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Migranti, in Grecia il Governo vuole un muro in mezzo al mare

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Moria
Campo di Moria, Isola di Lesbo – Foto dell’utente Flickr Fotomovimiento – Licenza CC

Sono 59.726 i richiedenti asilo giunti via mare sulle coste greche nel corso del 2019. Rispetto agli anni precedenti, si è registrato un incremento significativo. Infatti, nel biennio 2017/2018 gli arrivi sono stati 62.212. Il trend crescente si conferma anche nel primo mese del 2020 con 3.445 sbarcati.

Nel tentativo di affrontare questa situazione sempre più emergenziale e complessa, il Governo greco sta mettendo in atto una serie di misure drastiche e rivoluzionarie. Come già annunciato il 20 novembre scorso l’Esecutivo sta lavorando per chiudere gli hotspot presenti sulle isole dell’Egeo, sostituendoli con dei nuovi “centri chiusi pre-partenza.

Nonostante i feedback negativi ricevuti dall’Unione Europea e da varie Organizzazioni umanitarie, Atene promuove e rivendica con orgoglio la riforma del sistema d’asilo.

Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, aveva espresso pubblicamente dubbi e perplessità in merito a queste nuove politiche sull’accoglienza:

Ho chiarito al Governo [greco] che la politica dell’UNHCR è contro la detenzione dei richiedenti asilo (…) la ricerca di asilo non è un crimine. Siamo tutti a favore dell’efficienza e della velocità, ma non se ciò va a scapito delle garanzie

Nel frattempo proseguono i lavori di costruzione dei nuovi “centri chiusi pre-partenza”. Le strutture sorgeranno in area isolate e, quindi, distanti sia dai centri abitati che dai principali servizi. Non è stato specificato in che modo saranno organizzati e gestiti questi centri. Non è chiaro se gli “ospiti” avranno la possibilità di uscire dal campo o se la loro libertà di movimento sarà limitata. I migranti saranno comunque trattenuti in attesa che la loro richiesta di protezione venga analizzata dalle amministrazioni. Ma fino a quando è possibile rinchiudere delle persone in quella che sembra essere una prigione a cielo aperto? Attualmente, i tempi di attesa per ricevere un responso da parte delle autorità greche responsabili delle procedure di asilo sono molto lunghe.

Le comunità locali stanno reagendo in modo differente ai cambiamenti in atto.

A Samos continuano senza sosta i lavori in località Zervos, dove sorgerà un nuovo centro di accoglienza e identificazione. A metà gennaio sono arrivati sull’isola 45 nuovi container. Il nuovo ministro dell’Immigrazione Mitarakis, criticato dai cittadini durante una visita ufficiale, ha dichiarato:

La nostra direzione politica è specifica, il nostro obiettivo è limitare i flussi [migratori] e ciò richiede il rafforzamento della protezione delle frontiere e l’efficienza nella gestione dell’asilo attraverso la nuova legislazione entrata in vigore il 1 ° gennaio 2020.

Diversa è la posizione del Consiglio comunale di Chios, dove dovrebbe sorgere un nuovo “centro chiuso pre-partenza”. L’amministrazione locale si è detta contraria e ha chiesto di istituire un centro di identificazione per 500 persone.

Il Governo centrale prevede di costruire e inaugurare entro la fine di febbraio dieci nuovi campi situati sulla terraferma. Queste strutture, in grado di ospitare fino a 15.000 richiedenti asilo, saranno aperte a: Ilia, Arta, Amfilochia, Larissa, Macedonia occidentale e Ftiotida, e infine Creta.

Nel frattempo la situazione umanitaria nelle isole dell’Egeo Orientale non sembra affatto mutata. A Samos, nel mese di gennaio, sono state trasferite sulla terraferma 966 persone ma ne sono arrivate 554. Attualmente sono presenti 7.615 richiedenti asilo. A Chios, collocata un pò più a Nord, sono state trasferite 352 persone, contemporaneamente si sono registrati 176 nuovi arrivi. La popolazione complessiva presente sull’isola è di 5.681 richiedenti asilo.

Né le avverse condizioni marittime né soprattutto le drammatiche situazioni di sopravvivenza all’interno degli hotspot presenti sulle isole greche sembrano scoraggiare i migranti. Il maltempo spesso trasforma in tragedia le traversate. L’ultima si è verificata lo scorso 11 gennaio, a largo della costa del distretto di Cesme, poco distante da Chios.

Le comunità locali di Chios, Samos e Lesbo, hanno indetto due giornate di sciopero il 22 e 23 gennaio. Ogni negozio ha abbassato le serrande. L’adesione all’iniziativa è stata molto alta. A Samos, i greci si sono ritrovati in piazza Pitagora, nel cuore di Vathy.

Nella locandina della protesta si legge: “chiediamo di proteggere la nostra dignità umana e di restituirci l’isola. 24h sciopero da mercoledì. Ci incontreremo dalle 12 in piazza Pythagorio. Tutti vestiti di nero“.

Un manifesto chiaro, determinato a tutelare i diritti e gli interessi della popolazione locale, ma che fa sorgere una domanda: qual è il limite che permette di non calpestare e violare i diritti altrui?

Cittadini e istituzioni locali hanno manifestato con forza il proprio dissenso rispetto all’attuale situazione attribuendo la responsabilità al Governo centrale e alle politiche attuate dall’UE.

La comunità di Samos ha presentato alcune richieste ufficiali tra cui: il trasferimento immediato dei rifugiati, la chiusura dell’hotspot, la sola presenza di un piccolo centro di registrazione, identificazione e assistenza sanitaria, l’abrogazione dell’accordo UE-Turchia, il rimborso immediato ai residenti che sono stati danneggiati e la partenza immediata di tutte le ONG presenti sull’isola.

Nel teatro municipale di Mitilene, Lesbo, il governatore regionale del Nord Egeo, Moutzouris ha affermato: “non vogliamo nessun magazzino di anime sulle nostre isole. Ci preoccupa il fatto che il nostro territorio sia diventato un luogo di raccolta e trattenimento di persone in difficoltà  provenienti da 80 paesi del mondo. Oggi quel numero raggiunge 40.000-50.000 ed è in crescita.” Ha poi aggiunto “siamo stati pazienti ma ora basta. Niente è migliorato (…). non vogliamo Frontex bensì misure di sostegno per le nostre isole”. In parole povere,”stiamo chiedendo una modifica dell’accordo di Dublino 2 che è la nostra catastrofe“.

Due giornate di proteste e rivendicazioni che non hanno lasciato indifferente il Governo centrale. Il ministro dell’Immigrazione Notis Mitarakis, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

Crediamo che l’ansia e l’indignazione dei cittadini siano giustificate. In effetti, il nostro Paese ha affrontato una crisi immigratoria e i flussi nel 2019 sono aumentati gravando pesantemente sulle comunità locali. (…) la nostra priorità deve essere quella di liberare le isole. Incrementare i ritorni in Turchia, migliorare il processo di asilo e il rafforzamento delle unità mediche presenti sulle isole. (…) c’è bisogno di misure concrete per rafforzare la fiducia tra il  Governo centrale e le isole (…). Gli hotspot che stanno attualmente caricando i tessuti urbani delle isole del Nord Egeo saranno chiusi in via definitiva. Esiste già un calendario del Governo che dovrebbe essere ultimato entro l’estate del 2020. Miriamo ad essere efficaci nell’attuare questo piano.

La soluzione ideata dall’Esecutivo ellenico per bloccare i nuovi arrivi dalla Turchia è a dir poco preoccupante. Il progetto governativo prevede la creazione di un muro in mezzo al Mediterraneo. Una barriera galleggiante a largo di Lesbo, lunga poco meno di 3 Km e alta 50 metri che, secondo il ministro Mitarakis, servirà come deterrente per i trafficanti di migranti. “Le regole del gioco sono cambiate“, ha detto in un’intervista a Radio Thema 104.6, aggiungendo “la Grecia non è un posto dove può arrivare chiunque a proprio piacimento. Stiamo difendendo i nostri confini“. Ferma l’opposizione del partito di minoranza (Syriza) e degli attivisti, che definiscono la misura “disgustosa“.

Siamo di fronte all’ennesima deriva securitaria che avrà come unico effetto quello di determinare nuove violazione dei diritti dei migranti.

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