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Tra India e Marocco, culture allo specchio

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Tra India e Marocco, culture allo specchio

Posted on 10 January 2014 by Asmaa Kherrati

Foto scattata da Zineb Guennouna, pubblicata su sua autorizzazione.

Gironzolando all’interno del museo archeologico ospitato dal Palazzo del Sultano (Dar Al Makhzen) della città di Tangeri resto molto colpita dalla mostra presente in una delle numerose stanze. Ad esporre i portrait è un fotografo marocchino, che grazie agli scatti catturati durante il suo viaggio in India ci ha permesso di viaggiare per qualche istante e incontrare una nuova cultura, nuovi volti. Uno in particolare ha catturato la mia attenzione.

Ciò che mi ha colpito, oltre ai meravigliosi colori, è stato lo sguardo di questa anziana donna di origine indiana. L’espressione, le rughe che le segnano il viso, i capelli bianchi sotto un velo rosso. Non ho potuto fare a meno di pensare al fatto che i giorni si trasformano in anni ma ciò che è importante non cambia, la forza e la convinzione non hanno età. La foto di me e lei, scattata da un’amica, racchiude due vite, due donne, due generazioni diverse, due paesi, due storie. Non ho potuto fare a meno di ripensare ad alcune frasi presenti nel libro “Sari in cammino. Perché l’India non è (ancora) un paese per donne.” di Valeria Fraschetti, di cui riporto di seguito una piccola parte:

Eppure, andando oltre la fredda evidenza dei numeri, viaggiando attraverso il Subcontinente per conoscere la varietà delle traversie femminili, ho scoperto che le donne indiane, forse proprio per via della loro intima conoscenza con il sopruso, hanno spesso una tenace tolleranza per la sopraffazione. E questa, sempre meno, significa accettazione. Sotto la vorticosa spinta della modernità, cresce il loro desiderio di affermazione: economica, dettata dalla sacrosanta voglia di partecipare alla riffa dello sviluppo in corso, ma anche di giustizia. Al netto di tradizioni che impongono di digiunare per la salute dei mariti e di uno Stato che sovente avalla le discriminazioni sessuali, piuttosto che estirparle, la brama e le opportunità di riscatto femminile vanno gonfiandosi, come quando il Gange viene benedetto dalla pioggia dei monsoni.

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Kenya: “160 ragazze”, sentenza storica contro la violenza sessuale

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Kenya: “160 ragazze”, sentenza storica contro la violenza sessuale

Posted on 29 November 2013 by Giorgio Guzzetta

[Nota: traduzione a cura di Giorgio Guzzetta dall'articolo originale di Sasha Hart su openDemocracy, a pochi giorni dalla Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne]


Le ragazze e gli altri manifestanti verso il tribunale di Meru, Kenya, 11 ottobre 2012. Foto di Patrick Njagi.


L’anno scorso, in occasione dell’International Day of the Girl Child [11 ottobre 2012, Giornata Internazionale delle Bambine, NdT] tenutosi a Meru (Kenya), un gruppo di 160 ragazze ha denunciato il governo per la negligenza della polizia nell’occuparsi dei loro casi di stupro. Volendo farne un giorno da ricordare, hanno manifestato davanti al tribunale locale insieme ai loro accompagnatori, ai loro avvocati e a molti volontari, mostrando su coloratissimi striscioni frasi tipo “I diritti delle bambine sono diritti umani!”.

Quando le guardie del tribunale le hanno viste avvicinarsi hanno chiuso i cancelli, impedendo loro di avere accesso, in senso letterale, alla giustizia. Tuttavia le ragazze non si sono lasciate scoraggiare da questa indifferenza – che, per ironia, non era molto diversa dal tipo di trattamento ricevuto dal sistema giudiziario fino ad allora. Invece di girarsi ed andarsene, hanno cominciato a cantare in Swahili “Voglio i miei diritti!”. Grazie alla loro perseveranza e all’intervento dei loro avvocati, alla fine quel giorno i cancelli si aprirono, e fu loro permesso di esporre la loro storica denuncia.

Gli avvenimenti che portarono a quella storica giornata erano iniziati mesi prima, quando Ripples International, un’associazione locale (con base a Meru) di volontari, che gestisce un rifugio per ragazze vittime di stupro, aveva iniziato a collaborare con The equality effect, un’associazione non-profit canadese che si occupa di diritti umani a livello internazionale. Le due associazioni si erano unite nello sforzo di assistere le ragazze nella loro ricerca di giustizia per l’orribile violenza subita. Nel momento in cui l’iniziativa fu lanciata, Ripples aveva già ospitato circa 160 ragazze  (da cui il nome dell’operazione, “Progetto 160” ) nel rifugio, e da allora il numero è cresciuto e continua a crescere (si contano più di 260 vittime).

Con l’aiuto di avvocati, le ragazze hanno sollevato questioni di incostituzionalità per l’operato della polizia keniana e di altre agenzie governative coinvolte. Nel loro reclamo sostenevano che, non occupandosi adeguatamente dei loro casi di stupro, la polizia aveva violato i diritti delle ragazze garantiti e sanciti dalla Costituzione del Kenya e da altri trattati internazionali in materia di diritti umani, tra cui, per esempio, il diritto al pari trattamento, alla sicurezza della persona, alla eguaglianza di fronte alla legge ecc.

In Kenya la violenza sessuale è molto frequente, e le ragazze giovani sono particolarmente vulnerabili. Secondo statistiche della polizia, nel 2010 sono stati denunciati in media 200 casi di stupro di minori ogni mese; inoltre, il più recente studio a livello nazionale rivela come in Kenya, addirittura 1 ragazza minorenne su 3 avrebbe subito violenza sessuale. Il problema non è la mancanza di leggi che affrontino il problema. Al contrario. Infatti il Sexual Offences Act del 2006 prevede pene che possono arrivare fino al carcere a vita per episodi di stupro contro i minori. Il problema è piuttosto la non applicazione delle leggi esistenti. L’inazione della polizia in casi come questi ha creato un cultura dell’impunità che perpetua queste violenze.

Secondo uno studio che analizza le esperienze di chi ha denunciato violenze di genere alla polizia keniana, il 52% dichiara che la polizia “non era d’aiuto”; il 39% che gli agenti erano “riluttanti a verbalizzare le dichiarazioni”; il 28% hanno detto che “erano stati umiliati e trattati senza cortesia e dignità”; e il 20% che i poliziotti avevano chiesto del denaro.


Alcune ragazze e gli attivisti ballano per festeggiare la loro storica denuncia. Foto di Patrick Njagi


La protesta legale delle ragazze aveva lo scopo di provare e documentare le carenze della polizia e di mettere in luce le numerose sofferenze e violazioni dei diritti che ne derivano. I volontari di Ripples hanno lavorato per mesi al fine di documentare nei minimi dettagli come la polizia avesse risposto in ciascuno dei casi di stupro denunciati. L’associazione The equality effect ha lavorato con Ripples e con le ragazze per mettere insieme le prove e preparare l’argomentazione legale.

Le storie di violenza e di inazione della polizia raccontate da 11 delle 160 ragazze sono stati descritte nei dettagli nei documenti presentati in tribunale. Per esempio la storia di C.K., una bambina di 5 anni violentata dallo zio. Quando Ripples informò la polizia, gli agenti chiesero dei soldi per intervenire. Nel caso di F.K., una ragazza quindicenne incinta dopo essere stato violentata dal vicino, la polizia rispose che avrebbero dovuto aspettare la nascita del bambino prima di iniziare le indagini o arrestare il colpevole.

I giudici hanno anche ascoltato la storia di M.M., una bambina di 8 anni violentata da tre uomini che aveva contratto una malattia a trasmissione sessuale. Dopo numerose richieste da parte del padre della ragazza, che oltretutto è cieco, la polizia aveva finalmente accettato di emettere un mandato di cattura nei confronti di uno dei tre; ma, ottusamente e crudelmente, lo avevano dato al padre perché lo consegnasse lui stesso.

Tra le altre storie ascoltate dalla Corte vi sono lo stupro di E.K.M., una ragazza di 12 anni da parte di un poliziotto, e di L.W., una ragazza che, a causa dei danni subiti in conseguenza delle violenze, ha dovuto sottoporsi a un’operazione chirurgica.

I giudici hanno preso nota della documentazione sul comportamento della polizia in ciascun caso: dalla richiesta di soldi all’interrogatorio della vittima in condizioni umilianti, dal rifiuto di investigare a quello di raccogliere le prove e sottoporle al giudice, dal rifiuto di arrestare i responsabili fino al rifiuto puro e semplice di verbalizzare la denuncia.

Il 27 maggio scorso, la Corte Suprema del Kenya ha dato ragione alle ragazze. La storica decisione ha stabilito che l’inattività della polizia ha creato una situazione e un clima di impunità per i colpevoli di violenza sui minori, rendendo lo Stato indirettamente responsabile  delle sofferenze e delle ferite inflitte dagli stupratori alle ragazze. Makau J.A. ha scritto a nome della Corte:

La polizia, illegalmente, senza giustificazioni e illegittimamente ha trascurato, omesso e/o in altro modo mancato di condurre tempestive, efficaci, corrette e professionali indagini nei suddetti casi. Questa inadempienza ha causato gravi danni ai denuncianti ed anche creato la sensazione di impunità per crimini di violenza ai minori, dal momento che i responsabili erano lasciati liberi e indisturbati.

La Corte ha quindi ordinato alla Polizia di condurre “tempestive, efficaci, corrette e professionali indagini” relative a tutte le denunce in oggetto, e inoltre di prendere provvedimenti per migliorare il modo in cui sono trattati i casi di violenza contro minori.

Se rispettata, la decisione della Corte potrebbe garantire l’accesso, a lungo atteso, alla giustizia per i denuncianti, oltre a una migliore protezione legale nei casi di stupro per i 10 milioni di ragazze e bambine del Kenya.

Il caso fa epoca nella storia legale del Kenya, e innalza il livello delle richieste internazionali per i diritti delle bambine. Rappresenta una critica forte sulle responsabilità di enti statali, che devono prendere le misure necessari per prevenire e rispondere adeguatamente alla violenza contro le donne e le bambine. L’assenza di queste misure significherebbe disattendere obblighi a livello interno ed internazionale nel campo dei diritti umani.

Forse, però, il risultato più importante dell’impegno di questi attivisti è stato di fornire a queste 160 ragazze la consapevolezza dei diritti umani di cui sono titolari, e far loro capire che è possibile considerare lo Stato responsabile e garante per questi loro diritti. Come ha detto una delle ragazze, esse adesso “sanno che volto ha la giustizia” e hanno visto quali risultati si possono ottenere avendo il coraggio di chiedere, anzi pretendere, giustizia.

Tuttavia, molto è il lavoro che rimane da fare per assicurarsi che questa storica decisione della Corte venga effettivamente applicata e apporti un reale e significativo cambiamento per tutte le donne e tutte le bambine in Kenya. Il recente, ormai tristemente famoso, caso della sedicenne “Liz”, quando la polizia ha semplicemente ordinato allo stupratore di tagliare l’erba come punizione per aver partecipato a una violenza di gruppo che costringe oggi la ragazza a vivere su una sedia a rotelle, dimostra che i problemi sono ancora seri e gravi, che il comportamento della polizia è ancora del tutto inadeguato e che altro lavoro legale e altro volontariato sono richiesti perché la decisione divenga realtà. C’è bisogno di far si che le autorità keniane si impegnino a rispettare e applicare la decisione e attivino un processo di educazione pubblica di massa, una campagna per far conoscere la decisione della Corte e mobilitare la popolazione ad appoggiarne l’applicazione pratica – tutte cose in cui le ragazzi e i loro rappresentanti legali hanno già iniziato con la stessa identica tenacia dimostrata nel corso della vicenda.

 

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Protocollo di Maputo, per le donne diritti a metà

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Protocollo di Maputo, per le donne diritti a metà

Posted on 15 October 2013 by Benedetta Monti

[Nota: traduzione a cura di Benedetta Monti dall'articolo originale di Moreen Majiwa su Pambazuka News - Pan-African Voices for Freedom and Justice]

“La velocità con cui il Protocollo è entrato in vigore il 25 novembre del 2005 stabilisce un primato, per l’intero continente, nella ratificazione degli standard dei diritti africani. Una lezione importante sta nel fatto che le sfide che si affrontano operando nei Paesi africani possono essere superate con la collaborazione tra Governi, la Commissione dell’Unione Africana e le associazioni che operano, sia a livello locale che in ambiti più vasti, in difesa delle donne”. H.E. Alpha Konare, presidente e cofondatrice della Commissione dell’Unione Africana (2000-2008), 2006, Addis Abeba, Etiopia.

L’appartenza di genere ha un ruolo significativo nella definizione e nella determinazione dell’accesso e il ruolo che le donne hanno nella gestione amministrativa, nello sviluppo economico e nella società. I ruoli tradizionali hanno confinato le donne nella sfera privata. La sollecitazione da parte degli attivisti per i diritti delle donne e la crescente dimostrazione della correlazione tra l’eguaglianza tra i sessi, lo sviluppo economico e le riforme democratiche, hanno determinato nuovi approcci verso una politica di uguaglianza tra i sessi a livello globale, del continente, delle singole regioni e territori. Il Protocollo della Carta Africana sui Diritti delle Donne (Il Protocollo per le donne africane) è una manifestazione di tali tentativi.

Fondato sulla convinzione che gli strumenti, i protocolli, le leggi e le politiche non sono in grado di cambiare la vita delle donne africane senza una sollecitazione pubblica organizzata per la loro attuazione ed applicazione, il Programma Pan Africa della Oxfam opera attraverso il suo Programma di sostegno alla parità tra i sessi con alcuni partner, incluso la ‘Solidarity for African Women’s Rights Coalition’, per istituire e mobilitare i cittadini in modo attivo al fine di sostenere la realizzazione dei diritti delle donne che sono contenuti nel Protocollo. Il Programma Pan Africa della Oxfam supporta anche una ratificazione accelerata, la nazionalizzazione e l’attuazione del Protocollo attraverso lo Stato dell’Unione, una coalizione di organizzazioni della società civile che segue la scia tracciata dall’adesione dei Partiti dell’Unione Africana su 14 politiche chiave e ordinamenti adottati dall’Unione, uno dei quali è proprio il Protocollo per le donne africane.

Tale Protocollo, adottato dall’Unione Africana nel luglio del 2003, è uno strumento legale rivoluzionario sui Diritti delle donne ed è il primo strumento internazionale che si relaziona in modo specifico ai diritti delle donne nel contesto africano. I Paesi che hanno ratificato questo Protocollo non solo concordano sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, ma anche di porre fine a qualsiasi forma di violenza sulle donne, per abolire pratiche culturali dannose, inclusi i matrimoni di bambine e le mutilazioni genitali, al fine di proteggere il diritto alla salute riproduttiva, il diritto all’aborto in caso di stupro, incesto o per proteggere la vita delle donne. Il Protocollo vincola gli Stati che lo hanno sottoscritto ad assicurare alle donne la stessa partecipazione ai diritti politici ed economici rispetto agli uomini e la partecipazione paritaria delle donne a tutti i livelli decisionali, compreso il mantenimento della pace e della sicurezza, e ad agire con azioni positive in tale direzione.
Nei dieci anni trascorsi dalla sua adozione, 36 stati africani su 54 hanno ratificato il Protocollo per le Donne Africane e, in linea con questa ratifica, si sono registrati progressi significativi a livello nazionale per assicurare il riconoscimento legale dei diritti delle donne. Per esempio nel 2004, l’Etiopia ha passato la legge sull’aborto più progressista di tutta l’Africa, almeno 22 stati africani proibiscono la discriminazione basata sul genere, el Malawi e Sud Africa proibiscono la discriminazione non solo basata sul sesso ma anche sullo stato civile.

Nell’ultimo decennio l’Africa ha visto l’elezione di due donne capo di Stato (le presidentesse Joyce Banda e Ellen Johnson Sirleaf), il conferimento del Premio Nobel a tre donne (Wagari Maathai, Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee), la nomina della prima donna capo dell’Unione Africana ( Dr. Dlamini Zuma) e quattro stati africani (il Ruanda, il Senegal, le Seychelles e il Sud Africa) comparire nella classifica dei dieci Stati con la più grande rappresentanza femminile in Parlamento.

Nonostante queste tendenze incoraggianti e il fatto che le condizioni odierne consentano diritti legislativi e politici alle donne, il divario tra i sessi esiste ancora in ogni settore – giustizia, salute, educazione, opportunità economiche e partecipazione politica. Le donne, nella maggior parte dell’Africa, continuano ad affrontare barriere culturali, sociali ed economiche a causa del diverso accesso che hanno all’educazione, alla salute, e alle opportunità politiche ed economiche. La diversità tra i sessi continua ad influenzare le decisioni della società e quelle individuali sull’educazione delle donne, sulla loro partecipazione politica ed economica e sulla fertilità.

Creare un consenso per l’integrazione del Protocollo per le Donne Africane a livello nazionale è stato difficile. Sebbene la maggioranza degli Stati africani abbia ratificato il Protocollo, alcuni di questi Paesi hanno posto delle riserve su articoli che sono considerati controversi. Tra questi il matrimonio, i diritti di proprietà, i diritti sessuali e riproduttivi. La decisione degli Stati firmatari di ratificare il Protocollo con riserva, particolarmente su tali questioni finisce per avere un impatto diretto sull’uguaglianza tra i sessi.

Gli sforzi per garantire i diritti delle donne e l’uguaglianza tra i sessi attraverso il Protocollo per i Diritti delle Donne sono encomiabili, anche se devono ancora determinare una reale trasformazione nei rapporti tra i sessi e assicurare la parità di diritti. Questo perché le riforme sui diritti delle donne e la parità tra i sessi sono state frammentarie e tradizionalmente hanno coinvolto un’ “aggiunta” alla legislazione per l’uguaglianza tra i sessi, o per i diritti per le donne, in istituzioni, strutture e leggi esistenti che sono patriarcali e dunque già viziate in origine. Inoltre un’interpretazione ristretta dell’uguaglianza tra i sessi, con la semplice aggiunta delle donne, ha portato all’applicazione di alcune iniziative per la riforma che non trattano le cause alla radice di queste diseguaglianze nella società e, in qualche caso, le rafforzano.

Per poter assicurare l’uguaglianza e una trasformazione dei rapporti tra i sessi, cioè “un cambiamento totale che modifica radicalmente lo status quo delle relazioni”,  si ha bisogno di qualcosa di più di riforme frammentarie e ad hoc che uniscono il concetto di genere a strutture legislative già esistenti. Un’analisi dell’uguaglianza tra i sessi nell’intero continente e un quadro giuridico sui diritti delle donne può fornire lo strumento per questa trasformazione attraverso:

  •   l’esame dei diritti delle donne/uguaglianza tra i sessi  nei quadri giuridici e meccanismi esistenti, sia a livello dell’intero continente che delle singole nazioni
  •   l’esame del motivo per cui i modelli e le procedure esistenti per i diritti delle donne/l’uguaglianza tra i sessi non riescono a colmare il divario esistente
  •   la messa in discussione dei modelli che permettono a chi li attua di prestare un’attenzione puramente formale all’uguaglianza e ai diritti delle donne
  •   la responsabilizzazione dell’Unione Africana e degli Stati membri riguardo al quadro delle normative e le politiche che hanno approvato

Il Protocollo per i diritti delle donne africane e l’architettura legislativa sul tema dell’Unione Africana (Articolo 4L dell’Atto Costitutivo dell’Unione Africana, I Diritti delle Donne Africane, la Dichiarazione per l’Uguaglianza dei Diritti dell’Unione Africana, la Politica per le Pari Opportunità dell’Unione Africana e il Decennio per le Donne dell’Unione Africana), hanno fornito opportunità significative per la creazione di standard per l’uguaglianza dei sessi e per i diritti della donne. Una mappatura delle politiche e delle leggi che riguardano o influenzano la parità tra i sessi e le donne a livello nazionale è essenziale per assicurare l’appoggio politico che sarebbe mirato alle istituzioni nazionali e dell’intero continente.

L’Unione Africana supervisiona le procedure, per esempio la Commissione Africana per i Diritti Umani e dei Popoli fornisce i mezzi sia per la realizzazione e sia per la creazione di standard per l’attuazione del Protocollo attraverso i commenti dedotti dalla Commissione Africana. Lo sviluppo di capacità mirate a istituzioni a livello nazionale, cioè assemblee nazionali, magistrature, ministeri rilevanti e forze dell’ordine, è importante per la nazionalizzazione e l’attuazione del Protocollo.

Il progresso nell’uguaglianza tra i sessi e gli sforzi delle organizzazioni per le donne, le attiviste e gli accademici che si adoperano per il miglioramento dei diritti delle donne all’interno del continente, non può essere dato per scontato. I modelli legislativi e politici esistenti a livello continentale, nazionale e regionale sono un fondamento cruciale e forniscono un punto di partenza per quello che riguarda le norme sui diritti umani e la trasformazione delle relazioni tra i sessi. Esempi riguardo all’incapacità dei modelli correnti a realizzare una trasformazione dei rapporti tra i sessi sono forniti dai Paesi in cui è avvenuta la nazionalizzazione, l’attuazione e l’applicazione del Protocollo. Il Protocollo fornisce un punto di accesso per le organizzazioni della società civile e per quelle che nello specifico si occupano dei diritti delle donne, impegnarsi con il mondo politico per spingere verso l’adozione di un programma di trasformazione per la nazionalizzazione e l’attuazione del Protocollo.

 

 

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Donne, Iran e Primavera araba tra analogie e differenze

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Donne, Iran e Primavera araba tra analogie e differenze

Posted on 29 April 2013 by Davide Galati

[Nota: traduzione a cura di Emanuela Ciaramella e Davide Galati dall'articolo originale di Haideh Moghissi.

Non è difficile provare coinvolgimento per quell'insieme di rivoluzioni popolari che vanno sotto il nome di "Primavera Araba". La rapida svolta a favore dei partiti islamisti in Egitto e in Tunisia, sebbene non inattesa, è diventata però un motivo di preoccupazione. Le donne iraniane che a suo tempo hanno vissuto l’insediamento del regime islamista vedono ciò che sta accadendo in Tunisia e in Egitto come qualcosa di dolorosamente familiare.
Esprimendo preoccupazione per i regimi emergenti nei Paesi arabi, nel marzo 2012 il premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi ha invitato le donne arabe a riflettere sulla storia dell’Iran.
Abbiamo compreso molto chiaramente il significato nascosto della dichiarazione del presidente Morsi dopo la sua vittoria elettorale - ovvero che il successo dei Fratelli Musulmani non riflette altro che una seconda conquista dell'Egitto da parte dell'Islam.

Manifestazioni al Cairo per le riforme e la giustizia. Demotix / Nameer Galal.

Gli sviluppi che si sono susseguiti nella regione sono tali da giustificare diverse perplessità. Basti pensare ai tentativi di ridefinire i diritti delle donne e il loro status all’interno delle nuove Costituzioni e il regresso delle riforme relative al diritto di famiglia acquisite nei decenni precedenti, nonché l’utilizzo di tattiche intimidatorie per spingere le donne fuori dallo spazio della discussione pubblica sulle sfide future che le medesime dovranno affrontare nelle nazioni arabe post-rivoluzionarie.

Nonostante tutto ciò, nessuno può prevedere in che direzioni si svilupperanno effettivamente le rivolte arabe nel prossimo futuro. Tenendo però conto di una serie di considerazioni, tra cui le lezioni apprese dalla rivoluzione iraniana ma anche le differenze riguardanti le condizioni e i principali attori coinvolti nel contesto arabo rispetto a quello iraniano, è possibile – e ci sono motivi di speranza – che le rivoluzioni in corso, in particolare in Tunisia e in Egitto, producano risultati più favorevoli per le forze democratiche che hanno sostenuto il processo di cambiamento.

Per cominciare, le rivoluzioni che hanno portato allo smantellamento dei precedenti regimi sono state interrotte per la consulenza e l’assistenza attiva da parte di potenze straniere. In questo senso, l’uscita anticipata di Ben Ali e Mubarak hanno avuto lo scopo di prevenire la disgregazione dell’intero sistema e mantenere intatte le forze militari e di sicurezza, diversamente invece da quanto accaduto in Iran.
I Fratelli Musulmani e al-Nahda sono riusciti a vincere le elezioni e ora controllano sia il Parlamento che – nel caso dell’Egitto – la Presidenza. Tuttavia, dato che l’intero sistema non è crollato, hanno dovuto riconoscere l’esistenza non solo di diverse forze d’opposizione con una certa influenza ma, tra le altre cose, anche l’annullamento da parte del Tribunale amministrativo delle elezioni politiche programmate per il 22 aprile con decreto presidenziale. Questo non è stato il caso dell’Iran, dove invece molti membri appartenenti all’élite economica del Paese, ma anche generali e burocrati di vario rango, hanno dovuto lasciare l’Iran prima che il destino dello Scià fosse deciso.
La presenza di differenti forze nel nuovo contesto politico rappresenta una buona occasione per i movimenti democratici laici, compresa la sinistra, di ricompattarsi e riorganizzarsi – una possibilità negata in Iran, considerato che le moschee erano l’unico spazio disponibile ove potesse concentrarsi la protesta, aiutando così la crescita dei partiti islamisti.

Meritano particolare attenzione altre due importanti differenze tra l’esperienza dell’Iran e quella delle attuali transizioni.
In primo luogo, sia la Tunisia che l’Egitto non hanno vissuto gli episodi sanguinosi che hanno caratterizzato invece l’esperienza post-rivoluzionaria in Iran. Un Paese che ha visto l’assassinio di centinaia di figure del vecchio regime, generali dell’esercito, ministri, parlamentari, alti burocrati e ufficiali dell’esercito e delle forze dell’ordine di rango più basso, nelle settimane e nei mesi successivi alla rivoluzione.
Questa macelleria ha generato una rabbia prolungata nella popolazione, soprattutto per chi era vicino alle vittime, ma anche per chi semplicemente sperava in processi equi e aperti. Gli omicidi spietati sono continuati anche dopo la guerra tra Iran ed Iraq. Anche poco prima della sua morte, Khomeini ordinò il massacro di diverse migliaia di prigionieri politici, seguiti da rapimenti e uccisioni note come “omicidi a catena” di figure di spicco all’interno e all’esterno dell’Iran.

Le conseguenze della brutalità del regime sono state molteplici. Hanno reso le persone insensibili alla violenza – un fattore che ha influenzato profondamente la società iraniana e adesso è uno dei principali problemi sociali e fonte di paura per i cittadini. La violenza di Stato e i sistematici spargimenti di sangue hanno demoralizzato e spaventato coloro che avevano partecipato con entusiasmo alle manifestazioni di piazza prima della rivoluzione, e che sono rimasti delusi dai risultati ma anche spaventati, paralizzati dalla brutalità del nuovo regime.

Un secondo fattore importante è costituito dal fatto che, contrariamente al caso dell’Iran, le rivolte nei Paesi arabi non hanno sposato la retorica antioccidentale e antimperialista per mobilitare il sostegno della popolazione. Né, tra le richieste principali dei manifestanti, apparivano la creazione di uno Stato islamico, il ritorno a pratiche islamiche o addirittura alla Shari’a. Ad unire le varie forze che hanno spinto le rivoluzioni sono state le richieste evidentemente laiche che sottolineavano l’imperativo condiviso di sostituzione dei regimi esistenti con uno Stato responsabile e orientato agli interessi della collettività, il quale potesse porre fine alla crisi politica ed economica.

Ne consegue che gli islamisti al governo non sono in grado di manipolare le emozioni religiose della loro popolazione o di etichettare le sfide dell’opposizione in qualità di anti-islamismo con la stessa facilità delle loro controparti in Iran. Non sono peraltro guidati da un leader carismatico quale fu l’ayatollah Khomeini, con un progetto ideologico a disposizione del regime per sostituire la monarchia (evidente nella dottrina del velayat fagih, o supremazia dei giuristi), con un notevole talento nello sfruttare la chiave religiosa per manipolare il sentimento del popolo e farla franca rispetto alle inimmaginabili forme di violenza usate contro l’opposizione. Inoltre, l’ingresso relativamente tardo sia di al-Nahda che dei Fratelli Musulmani nei movimenti di protesta che hanno portato al rovesciamento dei regimi non consente loro alcuna pretesa nei confronti delle altre forze e conseguenti, legittime, rivendicazioni di governo.

Tutti questi fattori dovrebbero aiutare l’opposizione a mantenere la propria concentrazione sulle autentiche questioni che in primo luogo hanno alimentato le rivolte: le dittature militari, l’alto tasso di disoccupazione dei giovani che va dal 50% al 65% del totale della popolazione nei Paesi arabi, i salari bassi, le prevaricazioni della polizia, la sfacciata corruzione nello Stato, e la concentrazione della ricchezza, delle imprese e delle opportunità di lavoro nelle mani di coloro che erano legati ai regimi.

La sinistra e gli intellettuali liberali iraniani che iniziarono le proteste contro lo Scià reclamavano simili istanze. Ma l’incapacità del regime di rispondere loro in maniera efficace e tempestiva, insieme all’ambigua abilità di Khomeini e dei suoi seguaci nel raccogliere il popolo intorno all’idea di una minaccia straniera, riuscirono a distogliere l’attenzione, almeno temporaneamente, dalle originarie esigenze economiche e politiche della rivoluzione. Anche una buona parte della sinistra cominciò peraltro ad articolare un tema secondo cui le questioni sollevate dalle donne erano marginali rispetto agli obiettivi della lotta nazionaliste e antimperialista. Il sostegno di Khomeini all’occupazione dell’ambasciata americana da parte degli studenti islamici ingannò molti, specialmente nella sinistra, sul fatto che il regime fosse “antimperialista”. La guerra Iran-Iraq rese la situazione ancora peggiore, e vennero man mano zittite le voci delle donne contro l’agenda islamista di genere, con la perdita di quei modesti guadagni ottenuti dalle donne sotto lo Scià accompagnata dall’introduzione di nuove schiaccianti restrizioni dello status e della mobilità delle donne.

La risposta dell’ayatollah Khomeini alle centinaia di migliaia di persone condotte alla povertà all’indomani della rivoluzione, le quali credevano alle false promesse degli islamisti come la liberazione dai prestiti bancari, l’elettricità gratuita e l’equa distribuzione dei ricavi dal petrolio, fu che il popolo si era ribellato a favore dell’Islam, non in vista di premi economici. Le sue famose parole – «L’economia è per gli asini, non per i credenti” – indicavano chiaramente ciò con cui si aveva a che fare.

Quali conclusioni si possono trarre da tutto ciò? Ci sono molti segni che rendono certamente evidenti le sfide future per i popoli arabi e in particolare per l’opposizione, di cui le donne sono una parte. Ma osserviamo anche molti altri segni che indicano come i militanti islamisti stiano perdendo la loro presa sul popolo in tutti i Paesi a maggioranza musulmana che hanno assaggiato una dose della loro violenza e dei loro utopici progetti per il ripristino di tradizioni islamiche che hanno poco a che fare con le preoccupazioni reali e i bisogni urgenti dei cittadini. La continua resistenza contro la presa di governo dei partiti islamisti in Tunisia ed Egitto, l’assalto al quartier generale della milizia islamista in Libia a seguito dell’uccisione dell’ambasciatore degli Stati Uniti, le manifestazioni di protesta in Pakistan dopo l’aggressione a Malala Yousufzai e il massacro degli attivisti per la vaccinazione antipolio, le massicce manifestazioni di piazza contro Jama’at Islami in Bangladesh, dicono tutte la stessa cosa: che, se ci sono donne e uomini che sostengono gli islamisti, ci sono però altrettante donne e uomini che si oppongono all’ascesa del marchio islamico nei loro Paesi. E che la maggior parte della gente sente di non avere bisogno dei salafiti o dei talebani, o di propaggini di al-Qaida, per sapere come comportarsi da buoni musulmani.

Manifestazioni per il primo maggio in Tunisia. Flickr/scossargilbert su licenza CC.

Il caso dell’Iran ha certamente reso le comunità della regione consapevoli del fatto che quando si affrontano i temi della libertà, della dignità e della giustizia sociale, lo stato teocratico non è un’alternativa all’autoritarismo pseudo-secolare. E che quando il conservatorismo religioso è combinato con il sessismo, il classismo e la discriminazione religiosa ed etnica, nonché con le politiche economiche neo-liberiste, le battaglie per i diritti democratici e la giustizia sociale diventano ancora più difficili.

La resistenza di intellettuali, lavoratori, giovani e gruppi di donne contro gli islamisti al potere, i militari, le élite finanziarie e le classi possidenti nei Paesi arabi rivoluzionari indica che non è ancora compromessa la prospettiva di un futuro più democratico per i cittadini, e in particolare per le donne, a fronte degli sviluppi avvenuti dopo le rivolte.

In questo momento vediamo la formazione di ampie coalizioni politiche in Egitto e in Tunisia, in Libia e in altri Paesi arabi attraverso l’emergere di individui e partiti politici orientati al cambiamento: la sinistra, i liberali, le minoranze religiose, i giovani, i sindacati e altre componenti organizzate della società civile. A detta di tutti, questi attori sono determinati a proteggere i diritti esistenti e le istituzioni giudiziarie civili, e a spingere per la realizzazione delle rivendicazioni democratiche delle rivolte. A questo proposito, vanno menzionate coalizioni come il Fronte di salvezza nazionale, di ispirazione liberale, e la Coalizione rivoluzionaria democratica a sinistra. L’opposizione egiziana guadagna inoltre terreno contro il velato sostegno degli Stati Uniti alle forze islamiste, volto a mantenere lo status quo in materia economica e gli accordi di pace con Israele, come si è visto nel rifiuto dell’opposizione egiziana di accettare l’invito di John Kerry a un incontro con lui durante la sua visita ufficiale come nuovo Segretario di Stato a fine febbraio.

Gli attivisti per i diritti delle donne in Egitto e Tunisia sembrano aver preso sul serio i preoccupanti segnali della crescente ondata di autoritarismo in veste religiosa. In Egitto stanno cercando di formare un fronte unito contro le aggressioni ideologiche e organizzative degli islamisti, come dimostra la coalizione di trentatre associazioni per i diritti delle donne che si sono riunite intorno a temi che si desiderava fossero inclusi nelle riforme costituzionali, come ad esempio una legge che criminalizzi le molestie sessuali. Questi soggetti consentono uno sviluppo della consapevolezza pubblica rispetto al problema delle molestie sessuali, che vedono anche come una velata ma intenzionale politica degli islamisti al fine di allontanare le donne dagli spazi pubblici.

Vediamo la stessa determinazione in Tunisia. La ‘Coalizione per le donne della Tunisia’, composta da quindici ONG registrate, è stata annunciata nel settembre 2012: tra gli obiettivi, non solo preservare e difendere i diritti acquisiti dalle donne tunisine sin dall’Indipendenza, ma anche rendere una realtà lo status di piena cittadinanza per le donne. Provvedimenti analoghi, anche se su scala minore, sono stati adottati in Libia attraverso l’avvio del Forum delle donne in rappresentanza di otto associazioni per i diritti delle donne, subito dopo i risultati delle elezioni per il Congresso nel 2011, con l’obiettivo di sostenere l’inserimento dei diritti delle donne libiche nella futura Costituzione.

Questi sono sviluppi significativi, e il loro successo avrà un impatto decisivo sulle prospettive politiche della regione, inclusi Siria e Iran. Le esperienze delle donne in Iran nel corso degli ultimi tre decenni ci hanno insegnato non solo quanto siano fragili i diritti legali e sociali acquisiti sotto i regimi autoritari ma anche che le donne sono capaci di affrontare le sfide, di guardare oltre le limitazioni di genere e di rispondere creativamente alle politiche volte espressamente all’addomesticamento e alla concezione maschile della ‘femminilità musulmana.’ In tutto il Medio Oriente e in Nord Africa le donne stanno dunque alzando la loro voce contro gli eccessi degli ideologi e funzionari islamisti, ponendo saldamente al centro di tutta la narrazione politica relativa alla democrazia la questione dei loro diritti e le conseguenti richieste legali e sociali.

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I limiti del “grande balzo in avanti” delle donne cinesi

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I limiti del “grande balzo in avanti” delle donne cinesi

Posted on 27 March 2013 by Redazione

[ Ripreso, non integralmente, dal post originale di Enrica Bovetti pubblicato su China Files: riteniamo interessante questo excursus storico sulla condizione femminile in Cina a trent'anni dalla fine del maoismo. Con riferimento all'attualità più recente, sul tema si legga anche questo post sulla nuova first lady Peng Liyuan.]

Nell’analizzare il percorso della nazione cinese verso la trasformazione in un paese moderno forte e “nuovo”, è impossibile trascurare l’evoluzione della figura della donna e, soprattutto, del suo ruolo nella società.

Le discussioni riguardo ai diritti delle donne furono, alla loro nascita, profondamente legati alla situazione economica e politica della Cina. L’oppressione delle potenze straniere, la guerra contro il Giappone del 1895 e la repressione della Rivolta dei Boxer nel 1900, portarono alla nascita di esigenze riformiste in seno al governo della dinastia Qing. Il termine nüquan, “diritti della donna”, emerse proprio in tale ambito, insieme alla promozione dei “diritti naturali” (tianfu renquan) e dei “diritti civili”(minquan). I movimenti femministi formatisi in questo periodo, si fecero portavoce di tali diritti e del concetto di “uguaglianza tra uomo e donna” (nannü pingdeng).

Nei primi decenni del Novecento il diritto all’educazione, all’indipendenza economica e alla partecipazione politica per le donne, si presentava come obiettivo comune sia delle attiviste legate ai gruppi femministi, sia di molti intellettuali e riformisti. Perché la Cina potesse superare la crisi politica causata dal dominio delle potenze colonialiste e dal crollo dell’impero (1911), si doveva trarre ispirazione dall’esempio occidentale e progredire verso la tanto agognata modernità, che il modello confuciano non poteva garantire.

La figura della “donna nuova” (xin nüxing) nacque in tale ambito, come emblema di una nuova Cina opposta alla vecchia Cina confuciana, considerata inadeguata a rappresentare un paese competitivo a livello internazionale. Questo genere di idee fu portato avanti dal Movimento di Nuova Cultura (1915-1924) e dal Movimento del Quattro Maggio scoppiato nel 1919, da cui emersero molti intellettuali che nel periodo successivo divennero attivi nel Partito Comunista Cinese (Pcc), nato nel 1921.

I leader comunisti inizialmente mostrarono un genuino interesse verso le istanze femministe. Molte donne aderirono con entusiasmo al nuovo partito, che sosteneva l’uguaglianza tra i sessi e l’importanza della partecipazione delle donne nella politica e nell’economia.

La conversione al marxismo alla fine degli anni Venti, portò la leadership del partito a leggere in chiave socialista i dibattiti sul ruolo della donna nella società, e a identificare l’emancipazione del sesso femminile come parte integrante della lotta di classe. Le attiviste che si opponevano alla convergenza degli interessi delle donne con quelli del partito venivano, nella maggior parte dei casi, accusate di tendenze “borghesi” (zichan jieji). Si venne ben presto a tracciare una forte linea di demarcazione tra il “movimento borghese femminista” (zichan jieji nüquan yundong) e il “movimento proletario di emancipazione femminile” (wuchan jieji funü jiefang yundong).

Secondo il Pcc, dunque, la rivoluzione proletaria costituiva il presupposto essenziale per raggiungere la vera liberazione della donna: nessuna idea in contrasto con queste condizioni poteva essere accettabile. Da quel momento le politiche che il Pcc portò avanti riguardo alla questione femminile si concentrarono sul raggiungimento dell’uguaglianza tra uomo e donna.
[...]
Nel 1958 il Pcc lanciò il Grande Balzo in Avanti (1958-1961), con l’obiettivo di trasformare la Cina in una forte potenza industriale socialista e superare, nel giro di pochi anni, la produzione delle più avanzate nazioni occidentali. Per raggiungere tale obiettivo l’intera popolazione cinese fu mobilitata in particolare nelle campagne, dove si concentrava la maggior parte della manodopera e dove un aumento massiccio della produzione agricola doveva fornire il surplus fondamentale per lo sviluppo industriale del paese.

[...]  Con l’inizio del Grande Balzo in Avanti, circa il 90 percento delle donne cinesi fu coinvolto in attività e lavori fuori dalle mura domestiche, andando a ricoprire ruoli in precedenza di competenza esclusivamente maschile. Secondo la propaganda diffusa dal Pcc tra il 1958 e il 1960, l’entrata di massa delle donne nel settore industriale e in particolare in quello agricolo, poteva garantire loro indipendenza economica e, dunque, una vera emancipazione.
[...]
Nonostante il forte appello al lavoro, però, i discorsi ufficiali del Pcc continuarono a sostenere l’importanza del ruolo tradizionale di mogli e madri, ponendo la maternità e la protezione della salute procreativa della donna al centro della costruzione socialista. Seguendo una tradizione consolidata nella cultura cinese, il partito promosse la pubblicizzazione di modelli che, a seconda del messaggio politico che si voleva trasmettere, dovevano fungere da esempio per la popolazione intera o per un determinato gruppo sociale.
[...]
Il sogno di prosperità e ricchezza delineato dal Pcc durante il Grande Balzo in Avanti, però, andò a scontrarsi con la realtà. Sebbene l’entrata nel comunismo auspicata da Mao Zedong con la costruzione delle comuni avrebbe dovuto garantire cibo in abbondanza, il Grande Balzo in Avanti fu la causa di una delle più terribili carestie della storia dell’umanità. [...]

Le lunghissime ore trascorse nei campi, le scarse attenzioni dedicate alla tutela della salute delle lavoratrici e l’inadeguatezza dei servizi collettivi che avrebbero dovuto garantire alle donne la liberazione dai lavori domestici, si posero in netto contrasto con i messaggi lanciati dal Pcc [...]. La fede cieca nel pensiero di Mao e nelle politiche del Grande Balzo in Avanti, poi, contribuì alla formazione di episodi di radicalismo politico tra diverse attiviste a capo di squadre di produzione. Il superamento dei propri limiti, il raggiungimento ad ogni costo dei target di produzione imposti dal governo centrale e il disinteresse per la tutela del corpo femminile, erano alla base di questo tipo di idee, che portarono patimenti e sofferenza a moltissime donne.
[...]
Nell’approfondire i meccanismi di partecipazione nella costruzione socialista, le fonti su cui si basa la ricerca hanno permesso di dedicare maggiore attenzione alle condizioni di vita nelle aree rurali. Gli studi principali condotti in Occidente sul Grande Balzo in Avanti dagli anni Settanta, infatti, si concentrano soprattutto sulla situazione della popolazione contadina. Prima di tutto, la maggior parte dei cinesi risiedeva nelle aree rurali ed era dedita alle attività agricole e contadine, da sempre una risorsa fondamentale della nazione.

In secondo luogo, nelle campagne cinesi le innovazioni e i terribili effetti del Grande Balzo in Avanti furono vissuti con maggiore intensità. Le interviste condotte da Gail Hershatter e Kimberley Ens Manning, ad esempio, aiutano a comprendere la situazione delle donne residenti nei villaggi rurali durante il periodo maoista. [...]

La carestia e i gravi effetti del Grande Balzo in Avanti, in precedenza argomento tabù nella Cina continentale, hanno cominciato a diventare dunque oggetto di discussione da parte degli studiosi e dei giornalisti cinesi. La possibilità di accedere a documenti prima impossibili da consultare, ha permesso, inoltre, di analizzare gli anni del Grande Balzo in Avanti da diversi punti di vista. In “The Great Famine in China”, pubblicato nel giugno del 2012, Xun Zhou rende disponibili in traduzione inglese documenti provenienti da numerosi archivi locali, relativi al periodo compreso tra il 1957 e il 1961. Si tratta, per lo più, di rapporti compilati da quadri di partito locali sulle condizioni di profonda sofferenza vissute dalla popolazione rurale durante la carestia. Fonti come queste ci danno l’opportunità di commentare con maggiore precisione le profonde contraddizioni esistenti tra propaganda e realtà e di individuare i limiti evidenti della “liberazione” della donna cinese promessa dal Pcc.

*Enrica Bovetti  è nata a Mondovì, in provincia di Cuneo nel 1988. Si è laureata in Lingue e Culture dell’Asia Orientale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia nel 2013, con una valutazione di 110 e lode. Il materiale per la stesura della sua tesi magistrale “Il Grande Balzo in Avanti delle Donne Cinesi” è stato in larga parte raccolto durante un periodo di studio a Parigi tra il 2011 e il 2012. E’ interessata in particolare alla storia contemporanea e al cinema della Repubblica Popolare Cinese.

[La foto di copertina è di Federica Festagallo.]

 

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India: maternità in affitto

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India: maternità in affitto

Posted on 26 January 2013 by Redazione

[ Ripreso dal post originale di Matteo Miavaldi]

Bastano poche migliaia di dollari e il problema dell’infertilità diventerà solo un brutto ricordo. Succede ogni giorno in India, il nuovo centro mondiale della surrogazione di maternità, meglio nota come “utero in affitto”.

La pratica, illegale in Italia, consiste nell’impiantare nell’utero di una “madre portante”, dopo un processo di concepimento in vitro, il seme e gli ovuli dei futuri genitori genetici. La gestazione verrà quindi portata avanti dalla “madre portante” che, al momento del parto, darà alla luce un bambino col patrimonio genetico dei due genitori naturali.

Negli ultimi anni, facendo concorrenza alle cliniche statunitensi e britanniche, i prezzi bassi delle cliniche indiane hanno alimentato nel Paese un’industria della medicina dell’infertilità da 2,3 miliardi di dollari l’anno.

Il boom iniziò nel 2006, quando il celebre talk show americano The Oprah Show, condotto da Oprah Winfrey, mandò in onda l’intervista entusiastica di Jennifer e Kendall, una coppia del New Jersey che si era rivolta alla Akanksha Infertility Clinic del distretto di Anand, India, per il concepimento del proprio figlio tramite una madre in affitto.

Il prezzo dell’intera operazione, tra i 25mila e i 30mila dollari, è inferiore al costo dello stesso trattamento in Usa, che può arrivare fino a 50mila dollari.

Lo spot mondiale fece diventare il distretto di Anand, nello Stato del Gujarat, uno dei centri di maggiore concentrazione di cliniche per l’infertilità nel Paese, al fianco delle metropoli Delhi e Mumbai. “Ogni mese riceviamo tra le 15 e le 20 richieste, provenienti da tutto il mondo” ha spiegato a China Files la dottoressa Nawana della Akanksha Infertility Clinic “l’80 per cento dall’estero, specialmente da Stati Uniti, Gran Bretagna e da indiani residenti all’estero (Nri)”.

Le volontarie, che secondo la dottoressa entrano in contatto con la clinica tramite il passaparola, prendono tra gli 8mila e i 9mila dollari a gestazione. Una cifra che, paragonata ai salari di lavoratori non specializzati, corrisponde a quasi dieci anni di lavoro.

Secondo stime non ufficiali oggi in India si contano oltre un migliaio di cliniche per l’infertilità che, annualmente, ospitano migliaia di coppie da tutto il mondo. “Secondo le fonti del governo, ogni anno nascono da madri in affitto indiane più di 1500 bambini” ha raccontato a China Files Valay Singh Rai, portavoce di Save The Children India.

Ma la popolarità degli istituti indiani nel mondo sta preoccupando associazioni per i diritti delle donne in India. “L’industria è in continua crescita, ma non ci sono dati affidabili e ancora non è in vigore un sistema di monitoraggio delle cliniche” ha dichiarato in un’intervista telefonica la dottoressa Manasi Mishra, capo della divisione ricerca del Center for Social Research (Csr), istituto per i diritti delle donne in India.

La dottoressa Mishra denuncia la poca trasparenza di decine di cliniche nel Paese, accusate di “non fornire alle volontarie ‘madri in affitto’ le informazioni necessarie per poter scegliere con cognizione di causa”. Senza contare il business parallelo dei contractor locali.

Le volontarie solitamente sono ingaggiate da veri e propri scout, pagati dalle cliniche “illegali”, attivi nelle zone più povere del Paese e nei bassifondi delle megalopoli indiane per reclutare giovani donne spesso analfabete, attratte dalla cifra del compenso offerto: tra i 3500 e i 5000 dollari. In India cifre altissime, ma che spesso finiscono in mani irresponsabili, buttate in un business fallimentare o scialacquate in spese sconsiderate dei mariti, costringendo quindi le mogli a sottoporsi ad un nuovo concepimento per conto terzi.

Le donne firmano contratti tra le parti che non prevedono nessun supporto medico o economico in caso di malori post parto. In alcuni casi vengono sottoposte a trattamenti ormonali pericolosi per la salute, con l’obiettivo di aumentare la percentuale di successo del concepimento.

Lo scorso aprile la morte di Premila Vaghela, 30 anni, mise a nudo le debolezze dei sistemi di controllo. Vaghela era una madre in affitto volontaria presso una clinica di Ahmedabad. All’ottavo mese morì per complicazioni cliniche, ma il neonato che portava in grembo, figlio di una coppia americana, fu salvato con un parto cesareo.

La questione è tutta legale. In India, nonostante le linee guida per il monitoraggio e regolamentazione dell’industria medica dell’infertilità avanzate dall’Indian Council for Medical Research (Icmr) nel 2005, la proposta di legge per la surrogazione di maternità è ancora al vaglio del parlamento di Delhi. Secondo la proposta di legge tutte le cliniche devono provvedere a stipulare un’assicurazione sulla vita per ogni “madre in affitto”.

“In mancanza di una vera e propria legge
” ha spiegato la dottoressa Mishra del Csr “alcune cliniche continuano ad operare in un regime che sarebbe corretto definire come ‘non legale‘”. Per contro, la dottoressa Nawana della Akanksha Infertility Clinic ha detto a China Files di non essere a conoscenza di fatti del genere, specificando che la clinica del distretto di Anand lavora “seguendo tutte le procedure indicate nelle linee guida dell’Icmr”.

Il parlamento indiano, due mesi fa, ha terminato l’annuale sessione invernale. La legge sulla surrogazione di maternità non figurava tra le proposte in discussione.

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La migliore e la peggior vita per le donne

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La migliore e la peggior vita per le donne

Posted on 10 July 2012 by Antonella Sinopoli

Ci sono posti al mondo dove vivere la condizione femminile rappresenta una condanna a vita. Altri dove l’umanità delle donne e i loro diritti vegono rispettati e garantiti così come per gli uomini.

I due estremi? Il Canada e l’India.

La protezione dei diritti delle donne, il rafforzamento delle tutele e delle norme contro la violenza e lo sfruttamento fanno del Paese del Nord America il miglior esempio a cui tutti gli altri dovrebbero fare riferimento. Matrimonio forzati per le bambine, femminicidio e feticidio, traffico sessuale, schiavitù, violenza domestica e alto tasso di mortalità materna: sono tutte situazioni che fanno invece del Paese asiatico quello dove essere donna è spesso un dramma.

A disegnare lo stato della condizione femminile nel mondo è il G20 Women elaborato da TrustLaw, Centro che fa capo alla Thomson Reuters Foundation e che fornisce assistenza, notizie e informazioni sui diritti delle donne.

The worst and best for women aiuta a comprendere come si vive in ognuno dei cinque continenti che fanno parte del G20, dando la misura delle condizioni più critiche. Elementi che possono – e dovrebbero – rappresentare una traccia per Governi, ONG e Organizzazioni della società civile per agire o incrementare azioni a favore dei diritti delle donne.
La ricerca è stata elaborata da 370 esperti di genere – accademici, specialisti nel settore degli aiuti umanitari, medici, giornalisti – che hanno lavorato su alcune questioni chiave. Queste le categorie di analisi: opportunità lavorative, accesso alle risorse, partecipazione alla politica, salute, soggezione alla violenza e alla schiavitù.

Nella classifica, dal migliore al peggiore, l’Italia è all’ottavo posto (dopo la Germania, che è subito dietro il Canada, il Regno Unito, la Francia, il Giappone…). Discriminazioni sul posto di lavoro, persino salari più bassi, scarso accesso alle posizioni manageriali e alla politica, rendono la vita non sempre facile alle donne italiane. Senza contare che 1.2 milioni di donne hanno subito qualche forma di abuso sul luogo di lavoro (dato 2008-2009 dell’Istituto nazionale di Statistica).

Dati drammatici sono quelli che arrivano dal Messico. Il caso più assurdo è quello delle vittime alla frontiera di Ciudad Juárez, 300 donne, rapite, torturate e uccise nella totale impunità. O dalla Cina, dove (dato World Bank 2008) 1.09 milioni di bambine risultano morte o “disperse” alla nascita. Il motivo è: infanticidio.

In Arabia Saudita – 18esimo posto nella classifica – alle donne non solo non è concesso guidare, ma neanche partecipare al voto. Solo lo scorso anno il re Abdullah ha annunciato che questo divieto sarà rimosso e quindi le donne potranno votare, per la prima volta, alle prossime elezioni. E anche presentarsi come candidate. Tra un paio d’anni. In quante lo faranno? Vedremo.

Scorrendo la classifica si scopre che in Sud Africa le donne che hanno contratto l’HIV sono il doppio degli uomini e che nel 2010-2011 in 66.196 hanno subito qualche tipo di violenza sessuale. E si parla solo di casi segnalati e accertati. In Russia, sono 14.000 le donne che muoiono ogni anno a causa di violenze domestiche e in Brasile almeno 250.000 bambine esercitano la prostituzione. In Argentina, invece, esiste ancora la piaga degli aborti clandestini: se ne calcolano 500.000 all’anno.

Criticità esistono anche nei posti alti della “classifica”. In Australia – quarto posto per la migliore condizione di vita – il 19.1% delle donne ha subito violenza sessuale dall’età di 15 anni. Dalla stessa età le ragazze canadesi cominciano a usare un contraccettivo (3/4 di donne canadesi usano un metodo anticoncezionale nel periodo da 15 a 49 anni). In Giappone – settimo posto – invece le donne fanno ancora i conti con una radicata e forte cultura patriarcale. Per loro spesso la carriera lavorativa finisce nel momento in cui si sposano, e per lo stesso motivo hanno scarso accesso alla vita politica.

Insomma, i “Grandi” del G20 hanno di certo imparato a incrementare e sviluppare i frutti dell’economia di mercato (e da tempo hanno ormai esportato il modello a livello globale), ma molti di loro sui  diritti delle donne sono ancora molto, molto indietro.

 

 

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Iran V

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Islam: donne, democrazia e dittatura

Posted on 04 March 2012 by Davide Galati

[Traduzione di Davide Galati dell'articolo originale di Sami Zubaida per openDemocracy.net]

Il successo elettorale dei partiti islamici in Egitto, Tunisia e Marocco ha sollevato preoccupazioni sulla politica e la legislazione in materia di famiglia e di genere, nonostante le ripetute rassicurazioni da parte dei loro leader. Dopo il successo degli islamisti in Iraq si è assistito a un mix disordinato di politiche per la famiglia sotto la guida di diverse autorità religiose, il tutto accompagnato da molti vincoli e intimidazioni. Questo è un buon momento per tracciare un bilancio sull’operato di vari Paesi del Medio Oriente nel corso del XX e XXI secolo nonché sulle loro relazioni con i regimi politici.

Tra l’inizio e la metà del XX secolo sono sempre stati dittatori a impegnarsi in politiche e legislazioni di liberazione ed empowerment sia nella famiglia che nella società. Ataturk avviò il processo in Turchia, seguito dallo Scià Reza Pahlavi in Iran, un modello seguito meno coraggiosamente da alcuni leader arabi nei decenni successivi. Ed essi dovettero lottare contro una forte opposizione popolare, religiosa, conservatrice e patriarcale. È improbabile che tali riforme potessero essere introdotte attraverso processi elettorali ‘democratici’. Nelle società basate sui legami di comunità, di parentela o clientelari, la ‘democrazia’ non coincide mai con il liberalismo. Nelle attuali situazioni stiamo assistendo agli effetti di questo principio? L’agitazione / rivoluzione avviata dai movimenti per la libertà e la giustizia sociale in mano ai giovani delle città ha portato ad elezioni nelle quali, dati i vasti entroterra di popolazione a cui questi concetti sono estranei o secondari, il voto è andato alle forze patriarcali e conservatrici. Non si ripete mai troppo spesso che Piazza Tahrir non è l’Egitto.

Contro Mubarak

Contro Mubarak, Flickr/Al Jazeera English su licenza CC.

Quali sono state le forme istituzionali delle riforme del XX secolo? Queste sono state perseguite in due ambiti: la famiglia e la società in generale. I quali ambiti non sempre vanno insieme: in Egitto, per esempio, a partire dalla metà del XX secolo, mentre le donne potevano partecipare a quasi tutti i livelli del mercato del lavoro, in politica e nella vita pubblica, hanno continuato a soffrire posizioni subordinate e svantaggiate all’interno delle famiglie, come previsto dalle leggi sulla persona. Sono stati questi ambiti del diritto ad essere oggetto di molte polemiche, avanzamenti ma anche passi indietro. Dovremmo tenere a mente che la politica e la legislazione sono anche stati vincolati da processi strutturali di ordine sociale e culturale connessi con la modernità: la trasformazione in senso sempre più individualistico di molte sfere del lavoro e dell’impiego; la mobilità sociale e geografica e l’urbanizzazione; lo sviluppo dell’istruzione, dell’alfabetizzazione, delle arti e dei media. Tutti questi fattori hanno agito da input nei confronti di condizioni oggettive o di soggetti nel senso di una spinta più o meno marcata verso la liberalizzazione. Il capitalismo e il consumo si sono aggiunti alle pressioni per la liberazione nelle nuove ‘economie del desiderio’. Allo stesso modo, hanno sollevato preoccupazioni negli strati conservatori e patriarcali rispetto alla perdita del controllo sulle donne e i giovani. E’ interessante notare come l’Arabia Saudita sia l’unico Paese che è riuscito a resistere a lungo a queste pressioni: non solo era il più socialmente e culturalmente arretrato, ma il filone d’oro rappresentato dalle entrate petrolifere ha consentito ai suoi governanti di rimanere esenti dalle pressioni per il cambiamento come accaduto nel resto della regione. L’’islamico’ Iran non ha potuto godere di un lusso del genere.

Alcuni elementi delle storiche disposizioni della Shari’a in materia di diritto familiare sono rimasti nei sistemi riformati di tutti i Paesi del Medio Oriente con l’eccezione della Turchia. Ataturk ne abolì tutte le norme, trattando la difesa della Shari’a come un reato. All’altro estremo, l’Arabia Saudita ha continuato ad appoggiarsi completamente alla Shari’a nei codici familiari e di genere. La maggior parte degli altri Paesi ha istituito riforme giuridiche che hanno mantenuto alcuni elementi della Shari’a. Tra le questioni soggette a riforma, le restrizioni ai diritti degli uomini in materia di matrimoni multipli e di divorzio unilaterale, oltre all’assegnazione alle mogli di alcuni diritti per quanto riguarda il divorzio e l’affidamento dei figli. La libertà della donna di lavorare fuori casa e di viaggiare all’estero senza il permesso del marito o di un tutore di sesso maschile è rimasta una questione spinosa in molti Paesi. Le riforme giuridiche, sin dalle Tanzimat ottomane della metà del XIX secolo, hanno comportato la codificazione ed étatisation del diritto, sui modelli europei di civil law, con sistemi giudiziari e procedure moderni, ad eccezione del diritto di famiglia che ha continuato a essere affidato alle corti islamiche, dotate di personale religioso qualificato, seppure soggette alle leggi riformate dello Stato che sono cambiate nel corso del tempo. Fu nel 1950 che molti dei Paesi ‘tradizionali’ come l’Egitto, la Siria, l’Iraq e il Marocco abolirono i tribunali islamici e integrarono il diritto di famiglia nei tribunali civili ordinari, che giudicavano però in accordo con disposizioni della Shari’a riformate e cofidicate. Questo passaggio è stato messo in atto da dittatori militari, con il soffocato dispiacere degli ambienti religiosi e conservatori. Ciò è avvenuto con la maggiore evidenza in Iraq, sotto Qasim, salito al potere alla testa di un colpo di stato militare nel 1958, che promulgò alcune delle disposizioni di famiglia più liberali nel 1959. Queste riforme, che abolirono i tribunali della Shari’a e assegnarono alle donne maggiori diritti in tema di matrimonio, divorzio ed eredità, soddisfarono la forte corrente laicista-progressista del tempo, amareggiando i conservatori religiosi. Una rima beffarda che si sentiva cantare allora per le strade era: ‘tali al-shahar maku mahar, wul-qadi nthebba bil-nahar’, ‘arrivata la fine del mese non ci saranno più doti, e butteremo il qadi [magistrato islamico, NdT] nel fiume’.

Nel 1963, il sanguinoso colpo di stato baathista assistito dalla CIA pose fine alla dittatura relativamente benevola di Qasim, e introdusse il governo pan-arabista e settario sunnita dei retrogradi fratelli Arif. Per certo, una delegazione di venerabili religiosi, sunniti e sciiti, prevalsero su Arif per rovesciare tutte le riforme di Qasim. Il secondo golpe baathista del 1968 portò infine Saddam Hussein al potere nel corso degli anni ‘70, l’‘età dell’oro’ della prosperità e della rinascita culturale finanziata dalla moltiplicazione dei proventi del petrolio, che portò anche al rafforzamento dello Stato di sicurezza e della repressione sanguinosa. Questo regime perseguì la laicità molto seriamente al fine, in parte, di indebolire la fedeltà religiosa e patriarcale in favore del regime e del partito. Gli anni ‘70 e ’80 hanno visto grandi avanzamenti in termini di empowerment delle donne nella famiglia e nella società, e il contenimento dell’autorità religiosa nel diritto di famiglia, sia pure entro i limiti del regime di sicurezza totalitario che integrò tutte le organizzazioni femminili all’interno del partito Baath e dello Stato.

Tutto questo finì nei successivi decenni di guerre distruttive, contro l’Iran negli anni ’80, quindi nel 1990 l’invasione del Kuwait e la conseguente polverizzazione dell’economia irachena e delle infrastrutture a causa dei bombardamenti americani e alleati, seguiti da disastrose sanzioni delle Nazioni Unite. Un regime sempre più indebolito fece ricorso al tribalismo e alla religione per sostenere i controlli sociali, schivando con scioltezza le proprie riforme per tornare al patriarcato e ‘onorare’ la violenza e tutti i tipi di imposizioni sulle donne. A quel punto la classe di persone che avrebbero ‘gettato il qadi nel fiume’ era stata eliminata quasi del tutto. La repressione violenta di ogni autonomia politica e civile aveva riscosso un notevole successo nell’uccidere, imprigionare ed esiliare le classi medie dei ‘cittadini’; lo stesso partito Baath era stato trasformato da soggetto di campagna ideologica a veicolo passivo di fedeltà alla dinastia dominante. Più importante di tutto, gli individui erano stati spinti dalla violenza e dal crollo dell’economia a cercare sicurezza e mezzi di sostentamento entro la famiglia, il clan, i padrini e le reti religiose. Come unica opposizione politica al regime rimasero i partiti sciiti legati all’Iran. La frammentata ‘democrazia’ elettorale imposta dagli Americani dopo l’invasione inaugurò un insieme caotico di pratiche legali e religiose nel diritto di famiglia, ripristinando in gran parte il potere delle autorità religiose e patriarcali sulle famiglie e sulle donne. I dittatori avevano liberato le donne nei giorni migliori, ma si erano ritirati sotto le nuove pressioni, con i populisti reintrodotti dalla ‘democrazia’ a opprimerle ancora una volta.

La Tunisia è generalmente riconosciuta come la nazione più liberale tra gli Stati arabi per quanto riguarda il diritto di famiglia e i diritti delle donne. È, ad esempio, l’unico Paese arabo che proibisce tout court la poligamia, mentre la maggior parte degli altri hanno introdotto semplici restrizioni al diritto degli uomini ad avere più mogli. Queste misure hanno fatto parte del progetto di modernizzazione di un altro dittatore, Bourguiba. C’è da aggiungere, tuttavia, che la Tunisia è il Paese arabo con la società civile e la vita associativa più dinamiche, che ha partecipato alle riforme di Bourguiba. Gli islamisti del movimento Nahdha, arrivati al potere con le elezioni, hanno promesso di non correggere queste riforme, ma resisteranno alle voci dal basso che chiedono a gran voce un progetto più vigorosamente islamico?

In Egitto le riforme più significative del XX secolo furono introdotte dal presidente Sadat nel 1979, attraverso la cosiddetta ‘legge Jihan’, dal nome della sua seconda moglie che si ritiene esserne stata l’ispiratrice. Tale testo fu promulgato con decreto presidenziale in base alla legge d’emergenza, scavalcando il Parlamento. Ciò fu anche causa del suo annullamento nel 1985. Questa legge aveva concesso ulteriori diritti alle donne in ambito familiare, imponendo condizioni sulla poligamia, richiedendo procedimenti giudiziari per l’ottenimento del divorzio, assegnando maggiori diritti alle mogli in tema di divorzio e custodia dei figli, concedendo alle donne sposate di lavorare e viaggiare. Sadat istituì un comitato di ulema che avallarono le riforme, ma alcuni di loro in seguito le rinnegarono, dopo la morte di Sadat. Tali riforme erano in contrasto con l’attitudine generale di Sadat di riconciliazione con gli islamisti e i suoi emendamenti alla costituzione al fine di dichiarare i principi della Shari’a come fonte per tutta la legislazione. Queste contraddizioni diedero luogo a molte polemiche e controversie legali dopo l’assassinio di Sadat (da parte dei jihadisti) nel 1981. Gli avvocati islamici fecero ricorso alla Corte Suprema costituzionale, che stabilì nel 1985 come la legge Jihan fosse anticostituzionale, non perché non fosse conforme alla Shari’a, come chiesto dai firmatari del ricorso, ma in quanto approvata con decreto presidenziale. Molte di queste disposizioni, tuttavia, sono state ri-emanate dal Parlamento poco dopo, tra le polemiche e la resistenza dagli islamisti. Nel 2000, ulteriori controversie accompagnarono un altro decreto che dava alle mogli la possibilità di avviare il divorzio nel caso in cui rinunciassero a qualunque diritto sul reddito o sulla proprietà. Questa norma era basata su un’oscura e discussa disposizione contenuta nel canone islamico chiamata khul. Resta da vedere oggi che cosa il nuovo Parlamento e la Costituzione, dominati dalla Fratellanza Musulmana con l’appoggio salafita, abbiano in serbo per il diritto di famiglia. Molte delle persone e delle forze che in passato si sono opposte alle riforme stanno ora in Parlamento, ma con gli elementi più rispettabili che cercano di essere concilianti e liberali.

Iran V, foto Flickr di Hamed Saber su licenza CC.

E che ne è delle ‘femministe musulmane’ che sono state così influenti sul panorama ideologico, soprattutto in Occidente? La loro lettura revisionista del canone religioso e la difesa dei diritti delle donne hanno condotto a risultati politici o legislativi? Non in modo tangibile, con una sola eccezione. Probabilmente, e paradossalmente, il loro principale successo, per quanto modesto, è stato l’Iran islamico durante il suo interregno ‘liberal’ tra la morte di Khomeini nel 1989 e l’ascesa di Ahmadinejad nel 2005. In quegli anni sono state emanate molte misure di liberalizzazione politica e legislativa sotto la pressione di elementi, comprese le donne, interni al frammentato establishment islamico, come pure dalle relativamente libere fonti dell’opposizione. Queste misure sembrano essere giunte al termine sotto l’esercizio sempre più repressivo e arbitrario dei poteri esecutivo e giudiziario strettamente correlati. Il sistema giudiziario iraniano sembra essere davvero indipendente: dalla legge!

Le donne sono spesso state in prima linea nelle recenti emozionanti sollevazioni che si sono succedute nel mondo arabo. Sono una componente essenziale della generazione di ‘cittadini’ che hanno proclamato i valori universali della libertà e della giustizia. Dove sono riuscite a innescare le riforme democratiche, tuttavia, le elezioni hanno portato al potere elementi che sono a dir poco ambigui rispetto a questi valori. I dittatori, superstiti e aspiranti tali, sembrano ora giudicare più saggio soddisfare i sentimenti retrogradi piuttosto che impegnarsi nella spinta alla modernizzazione come i loro predecessori del XX secolo.

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La biblioteca nascosta…basta un libro per ritrovare la felicità

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La biblioteca nascosta…basta un libro per ritrovare la felicità

Posted on 30 November 2010 by Norma Lelli

Testo originale di Fariba, ripreso dal blog collettivo Afghan Women’s Writing Project. Traduzione di Norma Lelli.

Il segreto della biblioteca nascosta

Prima che si instaurasse il regime dei talebani frequentavo l’università. Quello fu il periodo migliore della mia vita. Dopo che i talebani presero il controllo del Paese fui costretta a rimanere dentro casa per cinque anni. Non potrò mai dimenticare quel periodo lungo e buio. Fino ad allora non avevo conosciuto la sofferenza o affrontato alcuna difficoltà, ma il regime cambiò ogni cosa per noi donne. Ci privò di ogni diritto, persino quello di vivere come autentici esseri umani.

Sin da piccola il mio sogno era diventare scrittrice. All’università volevo studiare letteratura. Ora invece restavo in casa, depressa, senza sapere come passare il tempo. Sembrava non ci fosse niente di cui scrivere, non frequentavo più gli amici, non avevo il permesso di uscire e non avevo modo di ricevere notizie dai miei compagni di scuola.

Dopo quattro o cinque mesi di vita solitaria e deprimente, un giorno mi prese un terribile mal di testa. Mia madre e la mia sorella maggiore mi portarono dal dottore in taxi. Durante il viaggio un talebano ci fermò e chiese all’autista perché ci facesse viaggiare senza una scorta maschile, poi lo colpì e ci gridò di scendere dall’auto. Eravamo sotto shock e non sapevamo cosa fare. Impiegammo un’ora e mezza per tornare a casa a piedi. Ero completamente fuori di me e per settimane non riuscii a dimenticare l’episodio. Dissi ai miei familiari che mai più sarei uscita di casa.

Un giorno, una delle nostre vicine venne a prendere un po’ d’acqua dal nostro pozzo, perchè a casa sua non c’era acqua potabile: quando mi vide così depressa chiese a mia madre cosa stesse accadendo.

Mia madre le raccontò la storia del tassista e le disse che dover restare a casa mi stava uccidendo. La vicina le suggerì allora di farmi frequentare un corso di cucito per donne, che non comportava alcun rischio perché l’insegnante aveva il permesso dei talebani. Anche le sue due figlie vi si erano iscritte e stavano imparando a cucire abiti.

Dapprima non volevo andare e dissi a mia madre che sicuramente il corso non mi avrebbe resa più felice perché avevo troppa paura di uscire di casa, però lei rispose che invece mi avrebbe offerto opportunità ben più grandi che imparare semplicemente a cucire e che sicuramente avrei trovato qualcosa che mi avrebbe rallegrata. Sosteneva che non avrei corso alcun rischio e che non dovevo avere paura. Insistette dicendomi di provare per qualche giorno: se non mi fosse piaciuto avrei potuto smettere. Se lo desideravo mi avrebbe accompagnata lei stessa, oppure mio padre.

Alla fine decisi di provare. Il primo giorno non rivolsi la parola a nessuno, se non per rispondere alle domande. Il giorno seguente non volevo andare, ma mia madre mi costrinse. Venne con me per una settimana, dopodiché vinsi la paura e mi unii alle altre ragazze.

Un giorno, durante una pausa, vidi due donne che si scambiavano dei libri. Una delle due diede dei soldi all’altra. Ero curiosa e chiesi cosa stessero facendo. La donna di nome Fakhria mi disse che vicino a casa sua aveva trovato una biblioteca. Aveva chiesto al proprietario di prestarle alcuni libri e l’uomo aveva acconsentito, a patto che Fakhria non informasse i talebani, perché altrimenti la pena sarebbe stata molto severa. Così la donna aveva iniziato a prendere a prestito i libri e leggerli a casa. Poi aveva cominciato a prenderli anche per le sue amiche più strette e in cambio dava dei soldi al bibliotecario. In questo modo l’uomo poteva guadagnare denaro extra, mentre Fakhria era riuscita a organizzare una rete che consentiva alle donne del suo quartiere di avere accesso ai libri, poiché anch’esse, come lei e tutte le altre donne, erano state private di ogni diritto. Chiesi subito a Fakhria se potevo prendere in prestito anch’io il libro per qualche giorno, dopo che aveva finito di leggerlo, e lei mi rispose “Sì, ma devo fare attenzione”. Poi mi disse che, se volevo, mi avrebbe portato un altro libro il giorno seguente, e io acconsentii.

Da quel momento andare a scuola diventò meraviglioso. Il giorno dopo, durante l’intervallo, Fakhria mi diede un volume pesante, intitolato “Fall of an Angel”: lo presi e aspettai con impazienza di finire la lezione per iniziare a leggere. Appena arrivata a casa andai subito nella mia stanza e cominciai. Presto fui così presa che in poche ore ne avevo letto la metà. E piansi molto, perché nel libro l’Angelo deve sopportare molte sofferenze.

Quando si fece buio mia madre venne a chiamarmi e mi chiese perché piangessi, così le raccontai la storia dell’Angelo e di Fakhria. Mia madre mi disse di continuare a leggere e questo mi sorprese, ma mi diede anche coraggio. Cenai in fretta e tornai in camera a leggere, fino a ben oltre la mezzanotte.

Mia madre si accorse di quanto fossi felice di frequentare il corso e che ogni volta tornavo a casa con due o tre libri. In quei giorni ne lessi a decine: mi riportarono la luce dopo il buio, mi restituirono la speranza. Ogni volta che finivo di leggere il capitolo di un libro, correvo in salotto e ne raccontavo la storia alla mia famiglia. Erano contenti di ascoltarmi e ne parlavamo a lungo insieme. Leggere mi fece tornare la passione per la vita, non volevo più stare chiusa in camera a rimuginare sui talebani. Mio fratello raccontò ad un suo amico alcune delle storie che avevo letto e questi gli disse che anche lui possedeva molti libri e che me li avrebbe prestati.

Dopo tre mesi mio padre mi chiese di scrivere in un diario le frasi più importanti dei testi che avevo letto. Ricordo che anche mio padre aveva un’agenda sulla quale riportava le citazioni importanti. Mi comprai un bel quaderno e una penna colorata e cominciai a tenere un diario, dove scrivo tutt’ora. Mi accorsi che leggendo libri e scrivendo un diario non avevo più tempo per la tristezza.

Un giorno mia madre mi chiese se il corso di cucito mi piacesse e io le risposi che adoravo frequentarlo, perché oltre che a cucire apprendevo anche tante cose dai libri. Le raccontai la storia di Fakhria, la donna che me li portava. Aveva perso sia il padre che la madre quando era molto giovane. Non si era mai sposata, perciò viveva con suo fratello e sua cognata. Prima dell’arrivo dei talebani era un’insegnante. Poi, come me, anche Fakhria era diventata apatica. Ma da quando aveva scoperto la biblioteca segreta, era di nuovo felice e aveva organizzato una rete che permettesse anche ad altre donne di prendere in prestito i libri e trarne beneficio.

Fakhria divenne la mia migliore amica in un periodo in cui nulla riusciva più a scuotermi. E’ stata lei a cambiarmi la vita e restituirmi la felicità. Subito dopo il corso di cucito, trovò un altro corso dove le donne imparavano a fare cesti fioriti e gioielli con le perline. Grazie alla vicina che ci aveva parlato del corso di cucito e a mia madre che mi costrinse a frequentarlo, ho incontrato Fakhria, la donna che mi ha aperto la porta della speranza semplicemente prestandomi dei libri.

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Testo originale: The Secret of the Hidden Library, di Fariba. Ripreso da Afghan Women’s Writing Project: progetto coordinato in USA dalla scrittrice Masha Hamilton e centrato su produzioni letterarie e altri interventi originali di donne afgane.

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