Capelli come arma di ribellione e affermazione. Gesto di sorellanza

Il caso di Mahsa Amini, arrestata lo scorso settembre con l’accusa di aver violato la legge che obbliga le donne a coprirsi i capelli, e poi uccisa, ha infiammato le proteste in Iran e scosso il mondo. Donne di vari Paesi e culture hanno condiviso immagini e video di loro stesse che si tagliano i capelli per dimostrare sostegno. Più in generale, la scelta su come acconciarsi o tagliarsi i capelli è un atto quotidiano con cui milioni di donne rivendicano la propria identità, cercano di inserirsi, lottano per i propri diritti o si attengono a norme rispetto a cui, troppo spesso, non hanno voce in capitolo.

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Brasile, le vittime invisibili di uno Stato che fa guerra alle favelas

A distanza di un anno dal raid di polizia più violento della storia di Rio de Janeiro, le madri e i parenti delle vittime non hanno ancora ottenuto giustizia. Queste persone, non potendosi permettere di cambiare casa, sono obbligate a rimanere nelle favelas, convivendo con la costante paura che altri familiari possano rimanere uccisi in simili operazioni. La violenza della polizia brasiliana non è una novità: secondo i dati, gli omicidi per mano delle forze di pubblica sicurezza sono quasi triplicati tra il 2013 e il 2020. E l’agenda pro armi di Bolsonaro complica ulteriormente la situazione.

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El Salvador, la terribile legge contro l’aborto viola i diritti umani

Sebbene molti Paesi dell’America Latina abbiano depenalizzato l’aborto, almeno in circostanze come lo stupro o l’incesto, El Salvador resta una delle poche nazioni in cui vige il divieto assoluto. In questa nazione sono ancora tante le donne che, a seguito di un aborto spontaneo o di un parto di un feto morto, vengono accusate di omicidio aggravato e sono costrette a scontare anni di reclusione. Azioni penali di questo tipo costituiscono una violazione dei diritti umani. L’articolo analizza la questione citando i casi di alcune donne salvadoregne accusate e processate ingiustamente.

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Il ruolo delle donne nei conflitti armati e nei processi di pace

L’anniversario della Risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ricorda il valore della pace, prerequisito fondamentale per la salute, l’uguaglianza e la sicurezza umana. In questi ultimi vent’anni, dieci risoluzioni sono state dedicate dall’ONU al tema delle donne, connesso alla pace e alla sicurezza. L’imperativo categorico sembra proprio essere quello dell’inclusione. Il ventesimo anniversario della risoluzione si svolge in un mondo in cui due miliardi di persone vivono in Paesi dove sono in atto conflitti. Che ruolo hanno le donne oggi nei contesti di guerra e pace?

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Aborto, dalle proteste in Polonia al divieto assoluto di Malta

In Europa si continua a discutere sulla legittimità o meno del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Il tema è tornato ad essere di forte attualità in seguito alla decisione presa dalla più alta Corte polacca, lo scorso 22 ottobre, di vietare quasi in maniera assoluta l’aborto. Tutto ciò ha provocato numerose proteste in molti Stati europei. Dalla Spagna progressista, alla Francia, all’Irlanda, alla “cattolicissima” Malta, un excursus su alcune delle esperienze europee più significative legate all’aborto e alla sua depenalizzazione.

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Ecofemminismo, in difesa della Terra per una nuova umanità

Dominio e profitto rappresentano le fondamenta del sistema socio-economico odierno, ma esistono alternative a questo tipo di oppressione. Sono spesso i movimenti sociali dal basso che mettono in campo tali possibilità, soprattutto quando ad agire e cooperare è chi l’oppressione la subisce. Ambientalismo e femminismo si incontrano in un campo comune di resistenza, attivismo e trasformazione, per i diritti della Terra e per la dignità della vita di tutte e tutti.

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Sudafrica, centri antiaborto violano la legge sostenuti dagli USA

Nonostante l’aborto sia legale in molti Paesi del continente africano, i cosiddetti “centri di risorse per la gravidanza” si adoperano per dissuadere le donne dal ricorrere all’interruzione di gravidanza. Si tratta di strutture di stampo cristiano conservatore, molto vicini alla destra statunitense. Tali pressioni violano di fatto le leggi che tutelano la popolazione femminile. A seguito delle rivelazioni di openDemocracy, le autorità sanitarie sudafricane dichiarano di voler mettere fine a queste sistematiche manipolazioni, inaccettabili e soprattutto illegali.

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Sudan, dove le donne non hanno ancora smesso di lottare

L’universo femminile di questo grande Paese è impegnato da anni nella riforma delle leggi che regolano i diritti personali e civili, in particolare quelli delle donne. Una riforma difficile, in quanto le norme sono basate sulla sharia ed è difficile superare le barriere religiose e della tradizione. Ma è questa la battaglia su cui si sta concentrando l’impegno di persone come Alaa Salah, icona della rivoluzione che insieme ad altre attiviste e femministe sta accompagnando il movimento verso un nuovo Sudan, libero da oppressioni e da ingiustizie. Alcuni risultati sono già stati raggiunti, dopo la caduta di al-Bashir.

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Crisi climatiche ostacolo al progresso verso la parità di genere

Agricoltori e pescatori che per la loro sussistenza dipendono direttamente dal mondo naturale, saranno tra le principali vittime dell’emergenza climatica. Con l’accumularsi dei problemi ambientali si disgregano infatti le reti di sostegno delle comunità. E a causa della disparità di genere, nelle regioni del mondo che sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici, le donne rischiano di soffrire più degli uomini. Occorre sempre più il concreto sostegno delle comunità internazionale sia nel superamento degli stereotipi di genere che nella ricerca di nuove soluzioni.

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Se le jihadiste “abiurano” e vogliono tornare a casa

Ingenue e vittime di soprusi, o artefici consapevoli di violenza e terrore? Il ruolo delle donne che avevano scelto di lasciare le proprie case per unirsi allo Stato Islamico e che ora vogliono ritornare al proprio Paese di origine crea confusione e timori nell’opinione pubblica e nei Governi. Un noto caso nel Regno Unito è quello di Shamima Begum. Urgono disposizioni che perseguano in modo imparziale i responsabili di crimini e atrocità senza pregiudizi basati sul genere. Allo stesso tempo però, occorre riflettere e contestualizzare le scelte di queste donne e i diversi ruoli che i gruppi estremisti riservano ai due sessi.

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