Estremismo in Africa, decide la povertà più che la religione

Lo dice un Rapporto delle Nazioni Unite basato su interviste a circa 500 ex affiliati – giovani tra i 17 e i 26 anni – all’ISIS, Boko Haram, Al-Shabaab, Al-Qaeda. Secondo il documento i fattori principali che favoriscono il reclutamento sono la povertà, scarsa scolarizzazione, l’impossibilità di trovare un lavoro e i comportamenti dei Governi. Il 57% ha ammesso di “comprendere poco o nulla dell’interpretazione dei testi religiosi”. “Dove c’è ingiustizia, deprivazione e disperazione le violente ideologie estremiste si presentano come una scappatoia e una sfida allo status quo” si legge nel Report. Secondo i ricercatori ONU il rischio di azioni violente da parte di gruppi estremisti in Africa è alto e va crescendo ulteriormente e i motivi sono dunque evidenti e stanno meno nell’appartenenza religiosa che nei fattori socio-economici.

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Mappa della jihad in Africa: chi sono e dove seminano terrore

Secondo un recente Report gli attacchi terroristici nel continente africano nell’ultimo decennio sono aumentati del 1000%. E cresce anche il numero delle vittime tra i civili. Le organizzazioni più violente si confermano Boko Haram e al-Shabaab, ma non sono le uniche. In sostanza è in corso una battaglia per guadagnarsi i cuori e le menti dei fondamentalisti islamici. Una battaglia combattuta tra l’ISIS (attivo soprattutto in Nigeria, Niger, Egitto, Libia e Tunisia) e Al Qaeda (che mantiene salda la sua presenza in Somalia, Kenya, Uganda, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Mali).

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Nigeria del Nord, il volto femminile del desiderio di pace

I dati pubblicati nel giugno 2016 dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni parlano di 2 milioni di nigeriani costretti ad abbandonare le proprie case. La violenza continua e i disastrosi danni ambientali hanno avuto serie ripercussioni soprattutto sulla popolazione femminile. Nel nord del Paese più della metà degli sfollati – per la precisione il 53% – sono donne. Vi sono poi le sopravvissute alle violenze di Boko Haram, che tornano a casa ma che vengono poi emarginate, assieme ai figli avuti dai ribelli. A tutto ciò si aggiungono gli enormi problemi emotivi per i maltrattamenti, gli abusi fisici e psicologici subiti.

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Rap e hip hop per dire no al terrore jihadista

L’attentato del novembre scorso al Bataclan di Parigi durante il concerto degli Eagles of Death Metal è solo il simbolo di come anche la musica rappresenti, nella visione dello Stato Islamico, una minaccia all’integrità di un certo pensiero integralista e un’attività contraria alla Sharia. Ovunque vi sia la censura, compare però anche il dissenso, un dissenso che parte proprio dalla musica. A volte trasformandosi in una vera e propria forma di strenua resistenza fatta di beat, versi e refrain. I giovani la usano per parlare di pace, dall’Africa all’Iraq.

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La jihad africana, da disagio marginale a minaccia strategica

La radicalizzazione e l’estremismo violento non sono una novità in Africa, ma negli ultimi due decenni questi aspetti hanno subito una significativa evoluzione. Non si tratta solamente di un riflesso dovuto all’inventiva e allo spirito di adattamento dei gruppi jihadisti, ma rappresentano il culmine di tendenze globali e storiche di più lungo termine, perché hanno continuato a diffondersi basandosi sul declino economico, sul populismo morale, sui collegamenti internazionali e sulla vulnerabilità dello Stato. Infatti proprio tra queste variabili si possono trovare le fonti maggiori e persistenti dell’estremismo violento ma anche le sue soluzioni.

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Charlie Hebdo, Parigi e l’ipocrisia occidentale

Nel post le riflessioni di un attivista del movimento Black Liberation: “‘Je Suis Charlie’ è diventato lo slogan per giustificare l’eliminazione dei cosiddetti non-europei, per ignorare i sentimenti, i valori e le idee di coloro che in tono razzista sono considerati ‘altri’. In pratica, ‘Je Suis Charlie’ è diventata l’arrogante parola d’ordine della supremazia bianca che ha avuto vasta risonanza con la marcia di Parigi – che ha riunito il potere ‘bianco’ – e con la popolarità del nuovo numero di Charlie Hebdo”.

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Dalla Nigeria alla Corea, dalla Cina alla Russia: i diritti negati

Esempi di tali violazioni si possono ritrovare in diverse nazioni quali Cina e Corea dove non vengono rispettati i diritti di parola, pensiero, libertà, circolazione. Ma la società civile e le ONG rimangono vigili a dispetto degli ostacoli e delle interferenze posti persino dall’ONU. Questo articolo è stato scritto da alcuni dei ragazzi delle classi quinte del Liceo Polivalente Orsoline di S.Carlo di Saronno, che hanno partecipato al Seminario su “Diritti Umani e Giornalismo Partecipativo” tenuto da Voci Globali.

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Nigeria, donne in marcia: riportate a casa le nostre figlie

Che Stato è uno Stato che non assicura la sicurezza dei suoi cittadini? Un Paese dove 230 ragazze possono essere rapite mentre sono a scuola, vendute e costrette a diventare concubine di ribelli? Anche la Nigeria, dove è accaduto tutto questo è sotto choc e si domanda come sia potuto accadere e a che livello di insicurezza sia oggi il Paese.

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