Dieci anni di Voci Globali, l’informazione con i piedi nel mondo

Mi è rimasto fisso nella memoria il momento in cui un gruppetto di persone, che per inciso si incontravano per la prima volta di persona, hanno deciso di fondare VG. La nostra poteva sembrare una decisione irrazionale, senza un editore pagante alle spalle e un panorama dell’informazione che sembrava saturo. E invece l’assenza di qualcuno che pretendesse e magari censurasse è stata la nostra forza, e di storie trascurate nel mondo ce n’erano (e continuano ad essercene) tante. Continuiamo a fare giornalismo “di resistenza”, legato a progetti sul campo nel continente africano. Per mischiarci con le realtà del mondo e così raccontarvele.

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Reporter, quei moderni Griot che raccontano le voci di dentro

Raccontare il mondo con autenticità ed empatia è un bisogno ancestrale. Ed è un’arte difficile che passa attraverso conoscenza ed empatia.Lo sanno bene quei fotoreporter che, con immagini e parole, diffondono la conoscenza di luoghi, persone, stati d’animo, senza cadere nella trappola dei pregiudizi, del sensazionalismo, della banalità. Un po’ ladro e un po’ rivoluzionario, il reporter si serve da sempre della fotografia per costruire ponti tra chi osserva e chi viene immortalato. Se poi è un cooperante, il suo affascinante e difficile compito del narrare è ancora più impregnato di vita vissuta.

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Tribunale Permanente dei Popoli, 40 anni in difesa dei diritti

Era il 1979 e a Bologna nasceva il TPP per opera del senatore Lelio Basso. Ancora oggi i diritti umani non rivestono un ruolo centrale né in Europa né in Italia. L’anniversario che cade quest’anno è un’occasione infatti per ricordare come sia stata inascoltata la sentenza del suddetto tribunale i cui membri si sono incontrati – un’ultima volta – a Palermo nel dicembre 2017. La sessione affrontava la questione migranti, tanto centrale oggi nella politica italiana ed europea, e il tribunale elencava i responsabili della situazione attuale proponendo già allora azioni risolutive. Il testo della sentenza resta tuttavia lettera morta e rimane inascoltata.

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Turchia, l’arte di strada “arma” contro la repressione ideologica

L’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi dovrebbe far riflettere sulla situazione dei media in Turchia. La libertà di espressione è sempre più limitata e manipolata dal Governo. Mentre alcuni si autocensurano per paura di essere arrestati, altri agiscono nell’ombra, usando mezzi di diffusione non convezionali, per aprire gli occhi alla gente. Tra questi il giovane Adekan, che con i suoi murales vuole scuotere le coscienze, ma anche nomi più famosi, come lo scrittore Orhan Pamuk, che con la creazione di un particolare Museo cerca di proteggere la società turca dall’abisso della censura.

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Fumetti e graphics per raccontare le vite dei migranti in viaggio

Dopo l’esposizione alla biennale di Liverpool dell’opera d’arte The List, sono numerosi gli artisti e i giornalisti ad impiegare le storie grafiche per condividere e raccontare le esperienze di migrazione dei profughi. Welcome to the New World, Threads From the Refugee Crisis, Over Under Sideways Down, sono solo alcuni dei tanti titoli di fumetti di questo genere. L’obiettivo è dar voce alle storie di “coloro che non contano”. Tramite il racconto di viaggi reali, la rappresentazione di ricordi traumatici e una serie di immagini, i comics diventano un potente strumento per far luce sulle singole vite dei profughi oscurate dalla crisi globale.

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Turchia, difendere il giornalismo in un clima di terrore

Negli ultimi anni il numero di giornalisti arrestati con false accuse è cresciuto notevolmente nel Paese e molti media ritenuti critici dalle autorità sono stati chiusi. Per superare questa situazione, il giornalismo turco ha bisogno della solidarietà dei media di tutto il mondo per ribadire che il giornalismo non è un crimine. Questa solidarietà si sta manifestando attraverso la campagna #FreeTurkeyMedia lanciata da alcune delle più importanti organizzazioni per la libertà di espressione. Intanto, dal 2016, 120 giornalisti sono stati imprigionati e 180 organi di stampa sono stati chiusi.

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Sostituire la bellezza e il valore alle parole futili e dannose

Come siamo arrivati a questo punto? Una società in cui l’abuso, la violenza, l’insulto sono diventate norma? È inutile far finta di nulla, chiudere gli occhi e sperare che le cose cambino. Niente cambia se NOI non cambiamo. Abbiamo vissuto nel benessere e lo abbiamo usato tutto, abbiamo vissuto nelle libertà e le stiamo umiliando tutte. Abbiamo vissuto nel diritto di parola e ormai queste parole le stiamo semplicemente vomitando. Uno schifo che però pare non ci nausei ancora abbastanza.
Eppure, proprio in questo sconcerto, in questo nulla camuffato dal rumore di parole senza senso e senza profondità, ci sono tante persone che fanno, scoprono, imparano, si sforzano quotidianamente. Per cambiare e migliorare se stessi, prima di lanciarsi in quel mondo che ha bisogno di loro. Nulla cambierà se singolarmente non decideremo di cambiare. Una strada è quella della crescita interiore, dello sforzo quotidiano e dell’applicazione della “teoria della creazione di valore” nelle nostre vite.

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“Fake news”, perché ci si crede e come frenarne la diffusione

Come possiamo distinguere tra fatti, dibattito legittimo e propaganda? Dopo il voto sulla Brexit e la vittoria di Trump i giornalisti hanno versato fiumi d’inchiostro per discutere la diffusione di notizie false nei social media e il loro impatto sul funzionamento della democrazia e sul giornalismo. Ancora non c’è sufficiente ricerca su queste tematiche ma molto si può imparare dagli studi già esistenti sui comportamenti online e offline. E cominciare ad applicare qualche regola per essere meno ingenui o stroncare le falsità.

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Trump e Brexit, giornalismo di qualità per evitare nuovi errori

Le autocritiche non bastano. Per evitare distorsioni della realtà e previsioni totalmente sbagliate, come è accaduto per le elezioni del presidente Usa e il referendum Brexit, bisogna tornare a un giornalismo di qualità e di verifica delle fonti. C’è da rafforzare il rigore e l’indipendenza rispetto alle influenze della politica e occorre promuovere la qualità degli spazi pubblici di dibattito, contribuendo a una crescita nell’uso dei social. Altrimenti si rischia di tornare – ma già in realtà ci siamo dentro – al giornalismo scandalistico del passato.

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Media nel mirino, la lotta quotidiana dei giornalisti afghani

La libertà di stampa e di informazione faticosamente conquistata, soprattutto dalle donne è messa sempre più a repentaglio dagli attacchi dei Taliban. Quello afgano è un contesto nel quale competenza, indipendenza e una relativa libertà di stampa si sono affermate dopo la cacciata dei Taliban nel 2001, e la conclusione di lunghi anni di repressione ha risvegliato la fame di informazione della popolazione. Proprio la crescente influenza degli attori mediatici mette in pericolo i giornalisti, e spesso gli obiettivi sono i reporter indipendenti.

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