Egitto, non si ferma la violenza di Stato, il mondo sta a guardare

Lo Stato egiziano versa in pessime condizioni per quanto riguarda il rispetto dei fondamentali diritti umani e delle libertà. Il dissenso è preso di mira attraverso metodi di repressione brutale e violenta, al di fuori di ogni confine di legalità. La lotta al terrorismo è diventata uno strumento per giustificare arresti di massa di attivisti civili, oppositori politici, giornalisti, pacifici manifestanti. al-Sisi ha instaurato un regime di oppressione pericoloso, che non sembra smuovere le reazioni dei capi di Stato del resto del mondo.

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Nel Nagorno Karabakh si cerca ancora la pace dal lontano 1991

Nel Caucaso, un piccolo territorio ancora in cerca delle propria identità potrebbe iniziare un nuovo capitolo della sua travagliata storia. Il Nagorno Karabakh, indipendente ma non riconosciuto, è chiamato alle urne e il risultato delle elezioni potrebbe favorire il rafforzamento della rivendicata autonomia. In questo territorio, infatti, sono ancora tangibili le fratture etniche e di confine risalenti ai tempi dell’URSS. Dopo guerre e persecuzioni a danno di armeni e azeri, la regione del Caucaso vuole liberarsi dalle rivendicazioni di potere di Yerevan e Baku.

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Cile, l’ombra di Pinochet sulla repressione violenta della piazza

Violenza, frustrazione, rabbia: questo sta esprimendo da quasi due mesi la piazza cilena. Quello che finora era considerato lo Stato modello della democrazia capitalista in America Latina , oggi è un Paese a pezzi. Il Cile, attraverso le manifestazioni esplose il 18 ottobre, chiede un cambio di rotta radicale. E, soprattutto, l’eliminazione dei segni della dittatura di Pinochet, ancora troppo evidenti nella Costituzione del 1980 e nel modello economico liberista. Dopo circa 30 anni di vita senza regime, infatti, il Cile primeggia per disuguaglianza sociale e iniqua distribuzione della ricchezza.

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Vivere nella Striscia di Gaza, da 70 anni prigione a cielo aperto

Esiste un territorio nella regione palestinese che è considerato una sorta di prigione per i suoi circa 2 milioni di abitanti. È la Striscia di Gaza, lingua di terra incuneata tra Israele ed Egitto che ogni giorno deve fare i conti con le restrizioni alle libertà imposte nel 2007 dal Governo di Tel Aviv. Persone e beni di prima necessità riescono a transitare nella Striscia solo in base a quote stabilite da Israele. La conseguenza è l’aumento di povertà, frustrazione e violenza tra i suoi abitanti, ancora in cerca di libertà e giustizia. Ce lo racconta Ahmed Masoud, originario di Gaza e autore del romanzo “Scomparso”, edito in Italia da Legeb.

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La Russia di Putin, dove oppressione e repressione sono legge

Attivisti politici, difensori dei diritti umani, giornalisti: tutti sono entrati nel mirino della deriva autoritaria russa. Attraverso legislazioni arbitrarie, restrizioni delle libertà di espressione e di informazione, intimidazioni e incarcerazioni illegali, il presidente Putin sta cercando di mettere il bavaglio al suo Paese. Quali conseguenze? Sicuramente in Russia si è meno liberi e non garantiti dinanzi a ingiustizie e controlli governativi, sempre più stringenti. E la lista delle denunce di quanto accade si fa sempre più lunga.

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La Turchia di Erdoğan sta cancellando diritti e libertà

Il più alto numero di giornalisti condannati e in detenzione: questo è il triste ed allarmante primato dello Stato turco. Dopo il fallito golpe del 2016 e lo stato di emergenza fino al 2018, il presidente Erdoğan continua la sua politica di controllo repressivo del Paese. Ad oggi sono ancora molti i difensori di diritti umani, gli attivisti civili e gli operatori della stampa libera a subire ingiusti processi. Il popolo turco sta rischiando di perdere le basilari libertà, subendo persino l’oscuramento di Wikipedia.

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Africa e Medio Oriente, la calda estate all’insegna della violenza

Il bilancio dei fatti accaduti durante l’estate è drammatico. Il terrorismo radicale jihadista ha fatto vittime in Egitto, Somalia, Nigeria, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo. Le lunghe e violente guerre civili in Siria e Yemen hanno registrato nuovi attacchi e offensive distruttive, mentre nel territorio libico le truppe di Haftar hanno ripreso l’avanzata. Le proteste in Malawi contro l’irregolare elezione presidenziale e le tensioni mortali tra Israeliani e Palestinesi chiudono un quadro davvero preoccupante.

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Rifugiati siriani in Libano, crescono l’intolleranza e il rifiuto

Il governo libanese ha ordinato agli sfollati siriani presenti sul proprio territorio di demolire tutte le abitazioni che non sono conformi al codice abitativo del Governo centrale. Questa imposizione significa per molte famiglie rifugiate la distruzione di alloggi in mattoni e l’allestimento di abitazioni in legno e teli di plastica. L’ordine libanese è entrato in vigore dal 1 luglio, a conferma di una politica di intolleranza e violenza nei confronti dei circa 1,5 milioni di siriani ospitati nel Paese. Povertà e condizioni economiche drammatiche stanno colpendo siriani e libanesi. Cacciare i rifugiati è la risposta politica di Beirut.

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Muri e recinzioni: ecco come e dove il mondo si sta chiudendo

Botswana e Zimbabwe, India e Bangladesh, Francia e Inghilterra, Bulgaria e Turchia, USA e Messico, ma anche Italia e Slovenia: sono soltanto alcuni degli Stati che hanno deciso di chiudere i propri confini con vere e proprie fortificazioni. Con l’obiettivo di proteggere i cittadini e di eliminare l’illegalità, molti Paesi nel mondo stanno adottando la politica “dei muri”. Bloccare materialmente il passaggio delle persone sembra, dunque, la soluzione migliore per eliminare i problemi. Alle storiche diatribe territoriali di Cipro, Marocco, Irlanda si affiancano le nuove emergenze migranti per giustificare fili spinati ad alta sorveglianza.

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Dalle rotte dei Balcani storie di violenze e soprusi sui migranti

Respingimenti illegali, violenze fisiche, violazioni continue dei diritti umani: questa è l’accoglienza riservata ai richiedenti asilo che tentano di entrare in Croazia. L’Europa dell’Est continua ad essere teatro di sofferenze e di politiche severe. Dopo la chiusura dei confini ungheresi, chi arriva sulla rotta bosniaca si ritrova ammassato in campi ormai al collasso. Il “gioco” dell’attraversamento di foreste e fiumi verso il territorio croato si trasforma, infatti, in espulsioni coatte illegali e nella negazione della primaria assistenza. Tutto questo nel cuore dell’Unione Europea.

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