anni coinvolge il Nord della Siria e dell’Iraq. Dal 2016 la Turchia ha intrapreso delle operazioni militari contro le forze dell’Amministrazione Autonoma della Siria e del Nord Est. Il conflitto si è esteso anche alla Regione Autonoma del Kurdistan Iracheno.

L’attacco dinamitardo rischia di divenire il preludio per una nuova operazione militare turca su vasta scala. Tuttavia, dietro una possibile escalation militare non vi è soltanto il conflitto con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Nell’estate 2023 i cittadini turchi si recheranno alle urne e i sondaggi mostrano per la prima volta Erdoğan e il suo Partito della Giustizia e Dello Sviluppo (AKP) in difficoltà.

L’attacco che ha coinvolto l’Istiklal Caddesi ha provocato sei vittime, di cui due bambini e circa 80 feriti. Nonostante sia trascorso un mese dai fatti, nessun gruppo ha rivendicato l’azione.

Il Governo turco ha immediatamente attribuito la responsabilità al PKK, arrestando in poche ore una donna di origini siriane. Oltre alla donna, anche gli altri sospettati hanno confermato le ipotesi di Ankara. Per contro, sono numerose le perplessità sulle indagini condotte dalla Turchia. Appena dopo l’attacco, Internet e i principali social media sono stati bloccati, permettendo alle autorità di effettuare un gran numero di perquisizioni nel giro di poche ore.

Il timore che tale azione possa condurre a un aggravamento della situazione nel Rojava e nel Kurdistan iracheno non è del tutto infondato. Dal 2019 la Turchia è impegnata direttamente sul territorio siriano per mantenere una “zona di sicurezza” nei confronti delle Forze Democratiche Siriane (SDF).

La coalizione a guida curda dal 2015 è impegnata nella lotta contro l’ISIS con il supporto diretto degli Stati Uniti. L’affinità ideologica che lega le SDF e il PKK, che dal 1990 guida un’insurrezione nel Sud-Est della Turchia, ha spinto Ankara a portare lo scontro direttamente in Siria e in Iraq.

Oggi, la popolazione in questi territori è sottoposta da diverse settimane a un serrato bombardamento da parte dell’esercito turco.

Dopo l’attentato, Erdoğan aveva già dichiarato che, nel quadro dell’operazione “Spada Artiglio”, oltre alle operazioni aree sarebbe potuta seguire un’offensiva di terra. Tale possibilità rischia di compromettere ulteriormente la situazione nella regione. La pressione militare turca ha infatti interrotto le attività di contrasto contro l’ISIS delle SDF, ora concentrate sulle forze di Ankara.

Le azioni della Turchia sono state condannate sia dagli Stati Uniti che dalla Russia. Tuttavia, nessuna delle due superpotenze sembra essere disposta a frapporsi tra i due schieramenti.

Pattuglia dello YPG nel 2015 nella regione di Shengal situata nel Nord-ovest dell’Iraq. Foto dell’utente Kurdishstruggle da Wikimedia Commons

Il peso della Turchia è aumentato notevolmente a causa della guerra in Ucraina. Il suo esercito è il secondo per dimensione all’interno dell’Alleanza Atlantica. L’adesione di Svezia e Finlandia è rimasta in sospeso principalmente a causa dal veto turco. Ciò ha recentemente spinto la Svezia a rimpatriare in Turchia per la prima volta un dissidente curdo. Attualmente, tale decisione è stata congelata dalla Corte Suprema Svedese, ma è probabile che le pressioni turche continueranno a influire nella vicenda. Al contempo, Ankara è la principale mediatrice tra russi e ucraini.

Tuttavia il sostegno militare fornito dalla Turchia all’Ucraina rimane un nervo scoperto per Mosca.  L’aggravarsi del conflitto ucraino però, potrebbe convincere la Russia ad accettare uno smantellamento delle posizioni curde. A prescindere da questa possibilità, un indebolimento del regime di Bashar al-Assad, a causa di un rafforzamento delle formazioni jihadiste filo-turche intorno a Idlib, rappresenterebbe uno scenario inaccettabile per i russi.

D’altra parte, il rinnovato slancio militare di Ankara è senza dubbio influenzato anche dalla situazione politica interna. Nonostante i risultati ottenuti sul piano internazionale e strategico, Erdoğan sembra essere in difficoltà nell’affrontare i problemi reali del Paese. L’economia turca è colpita da una pesante inflazione, circa l’84% e la situazione finanziaria si è deteriorata a causa della pandemia. Il pessimismo e le preoccupazioni per il futuro dell’opinione pubblica si ripercuotono dunque sul consenso elettorale del presidente.

L’AKP sembra essere sceso nei sondaggi. L’opposizione, guidata dal Partito Repubblicano Turco (CHP), sta cercando di raccogliere attorno a sé una piattaforma elettorale anti-Erdoğan.

Inoltre, malgrado la serrata campagna di arresti ai danni dei suoi esponenti, il Partito Democratico dei Popoli (HDP) gode di un sostegno ancora rilevante ed è l’unico partito contrario alle operazioni militari in Iraq e in Siria. Infine l’opposizione turca sembra essere intenzionata a ridiscutere la politica estera, migliorando innanzitutto i rapporti con la NATO. Difatti, come emerso nei giorni scorsi, Erdoğan ha sfidato nuovamente Atene, rilasciando delle dichiarazioni particolarmente ostili sulle capacità militari turche, riaccendendo la tensione nell’Egeo.

Evento del Partito Repubblicano Turco (CHP) svoltosi nel maggio 2022. Foto dell’utente Hilmi Hacaloğlu da Wikimedia Commons

Uno dei punti principali del CHP è riportare la Turchia nell’orbita europea, rinvigorendo il carattere laico e democratico del Paese. Dal tentato golpe del 2016, la Turchia ha progressivamente inasprito i suoi tratti autoritari e la svolta presidenzialista del 2018 ne è stata una dimostrazione.

La recente condanna del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoğlu, che ha compromesso la sua candidatura alle elezioni, dimostra il carattere aggressivo di Erdoğan nei confronti degli avversari. La condanna del suo principale sfidante segue quella pretestuosa di Canan Kaftancioğlu anch’essa figura di spicco del CHP. Infine, i ripetuti blackout di Internet e mezzi di comunicazione durante degli eventi critici e le attività di contrasto alla libertà di espressione, sono divenuti strumenti sempre più utilizzati dal Governo.

Eppure, l’autoritarismo e il processo di reislamizzazione della società turca, attraverso lo smantellamento dell’eredità kemalista, non sembrano essere condivisi da tutti.

Le dimissioni di Mahir Ünal, membro di spicco dell’AKP e i recenti scontri nel Parlamento, mostrano come il partito e la sua leadership non siano del tutto immuni alle critiche. Nel corso degli anni l’AKP ha cercato di rilanciare il Paese con una politica estera “neo-ottomana”, concentrandosi su Balcani, Asia Centrale e Africa.

Inoltre, da diverso tempo, Erdoğan porta avanti una lunga campagna contro ogni forma di dissenso.  A  subirne gli effetti negativi sono state principalmente le minoranze e la società civile. Internamente, la repressione ha colpito coloro che sono considerati vicini al movimento del dissidente politico turco Fethullah Gülen. Esternamente invece, il nazionalismo curdo del PKK è stato utilizzato per distogliere l’attenzione dalle difficoltà economiche del Paese.

Con il volgere al termine del proprio mandato, il dominio pressoché indiscusso di Erdoğan sulla politica turca sembra iniziare a scricchiolare. Sebbene le elezioni siano ancora lontane, i bisogni inascoltati dei cittadini potrebbero spostare i voti verso l’opposizione. Dopo quasi vent’anni di controllo politico del Paese, per la Repubblica Turca potrebbe aprirsi un nuovo corso politico.

 

Alessandro Cinciripini

Attivista dell’ANPI, laureato in Studi dell’Africa e dell’Asia presso l’Università di Pavia, interessato a Vicino Oriente, Balcani e diritti umani. Attualmente a Sarajevo dove si occupa di progetti di promozione sociale e interculturale.

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