Tag Archive | "diritti delle donne"

U

Tags: , , , , , ,

Tecnologia, strumento di emancipazione per le donne afghane

Posted on 11 November 2015 by Luciana Buttini

[Traduzione a cura di Luciana Buttini, dall'articolo originale di Faheem Hussain pubblicato su openDemocracy]

Una classe durante l'ora di informatica al Liceo sperimentale femminile a Herat, Afghanistan, immagine ripresa da Flickr su licenza CC, scattata il 12 maggio 2012.

Una classe durante l'ora di informatica al Liceo sperimentale femminile a Herat, Afghanistan, immagine ripresa da Flickr su licenza CC, scattata il 12 maggio 2012.

Le donne afghane, così come le loro coetanee nel resto dell’Asia meridionale, stanno rapidamente emergendo dalle restrizioni che gli vengono imposte dall’estremismo religioso e da altri fattori socio-economici negativi. Nel quadro di questo processo graduale di acquisizione di maggiore autonomia, le Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), ovvero la telefonia mobile e Internet, stanno giocando un ruolo fondamentale.

Ignorando i secolari tabù, le donne stanno rapidamente guadagnando accesso alle tecnologie mobili. Si stanno abituando infatti a diversi servizi di informazione, e stanno creando loro spazi sociali e professionali online. Tuttavia, ci sono senz’altro ancora molti ostacoli da superare per assicurare alla maggior parte delle donne in questo Paese un accesso equo all’informazione e alla comunicazione. Le tendenze che abbiamo osservato indicano però una crescente e positiva presenza delle donne afghane nel mondo dei social media, delle tecnologie intelligenti e dell’economia digitale.

Con il sostegno della Ford Foundation, l’Università asiatica delle donne, istituto regionale di arti liberali per donne, sta conducendo una ricerca pluriennale per comprendere meglio l’impatto che i cambiamenti circa l’impiego e le opportunità educative per il genere femminile possono avere sulle relazioni di genere in Afghanistan, Pakistan, India e Bangladesh. Una parte della ricerca è stata realizzata per analizzare l’utilizzo, la proprietà e l’impatto degli strumenti e dei servizi TIC sull’autonomia delle donne.

Quest’articolo mette in luce alcuni dei principali risultati sull’utilizzo delle TIC da parte delle donne afghane appartenenti a molteplici etnie della regione intorno a Kabul. Pur comprendendo il bisogno di ragionare anche su altri luoghi geografici all’interno dell’Afghanistan al fine di ottenere una più ampia visione, l’attuale situazione politica e le preoccupazioni in materia di sicurezza portano a concentrare il nostro lavoro su Kabul e i suoi dintorni.

La nostra ricerca ha dimostrato che il cellulare è lo strumento TIC più diffuso tra le donne afghane, al di là delle differenze di età e delle diverse origini socio-economiche. La maggior parte delle intervistate si è identificata come proprietaria di telefoni cellulari, e ha rivelato una tendenza verso una maggiore flessibilità nel loro utilizzo. La TV risulta essere la fonte più diffusa per quanto concerne l’intrattenimento familiare e le notizie. Sono molto diffusi i programmi religiosi, di salute e di cucina. È interessante notare che alcune intervistate hanno sottolineato come Facebook rappresenti il loro strumento TIC preferito, anche se hanno affermato al tempo stesso di non utilizzare Internet! Ciò dimostra l’enorme popolarità di questo servizio  di social network tra gli utenti internet afghani.

Abbiamo tuttavia percepito le tensioni attualmente esistenti sulle modalità di fruizione della TV o dei telefoni cellulari: gli uomini della famiglia (ad esempio il padre o il nonno) usualmente controllano infatti chi ha accesso ai mezzi di comunicazione e in quale misura. Un’intervistata ha affermato:

Generalmente gli uomini hanno il pieno controllo nell’uso di qualsiasi strumento TIC. In famiglia le ragazze possono usarli ma… hanno paura di entrare a far parte delle reti di comunicazione.

Anche se queste pratiche sono rimaste in qualche modo la norma per l’accesso alla TV, le donne stanno lottando duramente per cambiare questa situazione e proiettarsi verso un uso più libero del cellulare e delle applicazioni online. A volte si trovano ad affrontare molta resistenza da parte dalle basi tradizionali di potere sociale. Per questo motivo le donne accedono talvolta a Facebook attraverso dati personali falsificati al fine di evitare problemi dentro e fuori dalla famiglia.

In alcuni luoghi le donne non possono guardare la TV o avere un proprio telefono cellulare. Ma oggi stanno però cercando di difendere la propria posizione, affermando la necessità di utilizzare le TIC, i social media e Internet per garantire la propria sicurezza. Una partecipante ha dichiarato:

Mio suocero mi rimprovera sempre il fatto che io abbia lasciato alle mie figlie la libertà di avere un proprio telefono cellulare e un profilo Facebook… Ogni volta la mia risposta è che le mie figlie usano i cellulari perché noi genitori abbiamo bisogno di sapere dove sono, in caso succeda qualcosa hanno bisogno di informarci.

Alcuni hanno anche sottolineato la crescente popolarità delle TIC perfino tra la maggior parte dei conservatori e delle persone contrarie al sistema dominante in Afghanistan. Un’intervistata ha detto:

Giuro su Dio, quelle cose, quelle persone che fanno parte dei gruppi talebani ora hanno nelle loro case perfino una parabola!

L’aspetto più importante è che le TIC hanno aiutato la gente in Afghanistan a comprendere meglio la propria sofferenza e le opportunità che stanno perdendo. Su un profilo di una donna si legge:

Ora le persone capiscono che lo stile di vita trasmesso da quelle persone era buio e doloroso.

Comprensibilmente, le donne afghane possono tutte nutrire grandi speranze con le TIC, questi strumenti sono in grado di renderle autonome e di migliorare le loro vite.

Le TIC possono aiutare le donne a interagire meglio con il mondo esterno… questi dispositivi sono molto utili per le donne nella nostra società poiché queste non interagiscono molto al di fuori della loro famiglia… invece l’utilizzo del computer (e in generale l’uso delle TIC) può aiutarle a ottenere un lavoro migliore… In questo modo le donne hanno nuove idee e a volte riescono anche a capire meglio i loro diritti…

Oltre alle questioni dei diritti e dei problemi legati al lavoro, abbiamo ascoltato aneddoti meravigliosi raccontati dalle nostre intervistate, che analizzano in maniera significativa l’impatto delle TIC sulle loro vite:

Le TIC hanno prodotto molti buoni risultati… Una volta il lupacchiotto che avevo citato prima [il figlio, NdT] era malato. Il mio primogenito è  entrato subito su Skype e ha contattato un dottore in America. Grazie ai suoi consigli, le condizioni del lupacchiotto sono migliorate. Eravamo sconvolti prima perché non sapevamo come curarlo e poi per il luogo da dove sono arrivate le informazioni!

Molte donne hanno parlato inoltre dell’importanza di accedere tramite Internet a lezioni di cucina o a informazioni in materia di assistenza sanitaria. Ancora più importante è il fatto che la maggior parte di loro identifica le TIC come mezzi per cambiare le loro vite e per mostrare agli altri gli aspetti positivi della vita per le donne afghane. Questo viene così riassunto da un’intervistata:

Le TIC aiutano gli altri a vedere nuovi aspetti delle donne afghane nella società.

Questi risultati ci rendono fiduciosi sull’uso dei dispositivi TIC e sul loro sviluppo nell’uso comune delle donne afghane.

La seconda fase del nostro lavoro mira a coprire più aree in modo da poter costruire una panoramica più ampia delle sfide e delle opportunità che le utenti delle TIC devono affrontare in questo Paese. Ci auguriamo che arriverà un giorno in cui tutte le tendenze e le principali applicazioni TIC possano essere economicamente e socialmente disponibili, accessibili e alla portata di tutte le donne in Afghanistan.

Comments (0)

Un giro del mondo ‘alternativo’ per svelare lotte e diritti negati

Tags: , , , ,

Un giro del mondo ‘alternativo’ per svelare lotte e diritti negati

Posted on 23 September 2015 by Redazione

[Pubblichiamo l'esperienza di Daniela BioccaStefano Battain. Daniela e Stefano sono i protagonisti di un viaggio in oltre 20 paesi nei 5 continenti. Un giro del mondo in 266 giorni, per dare forma al progetto ALTERRATIVE, fusione delle parole “Terra” e “Alternative”. Lo scopo è incontrare associazioni, piccole organizzazioni e cooperative impegnate a promuovere la sovranità alimentare e i diritti delle donne. Entrambi cooperanti in Africa hanno deciso di prendere una pausa dal lavoro per tutto il 2015 e intraprendere questo viaggio di ricerca. Lo scopo principale è vedere con i propri occhi, comprendere meglio e documentare la realtà di chi lotta per un mondo alternativo e diverso dal basso.]

ALTERRATIVE nasce a Wau, in Sud Sudan, in una calda e polverosa domenica pomeriggio. Sprofondati tra gli scomodi cuscini del divano di velluto sintetico, discutiamo dei progetti che stiamo coordinando, ci confrontiamo su come stanno andando le attività, perché alcune vanno bene, altre male? Perché alcune persone si impegnano tanto e altre si sentono meno coinvolte? Cosa fa la differenza? Come succede che le persone scelgono una causa, si mettono insieme e si organizzano per combattere una minaccia o per raggiungere un obiettivo? Cosa spinge le persone all’azione?

La lista degli interrogativi si allunga ogni volta che sediamo nel torrido salotto in quei lunghi soporiferi pomeriggi africani. Stiamo sbagliando qualcosa nel nostro lavoro? Come possiamo imparare e migliorare? Domanda su domanda, mettiamo insieme i nostri pensieri e decidiamo di non rinnovare i nostri contratti e prendere alcuni mesi per cercare le risposte, viaggiando e andando da persone che possono aiutarci a capire meglio come hanno scelto di vivere le proprie lotte e perché.


Manifestazione a Tunisi al Forum Sociale Mondiale organizzato dalla Marcia Mondiale delle Donne - Foto di Daniela Biocca rilasciata con licenza CC


A marzo, dopo l’indecisione iniziale se andare o no a Tunisi dovuta alla strage del museo del Bardo, diamo il via al viaggio dal Forum Sociale Mondiale. Il fiume di immagini proposte dalla televisione italiana che presentava un città messa a ferro e fuoco dalla brigate dell’ISIS ci aveva fatto indugiare. Arrivati, tutto quello che troviamo invece è una città con rigide misure di sicurezza, ma viva e brulicante, pronta ad accogliere le migliaia di persone che hanno deciso di esserci e manifestare la loro solidarietà al popolo tunisino dopo l’attentato. Un messaggio positivo e di solidarietà che non sembra aver riscosso tanta attenzione quanto la strage al museo.

Peccato. Non sarà l’ultima volta che scopriremo una realtà diversa da quella presentata da radio, TV, giornalie documenti che abbiamo letto in preparazione dei vari incontri.

È il caso di Marinaleda, una comune spagnolo, nel cuore dell’Andalusia, presentato come l’ultimo bastione comunista dove tutti sono uguali e tutti guadagnano a fine mese la stessa cifra, ma che in verità è un comune in cui una amministrazione comunale onesta ha preso decisioni pragmatiche e di buon senso sulla gestione della terra e dei servizi, dopo anni di occupazione e lotta per riottenere la terra.


Ingresso cooperativa agricola di Marinaleda, comunità autonoma in Andalusia - Foto di Daniela Biocca rilasciata con licenza CC


Azioni spontanee e mobilitazioni cittadine che scelgono di proteggere i propri spazi, come quella di Gill Tract Farm di Albany in California, che ha occupato e dato vita ad un orto urbano per impedire che la Berkley University vendesse i terreni ad aziende private. O come l’occupazione del Frente Popular en Defensa de la Tierra di Nexquipayac che ha una controparte molto potente, come il governo messicano, ma che non per questo ha rinunciato a difendere la propria terra contro la costruzione del nuovo aeroporto di Città del Messico.


Daniela e Stefano con alcuni membri del Frente Popular en Defensa de la Tierra di Nexquipayac, mobilitati contro la costruzione del nuovo aeroporto in Città del Messico - Foto di Andrea Spotti rilasciata con licenza CC


In molti Paesi che abbiamo visitato la disobbedienza civile è sinonimo di repressione e arresti. Dal Chiapas a Cuenca, da Cochabamba a Rapanui, chi ha deciso di combattere contro l’espropriazione della terra, l’estrazione mineraria, la privatizzazione dell’acqua e l’introduzione di organismi geneticamente modificati in agricoltura, ha scelto una strada difficile, fatta di anni di prigione e la paura di scomparire nella notte.

Perché la gente si mobilita? La risposta è la stessa: per la terra, per l’acqua, per la propria cultura, per sopravvivere o vivere meglio. Scelgono di non vendersi, di restare. Sarebbe meglio vendere il proprio appezzamento di terreno e andare a vivere in città come viene spesso chiesto loro. Guadagni facili e veloci, e poi? Cosa rimane? Paesi diversi, ma con dinamiche simili.

Nonostante alcune porte in faccia, lungo il cammino abbiamo trovato una guida in chi ci ha tenuto ore all’ombra di un albero per raccontarci la propria storia personale e quella del movimento, in chi ci ha ospitato nella propria casa, aprendoci il cuore affinché certe storie vengano conosciute e raggiungano soprattutto chi sta vivendo la stessa situazione. Ci ha aiutato anche chi non ha voluto parlare con noi, chi ci ha detto che non parlano perché non rappresentano nessuno, anzi nessuna, visto che la maggior parte della volte sono stati propri i movimenti femministi quelli più difficili da raggiungere. Ringraziamo anche la sincerità di Feliciana Macario di CONAVIGUA che ci ha spiegato onestamente e senza ipocrisie i diversi stati d’animo e condizioni di vita delle donne indigene e non in Guatemala.


Manifestazione organizzata dalla FOA - Federacion des Organizaciones del Azuay contro il progetto di estrazione mineraria a Kimsacocha, Cuenca, Ecuador - Foto di Daniela Biocca rilasciata con licenza CC


Il viaggio ora continua in Asia e Africa, dove incontreremo nuove persone e storie. Chiuderemo il viaggio in Italia, perché, nonostante la diversità delle condizioni politiche ed economiche, lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali è un tema che riguarda anche il nostro Paese.

Dopo il viaggio, inizierà la parte più difficile: mettere insieme i vari pezzi, ordinarli e per metterli dentro la nostra vita (anche se un po’ ci sono già) e il nostro lavoro e continuare il cammino con i nuovi occhiali che ALTERRATIVE ci ha messo addosso.

[Stefano e Daniela si sono sposati il 20 settembre dello scorso anno e questo viaggio di ricerca è anche la loro “luna di miele”, sostenuta dall’entusiasmo di amici e parenti e risparmi personali. Via terra hanno già percorso oltre 20.000 chilometri. Per chi fosse interessato a saperne di più, oltre al sito, il progetto si trova anche su Facebook, Twitter e LinkedIn.]

Comments (0)

Femminismo imperialista, Islam e interventi armati

Tags: , , , , , , , , , , , ,

Femminismo imperialista, Islam e interventi armati

Posted on 27 August 2015 by Benedetta Monti

[Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall'articolo originale di Deepa Kumar pubblicato su openDemocracy]

In una recente intervista alla CNN, la giornalista Alisyn Camerota ha domandato allo studioso di religioni Reza Aslan se l’Islam sia una religione violenta dato il “modo primitivo di trattare le donne e altre minoranze“. Aslan ha risposto che le condizioni delle donne nei principali Paesi musulmani variano – mentre le donne in Arabia Saudita non possono guidare, in altri Paesi le donne sono state elette capo di Stato per ben sette volte. Prima che potesse concludere la sua frase, però, facendo notare che anche gli Stati Uniti non hanno ancora eletto una donna come presidente, è stato interrotto dall’altro ospite in studio, Don Lemon, che ha osservato: “Sii onesto, Reza, perché la maggior parte delle società in quei Paesi non sono libere e aperte per le donne.”

Come fanno persone come Camerota e Lemon, che probabilmente non sono mai stati in Turchia, in Libano o nel Bangladesh, Paesi “liberi e aperti”, o non hanno mai letto niente riguardo alle lotte per i diritti delle donne in Marocco, in Iran e in Egitto, ad assumere con certezza che nei “Paesi musulmani” le donne sono trattate in “modo primitivo” ? Su quale base Lemon ritiene di aver l’autorità di far notare ad Aslan la sua presunta disonestà? Perché, senza evidenze sui diritti umani delle donne nei principali Paesi musulmani (che variano ampiamente secondo il Paese, le regioni all’interno di uno stesso Paese, la classe sociale, la storia e la natura dei movimenti di emancipazione nazionali, il ruolo dell’Islam nei movimenti politici, ecc.), i commentatori occidentali rendono regolarmente simili dichiarazioni sull’Islam e le donne?

La risposta si trova in una struttura ideologica data per scontata, sviluppata dall’Occidente nel corso di due secoli. Questa struttura, a cui gli studiosi si riferiscono come “femminismo coloniale”, si basa sull’appropriazione dei diritti delle donne in funzione dell’impero. Nata nel XIX secolo nel contesto del colonialismo europeo, insiste sulla nozione che il “mondo musulmano” barbaro e misogino, debba essere civilizzato dall’Occidente liberale e “illuminato”; una retorica conosciuta anche come Orientalismo di genere.

Il femminismo coloniale/imperialista ha assunto forme vecchie e nuove negli Stati Uniti. Uno dei contesti della rinascita del femminismo imperialista negli Stati Uniti è ad esempio l’invasione dell’Afghanistan nel 2001. Prendendo in prestito il cliché della Gran Bretagna in India e in Egitto, e della Francia in Algeria, gli Stati Uniti hanno sostenuto di voler liberare le donne afghane. I liberali e le femministe degli Stati Uniti, andando contro i desideri delle organizzazioni femministe afghane, come la RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), che si erano schierate contro l’intervento americano, hanno sostenuto l’amministrazione Bush e la guerra in Afghanistan.

Nell’era di Obama, il liberalismo si è collegato ancora più strettamente all’impero. Nonostante montagne di prove che mostrano come l’occupazione degli Stati Uniti/NATO ha fatto poco per i diritti delle donne, Amnesty USA ha condotto una campagna a favore dell’occupazione dell’Afghanistan. Nel 2012 sono apparsi annunci nei luoghi pubblici di donne afghane in burqa con il sottotitolo: “Nato: il Progresso va avanti!“. Amnesty USA ha inoltre organizzato un summit dove è stato espresso nuovamente, attraverso le voci di donne di potere come Madeline Albright, la giustificazione della guerra in nome del femminismo imperialista.

Cosa può spiegare questa tendenza fra i liberali nel prendere posizioni contro gli interessi delle donne musulmane e delle donne di colore? I fattori sono molti, ma principalmente due sono degni di nota – il razzismo e l’impero.

Come hanno sostenuto alcune femministe del Terzo Mondo, la debolezza storica del femminismo liberale in Occidente è rappresentata dal suo comportamento razzista e paternalistico nei confronti delle donne di colore, che sono state spesso viste meno come alleate e più come vittime con la necessità di essere salvate. Questo tipo di comportamento prevale sia in relazione alle donne di colore all’interno delle nazioni occidentali, sia in relazione alle donne nei sud del mondo. È questo che fa vedere personaggi quali Madeline Albright e Hillary Clinton come “salvatrici” femministe anche se entrambe, nel ruolo di Segretario di Stato, hanno promosso l’imperialismo americano. La nozione del liberalismo riguardo allo Stato come ente neutrale, piuttosto che come un apparato coercitivo, è utilizzata per promuovere il capitalismo e l’impero, che si trova alla radice di tali prospettive.

 

 

Nella sfera culturale, gli show televisivi come “Homeland” riproducono questo femminismo imperialista non soltanto attraverso la trama o il personaggio femminile principale (Carrie Mathison), ma anche attraverso le campagne pubblicitarie. Nell’introduzione alla stagione 4, la campagna pubblicitaria di Homeland ritraeva la Mathison “lontana da casa” a combattere la guerra “giusta”. Il suo cappuccio rosso, la gonna blu e il volto bianco rappresentavano la nazione americana in contrasto rispetto al mare di oscurità del Medio Oriente. I suoi abiti esclusivi e la sua postura attiva la contraddistinguono come l’incarnazione dell’individualismo liberale in contrasto alle donne musulmane passive e quasi indistinguibili tra loro, vestite di nero. Il messaggio più ampio è la costruzione di un “noi” come una società in cui le donne hanno valore in rapporto a un “loro” come espressione della misoginia, in una riproduzione classica del dibattito coloniale sullo “scontro di civiltà”.

Il femminismo imperialista non è tuttavia una specialità esclusiva della élite bianca occidentale; gli intellettuali delle borghesie nei sud del mondo hanno sempre giocato un ruolo produttivo. Oggi, nell’era “post-razzista”, non sono soltanto i liberali bianchi e le femministe a rafforzare il femminismo imperialista: anche le classi medie e dirigenti, e le donne di colore, nell’Occidente e nei sud del mondo hanno contribuito in modo attivo ad articolare nuove forme e nuovi agenti del femminismo imperialista.

Un esempio recente di come il femminismo imperialista possa incorporare l’attivismo femminile nel mondo musulmano è stata la diffusa attenzione riservata dai media occidentali alla storia della donna pilota degli Emirati Arabi Maryam al-Mansouri. Ampiamente elogiata dai liberali e dai conservatori negli Stati Uniti (al di là dei commenti del tipo “tette sul campo”), al-Mansouri è diventata un mezzo attraverso cui scrivere contro l’atroce record negativo riguardo ai diritti umani delle monarchie del Golfo. Sebbene l’immagine di una donna pilota musulmana sia anche servita a contrastare la rappresentazione delle donne come vittime, gli articoli hanno perlopiù finito per assegnare agli Stati Uniti il ruolo di nazione salvatrice, a capo di una coalizione di “musulmani buoni” in una guerra giusta contro l’ISIS. Al posto di T.E. Lawrence abbiamo oggi Barack Obama.

Il femminismo liberale ha sempre giudicato positivamente la partecipazione delle donne alla guerra. Nel 1991, dopo la prima guerra del Golfo, la femminista Naomi Wolf ha lodato le soldatesse americane per aver generato “rispetto e perfino paura” e per aver portato avanti la lotta per i diritti delle donne. Ha omesso però di parlare degli oltre 200.000 iracheni, donne, uomini e bambini, che sono rimasti uccisi in quella guerra. Le donne americane non possono costruire la propria libertà sui corpi delle vittime dell’impero come le donne arabe non possono farlo gettando bombe sui siriani. L’impero non libera, sottomette.

Comments (0)

Linen Market, Dominica ca. 1780 by Agostino Brunias. Wikimedia Commons.

Tags: , , , , , , , , ,

Sfumature di bianco: razza, genere e schiavitù nei Caraibi

Posted on 06 July 2015 by Luciana Buttini

[Traduzione a cura di Luciana Buttini, dall'articolo originale di Cecily Jones pubblicato su openDemocracy]

Mercato dei filati, Dominica ca. 1780, di Agostino Brunias. Wikimedia Commons.

Mercato dei filati, Dominica ca. 1780, di Agostino Brunias. Wikimedia Commons.

Durante l’era coloniale, nei Caraibi sia i bianchi che i neri venivano categorizzati secondo linee di genere, molte delle quali persistono ancora oggi.
Ci si appellava alle differenze razziali per giustificare la deportazione e la schiavizzazione forzata, attraverso la tratta transatlantica degli schiavi, di quelli che alla fine risultarono circa tredici milioni di africani  Questo duraturo sistema non solo ha comportato l’impiego di un’iconografia razzista sui significati dell’essere nero, ma ha al pari richiesto una riflessione su cosa significasse essere bianco. È in questo contesto che la valorizzazione dell’uomo bianco ha proceduto di pari passo con la discriminazione dell’uomo nero, con la differenza di genere che ha iniziato a giocare un ruolo fondamentale in entrambi i lati dell’equazione. Così, la virilità razionale delle persone bianche ha iniziato a simboleggiare la cultura e la civiltà, mentre la virtù morale, la purezza sessuale e la bellezza fisica hanno iniziato a definire i parametri della femminilità bianca. Questa immagine della ‘pura’ femminilità bianca era posta in netto contrasto con la sessualità apparentemente grottesca, la bruttezza fisica e la smodata fertilità – una metafora riferita all’Africa stessa – delle ‘focose’ donne africane.

Queste perduranti icone sulla razza e sul genere hanno spesso causato problemi sociali e politici anche alle donne bianche. La schiavitù coloniale non fu appannaggio esclusivo degli uomini, poiché anche le donne europee furono profondamente inserite in questa struttura, sia ‘a casa’ che ‘laggiù’ nelle colonie. Le donne ricche trassero investimenti redditizi dal sistema schiavistico, con il finanziamento dei cantieri navali e le industrie legate alla tratta degli schiavi, comprese le assicurazioni e gli istituti di credito a sostegno di questo sistema. Molte possedevano per sé stesse degli schiavi. Anche le donne appartenenti alle classi sociali più povere trovarono all’interno delle colonie opportunità per il proprio progresso economico e sociale. Coltivavano infatti piccoli appezzamenti di terreno, gestivano taverne e negozi e importavano beni di consumo o operai per i lavori di costruzione di strade e ponti. Lavoravano anche come domestiche nelle piantagioni e come venditrici ambulanti. Il colonialismo ha creato opportunità per il progresso socio-economico delle donne bianche, in particolare per le nubili e per le vedove.

Sfumature di bianco

Le donne bianche trassero benefici dalla schiavitù in vari modi, ciò nonostante la loro presenza fu spesso concepita in termini di problema e pericolo, sia per le singole donne bianche che più in generale per l’intera categoria bianca. Il sole cocente e le tante malattie dei tropici erano considerati intollerabili a livello fisico e psicologico per le donne bianche, soprattutto per quelle di nobili origini. Maria Nugent, moglie del governatore generale della Giamaica (1801-1805), scrisse nel suo diario che era stata turbata dalle malefiche conseguenze del clima e della ‘creolizzazione’. Quest’ultima definizione si riferisce essenzialmente alle persone bianche nate e cresciute all’interno delle società coloniali, le cui maniere risultavano non più ‘europee’ ma neppure da ‘abitante dei Caraibi’. La Nugent vedeva il caldo torrido e la lunga convivenza con i popoli africani incivili come forze umilianti alle quali attribuiva la sorprendentemente alterata pronuncia strascicata del creolo, il debilitante torpore e l’edonismo della popolazione locale. La sterilità intellettuale diede vita a perfette “virago” (dal temperamento violento o cattivo) e la loro trasandatezza nella pulizia domestica le rese donne povere, madri negligenti e bisbetiche padrone dei popoli schiavizzati. Né inglesi né africane, le donne bianche creole occupavano un terreno di mezzo come ‘altre bianche’ - che minacciava di compromettere gli ideali della femminilità bianca.

La critica censoria della Nugent nei confronti delle donne creole bianche echeggiava inquietudini dell’età coloniale sulla possibilità che il corpo delle donne bianche potesse diventare il mezzo di diffusione della degenerazione razziale dei bianchi e del declino imperiale. Le donne creole erano considerate bianche – anche se di un bianco meticcio – ma l’innata debolezza delle loro menti femminili e dei loro corpi le rendevano guardiane inaffidabili dell’universo bianco. Avevano pertanto bisogno di sorveglianza sociale e sessuale: le donne che trasgredivano le norme socio-sessuali della società coloniale rischiavano severe punizioni, come l’emarginazione o la perdita del proprio status.

Inoltre, mentre gli uomini bianchi di tutte le classi sociali si impossessavano liberamente delle donne africane e le sfruttavano sia sessualmente sia come “macchina” riproduttiva, venivano imposte rigorose proibizioni circa le relazioni tra le ‘loro’ donne bianche e tutti gli uomini neri.

La regolazione di ciò che doveva essere femminilità bianca nelle colonie diventò, così, l’aspetto essenziale su cui l’essere bianco avrebbe resistito o sarebbe crollato. Le relazioni sessuali tra le donne bianche e gli uomini neri costituiva una profonda minaccia all’ordinamento razziale e sociale. La legge coloniale imponeva che, per gli individui non liberi, i bambini dovessero seguire lo status giuridico delle loro madri. Ciò comportava che i corpi delle donne africane assicurassero la vera e propria incarnazione della non-libertà, mentre i ventri delle donne bianche servivano come incubatrici delle libertà. Poiché gli uomini bianchi non immaginavano una futura popolazione costituita da persone di colore libere, rafforzavano il loro potere patriarcale e la supremazia bianca attraverso il controllo della sessualità delle donne bianche.

Così come è stato dimostrato da Ann Stoler e altri studiosi, la ripartizione nei rispettivi ruoli non è stata mai lasciata al caso. Per esempio, nel diciassettesimo secolo le leggi per l’assistenza ai poveri a Barbados riducevano gli aiuti parrocchiali – il sostegno di base per i bisognosi – unicamente a donne e uomini bianchi considerati ‘meritevoli’. Le donne bianche povere che compromettevano i confini dell’essere bianco attraverso relazioni con gli uomini neri non erano considerate ‘meritevoli’. I loro figli venivano allontanati e portati in scuole professionali. Le madri stesse perdevano il beneficio degli aiuti parrocchiali venendo letteralmente espulse dal mondo bianco. Un esempio come questo mette in evidenza i vari strati dell’essere bianco, che non sono mai stati solo una questione di colore della pelle ma definiti anche attraverso le pratiche sociali. La condizione di successo dell’essere bianco ebbe la meglio, portando a privilegi come status sociale e benefici materiali anche ai bianchi poveri che vivevano ai margini del mondo bianco, negandolo invece ai neri, perfino ai neri liberi/liberati.

Un’analisi dei rapporti di proprietà chiarisce ulteriormente la complessità della questione bianca di genere nella formazione delle relazioni sociali al periodo della schiavitù coloniale. Le leggi sulla proprietà degli abitanti di Barbados imponevano limitazioni informali circa l’accesso delle donne bianche al patrimonio, tuttavia tutte le donne bianche godevano del diritto di essere proprietarie e di controllare la produttività e il lavoro riproduttivo dei popoli asserviti. Numerosi ricorsi da parte di donne separate e divorziate, che con successo ottennero presso i tribunali di Barbados la proprietà detentiva dei popoli resi schiavi come patrimonio coniugale comune, attestano il valore delle rivendicazioni legali circa la proprietà umana.

Alle donne bianche che appartenevano alle società degli schiavi nei Caraibi erano negate alcune libertà, di cui invece godevano i loro corrispettivi uomini, ed erano sottomesse alla loro sorveglianza e al loro controllo. Questo non significa che riconoscessero le donne ridotte in schiavitù come loro sorelle, seppure di minore importanza. A differenza di una parte delle donne che lavoravano nelle piantagioni in Sudamerica, nelle donne bianche dei Caraibi mancava una coscienza collettiva contro la schiavitù. La conservazione del privilegio dei bianchi richiedeva la loro uniformità razziale e politica con gli uomini bianchi, anche se erano assoggettate alle ideologie e alle consuetudini che frenavano le loro azioni e controllavano la loro sessualità. L’autorità coloniale non era peraltro mai stata così restrittiva da limitare l’intera autonomia delle donne bianche. Attraverso i loro diritti di proprietà sui popoli schiavizzati le donne bianche esercitavano un potere straordinario su corpi altrui, in ciò sottolineando come le icone di razza e di genere fossero vincolanti e permettessero l’esercizio del privilegio dei bianchi.

Il colonialismo oggi

Nelle società caraibiche il passato coloniale è sempre presente. Si riverbera infatti in immagini popolari di genere, razza, classe sociale e sessualità, e la discriminazione persiste in tutti questi campi. I popoli di origine africana rappresentano la maggioranza della popolazione nella maggior parte delle ex colonie inglesi. Come ha osservato recentemente Rex Nettleford, segno dei passati secoli di mescolanza razziale, “mentre quasi l’80% della popolazione risulta inequivocabilmente nero, circa il 95% dei giamaicani sono persone nelle cui vene scorre un certo grado di sangue africano“. I corpi delle popolazioni nere – maschi e femmine- restano oggetti sessualizzati, mercificati, sempre soggetti a una regolamentazione violenta sia nella sfera pubblica che in quella privata. Il fascino ‘esotico’ della regione contribuisce ad accrescere la sua popolarità rendendola una delle principali mete per i turisti occidentali in cerca di sole, mare e sesso. Tutto questo dà origine ad una fiorente industria della prostituzione, ad altri tipi di sfruttamento e a ciò che spesso è definito come tratta di esseri umani.

In teoria, lo sviluppo delle classi medie e alte delle popolazioni nere suggerirebbero che ‘la razza’ conservi solo una modesta importanza, e i giornalisti spesso affermano che ora è la classe sociale a rappresentare il principio gerarchico dominante dell’organizzazione sociale. L’immagine attuale dei Caraibi come un luogo cosmopolita, multiculturale e non razziale – un vero e proprio crogiolo di africani, europei, indiani, siriani, cinesi e altre etnie e culture – trascura di considerare le modalità con cui il genere, la razza, la classe sociale e la sessualità continuano a restare intrecciati tra loro. Resta la forza di un valore sociale e culturale attribuito all’essere bianchi e alla cultura dei popoli bianchi, che sostiene la continua diffusione delle idee coloniali in materia di razza, genere, classe sociale e sessualità.

Anche oggi il fatto di essere bianco continua a essere il segno di un capitale sociale e culturale. Tutto ciò è dimostrato dalla concentrazione di popolazioni dalla pelle bianca o comunque più chiara all’interno delle élite. Una percezione del colore della pelle raramente riconosciuta ma comunque evidente sta a significare che la pelle chiara rimane un parametro fondamentale per gli standard della bellezza fisica e del valore culturale. Questo ha generato il fenomeno onnipresente e pericoloso dello sbiancamento della pelle praticato da donne e uomini di tutte le classi sociali. Inoltre una celebrazione dell’essere bianco e dei valori culturali dei bianchi permea diffusamente la società. Tutto ciò informa le scelte sessuali e coniugali – con la mobilità sociale e di capitale acquisibile attraverso il matrimonio con una persona di più elevata classe sociale – come pure, più in generale, le cognizioni dei valori culturali. Le forme di istruzione linguistica, orale e letteraria che derivano dalla cultura africana/nera sono viste come deviazioni  dagli standard normativi culturali dei bianchi, com’è analogamente per gli aspetti di vita familiare, delle strutture, della religione, del governo e dell’estetica. Alcuni studiosi definiscono queste persistenti ineguaglianze di razza, genere e classe sociale come l’”aldilà” della schiavitù. Questo eufemismo descrive la resilienza delle disuguaglianze radicate nell’era della schiavitù coloniale e riprodotte all’interno delle società post-coloniali. È per questa presa d’atto delle conseguenze a lungo termine della schiavitù razziale – questo “aldilà” – che si cerca di attuare riparazioni. Queste azioni riparatrici non possono tuttavia alleviare da sole le sofferenze del passato. Un dialogo onesto su come il passato riesca a riprodurre ancora oggi i privilegi razziali è un’altra attività necessaria al fine di smantellare le strutture che ripresentano le disuguaglianze sociali causate dal colonialismo e che riposano su gerarchie di razza e di colore.

Comments (0)

Dalla violenza di genere all’autodeterminazione delle donne

Tags: , , , , , ,

Dalla violenza di genere all’autodeterminazione delle donne

Posted on 25 November 2014 by Moira Fusco

Donna: un mistico viaggio dal quale non si torna, colmo di vissuti multiformi e sfumati, di prospettive che ricercano un senso a volte di difficile ricostruzione, di vite complesse, laddove,  l’appartenenza al proprio intimo essere donna rischia di trasformarsi in una condanna dettata dal “genere”.

Nell’era della modernità, dei miti delle false certezze di una società sempre più “liquida” al suono delle illusioni del progresso e di una inarrestabile globalizzazione, qualcosa di assordante irrompe come una presenza costante, conquistando un primato che gioca la certezza del proprio esistere su numeri che inondano notizie di cronaca da fare venire i brividi: “violenza contro le donne”, “violenza di genere”, il fenomeno fa notizia, purtroppo. I casi di femminicidi si moltiplicano e si auto-raccontano con evidenza sconcertante, mentre la Rete compie l’ennesimo sforzo di rapida diffusione nella speranza di generare un aumento di consapevolezza, e forse, di responsabilità. La violenza contro le donne chiama in causa, tra i molteplici fattori, anche la responsabilità, quella collettiva che appartiene a ognuno di noi, giacchè la matrice del fenomeno è puramente culturale, e la cultura è di tutte le società, in primis di quelle più “evolute”. Eppure, andando fino in fondo alla questione, ci si chiede se si possa parlare realmente di evoluzione, o piuttosto, compiendo un atto di umiltà, di involuzione o regressione del genere umano.

La Convenzione di Istanbul, strumento privilegiato nella tutela delle donne dalla violenza di genere e domestica, entrata in vigore il 1° agosto e ratificata a Roma il 18 Settembre 2014[1], ha definito la “violenza nei confronti delle donne” – una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sulla differenza di genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”.

La violenza di genere è frutto di una discriminazione contro le donne, che affonda le proprie radici nel  rapporto impari esistente tra i due sessi: una disparità relazionale, retaggio di una società patriarcale, che si compie a scapito di quella parità che ancora fatica a farsi strada. Siamo di fronte a una visione del rapporto uomo-donna che si nutre di stereotipi, e nel caso specifico, di quegli stereotipi di “genere” legati a una percezione rigida e distorta della realtà, di tutto ciò che si intende per “femminile” e “maschile”. Lo stereotipo di “genere”, costruzione socio-culturale che attribuisce ad ognuno dei due sessi caratteristiche e capacità diverse secondo gli assi della gerarchizzazione e complementarietà, condiziona in modo sottile e inconsapevole scelte e comportamenti, rimandando a modelli sociali anacronistici, nei quali le donne non possono più rispecchiarsi, pena la perdita della libertà, del proprio essere donne e dell’autodeterminazione.


Cartolina della campagna "Donna è" - 25 novembre 2014

Cartolina della campagna "Donna è" - 25 novembre 2014


Tra le diverse forme di violenza, le mutilazioni genitali femminili (MGF): come dimenticare quelle realtà in cui l’essere donna corrisponde ad una stigmatizzazione fin dalla nascita, alla violazione del proprio corpo a tutto tondo finalizzata al controllo del piacere: “Le mutilazioni genitali femminili sono una violazione dei diritti alla salute, al benessere e all’autodeterminazione di ogni bambina”, ha dichiarato Giacomo Guerrera, presidente dell’UNICEF Italia[2], in occasione della giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili.  Stando alle stime riportate dall’UNICEF – 2014 -, nel mondo sono più di 125 milioni le bambine e le donne che sono state sottoposte a mutilazioni genitali femminili (MGF) o escissione. Nei prossimi dieci anni, si stima che altri 30 milioni di bambine rischieranno di subire questa pratica. Somalia, Guinea, Gibuti ed Egitto, – dove si verifica un quinto dei casi globali – fanno registrare i tassi più alti di diffusione del fenomeno: in questi Paesi oltre il 90% delle bambine e delle donne hanno subito tale pratica. In altri Stati, come Ciad, Gambia, Mali, Senegal, Sudan o Yemen, non vi è stato alcun calo significativo dell’incidenza delle MGF.

Dall’Italia alcuni numeri sulla violenza: il 18 novembre a Palazzo Montecitorio presso la Camera dei Deputati, We World Intervita[3], ha presentato il nuovo REPORT contro la violenza sulle donne e gli stereotipi di genere: “ROSA SHOCKING. Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere”[4]. Il Report fa seguito all’Indagine di WeWorld Intervita “Quanto costa il silenzio?” sui costi economici e sociali della violenza contro le donne, ed è finalizzato a cogliere la percezione del fenomeno della violenza contro le donne e la concezione del ruolo delle donne, e degli uomini diffuso nel nostro Paese, che alimenta una visione stereotipata con il fine di rimuoverla e di cambiarla. In Italia una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, è stata vittima nella sua vita dell’aggressività di un uomo. 6 milioni 743 mila quelle che hanno subito violenza fisica e sessuale, secondo i dati Istat del 2006[5]. Spesso la violenza esplode nell’ambito delle relazioni affettive e tra le pareti domestiche. Ogni anno vengono uccise in media 100 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Tra il 2000 e il 2012 i femminicidi sono stati oltre 2200, pari a una media di 171 l’anno. Solo nel 2013, sono state uccise 81 donne: nel 75% dei casi il delitto è compiuto in famiglia.

Il ruolo dei Centri Antiviolenza nella lotta alla violenza di genere: i Centri Antiviolenza (CAV) accolgono le donne che hanno subito violenza, nascono agli inizi degli anni ’90 in Italia, mentre negli anni ’80 erano già presenti nel nord Europa. L’origine dei centri antiviolenza si collega sia al movimento di liberazione delle donne degli anni Settanta, che si sviluppò a livello internazionale e le politica che lo caratterizzava: le radici del movimento erano stati i gruppi di autocoscienza femminista, nei quali le donne condividevano storie di vita ed esperienze e costruivano l’analisi storico-politica della dominazione maschile e della subordinazione femminile. I Centri Antiviolenza sono “un ponte per”, luoghi dai quali si parte per ripartire, e in cui le donne ritrovano qualcosa che hanno scordato: l’ascolto e la restituzione del valore e della credibilità ai propri vissuti personali. E’ in essi che le donne iniziano il loro difficile percorso di fuoriuscita dalla violenza, supportate da professionalità “in rete” con i servizi che a vario titolo promuovono il benessere alla persona. In base ai dati estratti da “Comecitrovi: guida ai luoghi contro la violenza in Italia”[6], in Italia ci sono oltre 115 Centri antiviolenza di cui 93 sono gestiti da Associazioni di donne e 56 hanno case di ospitalità ( i dati sono da aggiornare al 2014, gli ultimi sono relativi al 2011).

Informare e sensibilizzare in ottica preventiva, dalla Puglia un’esperienza pilota: “Donna è: 101 scatti per raccontare una donna”: è ormai chiaro il ruolo di primaria importanza svolto dalle attività di informazione e di sensibilizzazione sulla tematica della violenza contro le donne a scopo preventivo. Dalla Regione Puglia spunti interessanti sono già giunti a livello normativo a seguito della Legge Regionale n. 29 del 4 Luglio 2014 dal titolo “Norme per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere, il sostegno alle vittime, la promozione della libertà e dell’autodeterminazione delle donne”, che apre spazi significativi di riflessione e di ampio respiro, nel momento in cui sgancia la donna dalla consueta condizione di “oggetto di tutela”, per muovere e abbracciare quella di “soggetto autodeterminato”, in grado di riprendere in mano la propria vita e le proprie possibilità di riuscita. Alla luce degli spunti offerti dalla normativa, la Cooperativa Sociale “SANFRA – Comunità S. Francesco, presente nel territorio regionale dal 1996 con servizi alla persona e con la propria rete di Centri Antiviolenza “Il Melograno”, ha strutturato un insieme di azioni e interventi per favorire il contrasto al fenomeno della violenza di genere, che oltre alla presa in carico globale delle vittima di violenza e della strutturazione di un percorso di recupero volta al reinserimento sociale e lavorativo, ha previsto la promozione di nuovi processi culturali, attività di prevenzione, sensibilizzazione e formazione sul territorio.

Tra questi interventi di sensibilizzazione, un’esperienza in particolare ha inteso lanciare un messaggio di rottura rispetto alle consuete immagini di violenza: “Donna è: 101 scatti per raccontare una donna Campagna di sensibilizzazione e prevenzione contro la violenza di genere, un Contest Fotografico realizzato da “SANFRA – Comunità S. Francesco – Cav “Il Melograno”, in collaborazione con l’Ambito Territoriale Sociale di Gallipoli, le Commissioni Pari Opportunità del Comune di Racale e di Gallipoli, la Fidapa di Gallipoli e Cittadinanza Attiva- Tribunale dei Diritti del Malato e Caritas Diocesana – Gallipoli, che si è proposto di esaltare attraverso il linguaggio evocativo e immediato, proprio della fotografia,  una figura di donna, nuova, reattiva, desiderosa di riconquistare il suo potenziale interiore nella sua totale interezza. Gli scatti pervenuti da ogni parte d’Italia, con la collaborazione delle scuole del territorio, sono stati la chiara testimonianza della volontà di infrangere muri di silenzio raccogliendo all’unisono infinite e instancabili voci di donne.

Cambiamento è la parola chiave di tutto, un cambiamento che chiama in causa l’attenzione,e la sensibilità di coloro che, a vario titolo, sono coinvolti nella lotta e nell’emersione del fenomeno della violenza di genere: dalle sedi istituzionali, a quelle preposte per i Servizi alla Comunità; dal Terzo Settore ai differenti organi deputati alla ricerca e alla formazione. Un cambiamento che passa, non da ultimo, anche dal linguaggio, dal modo di fare e trasmettere notizie, in un’ottica “di genere” rispettosa delle differenze individuali, che nel raccontare le donne sappia riscattarle dalle ingiustizie subite, affrancandole dal paradigma della debolezza e della cura dell’”altro” sostituendovi la “cura per sé”; una comunicazione che restituisca a ogni donna quella dignità profonda e quel rispetto verso un mondo troppo spesso violato, che altro non attende se non riemergere, con la forza che contraddistingue da sempre milioni di donne, milioni di volti che con dignità, e coraggio antichissimi, riprendo a testa alta la propria vita e il proprio cammino.

 


[1] http://www.ilvelino.it/it/article/2014/09/18/camera-domani-boldrini-a-convegno-su-convenzione-di-istanbul/36c4e6fb-be73-4beb-86f2-080446e28783/

[2] http://www.unicef.it/chisiamo/home.htm

[3] http://www.intervita.it/IT/chisiamo.aspx

[4] http://www.pubblicitaprogresso.org/eventi/rosa-shocking-violenza-stereotipi-e-altre-questioni-del-genere/

[5] http://www.istat.it/it/archivio/violenza

[6] http://comecitrovi.women.it/

Comments (0)

Le “leftover women” cinesi e i danni del neo-liberismo

Tags: , , , ,

Le “leftover women” cinesi e i danni del neo-liberismo

Posted on 12 May 2014 by Marisa Petricca

[Traduzione a cura di Marisa Petricca dell’ articolo originale di Linda van der Horst e En Liang Khong pubblicato su OpenDemocracy]

Le donne cinesi stanno affrontando una nuova crisi della disuguaglianza di genere. Leta Hong Fincher se ne occupa nel suo nuovo libro Leftover Women. In questo articolo l’autrice racconta il futuro del femminismo nel contesto del neoliberismo socialista.

L’emancipazione delle donne in seno alla teoria socialista e nelle politiche dei partiti comunisti al potere, è sempre stata intrecciata col progetto rivoluzionario e ha significato la mobilitazione delle donne nella forza lavoro. Ma nella pratica, la testimonianza comunista è stata un insieme prolungato di progressi intermittenti. Il fatto che le sostanziali carenze dell’emancipazione femminile manifestino chiaramente l’inadeguatezza della teoria socialista, o le precise strategie di sviluppo perseguite da questi Stati, è oggetto di decisa contestazione.

La situazione in Cina lo riassume perfettamente. Nonostante i suoi fallimenti, l’era maoista è stato un periodo relativamente di successo nello sfidare le forme tradizionali di disuguaglianza di genere. Dichiarando che “le donne reggono l’altra metà del cielo”, Mao ha abolito la pratica della fasciatura dei piedi, promuovendo l’educazione femminile e la partecipazione nella forza lavoro e, con la Legge Matrimoniale nel 1950, ha capovolto le nozioni tradizionali del matrimonio.
Ma dalla svolta, verso la modernizzazione economica, le conquiste ottenute dalle donne in Cina hanno iniziato a essere intaccate e le loro condizioni materiali rispetto agli uomini a peggiorare. “Alla fine degli anni ’70, le statistiche mostravano una partecipazione femminile nella forza lavoro estremamente alta, ma molti amministratori e accademici sostenevano che questa cosa fosse artificiale, e in un certo senso lo era: le donne erano poste in posizioni manageriali come richiedeva la politica statale, ma erano al di fuori dell’imperativo economico” afferma la sociologa americana Leta Hong Fincher. “Sono in molti oggi a non vedere il declino della partecipazione femminile come una cosa negativa. Il governo presta un’attenzione puramente formale all’idea dell’uguaglianza di genere.”

Le “leftover women”

L’insorgente crisi che ha portato alla disuguaglianza di genere si allinea perfettamente con il cambio delle raffigurazioni della femminilità nell’era riformatrice. Nei primi anni ‘90, le donne erano state spinte a sostenere la modernizzazione economica ritirandosi dalla forza lavoro e aumentando così la disoccupazione urbana e, ancora una volta, la sfera privata per le donne era stata ribadita in modo aggressivo. Le immagini iconiche delle “Ragazze di ferro” della Cina, un tempo dipinte come eroine lavoratrici, venivano allora respinte come “copie degli uomini”.

Il lavoro di Leta Hong Fincher, pubblicizzato sul New York Times e su Dissident e ora nel suo libro Leftover Women, svela le forze scatenanti che stanno dietro una recente campagna della complessa propaganda statale cinese: cioè la preoccupazione riguardante le cosiddette shengnu o “leftover women (letteralmente “donne-avanzi”, più precisamente termine che indica donne in carriera sui 30 anni, ma ancora nubili [n.d.t]).

Nel 2007, la Federazione delle Donne cinesi, sostenuta dallo Stato, ha emanato una dichiarazione rivolta alle donne che hanno privilegiato la carriera ritardando il matrimonio: “Le leftover women sono donne urbane moderne, molte delle quali hanno ricevuto un alto grado d’istruzione, hanno alti guadagni e alto QI. Sono belle, ma per loro è molto difficile trovare dei coniugi e quindi non hanno ancora trovato partner ideali per il matrimonio.” Ma l’ironia, ovviamente, è che la politica del Figlio Unico e la preferenza tradizionale per i figli maschi hanno accresciuto il surplus di uomini.Malgrado la foga dei media riguardo le donne ‘avanzi’, che sono presumibilmente condannate a restare single per sempre, la Cina sta in verità affrontando una scarsità di donne in età da matrimonio”, scrive la Fincher.

È questo sovraffollamento maschile che preoccupa il Partito – la prospettiva della crescita numerica di uomini giovani e infuriati, che non riescono a far coincidere le prospettive di lavoro con le aspettative di vita. Leta Hong Fincher estrae il contenuto che sta al cuore della nozione di shengnu: una campagna statale che vuole creare paura nelle donne istruite e che si muovono nella società, per forzarle a risolvere la crisi sposandosi in giovane età. […]

La campagna delle shengnu, spiega L.H.F, fa parte del ponderato e omnicomprensivo progetto per aumentare la qualità della popolazione e creare dei “soggetti neoliberali”: “Il tipo di persone che il Governo cinese vorrebbe che avesse figli sono proprio le donne di città con un alto grado d’istruzione, che dovrebbero essere in grado di produrre prole con un patrimonio genetico ‘superiore’ ”. […]

La campagna delle shengnu è perciò lontana dall’essere atipica; il PCC ha adottato tecniche sofisticate di persuasione di massa per dettare la linea del Partito in ogni cosa, dai gruppi etnici agli attivisti LGBT. E come scrive la politologa Ann-Marie Brady, la macchina della propaganda del Partito sta diventando sempre più sofisticata, al passo con i messaggi di fondo del PCC che sono assorbiti dal loro argomento corrispondente. Le donne altamente istruite in Cina, come spiega Hong Fincher, hanno interiorizzato profondamente l’etichetta e gli standard associati alle “leftover women”.

Solo una questione culturale?

La Fincher riconosce che la società cinese è pervasa da norme profondamente patriarcali. Allo stesso tempo, la stigmatizzazione degli “avanzi”, come essa stessa scrive, “non è solamente un curioso fenomeno culturale.” La campagna delle shengnu ha delle implicazioni di significato ben più ampio, in quanto interagisce con altre dinamiche della società.

La studiosa dimostra nel suo libro come le donne siano state largamente lasciate fuori dalla più grande accumulazione immobiliare della storia, valutata in oltre 30 miliardi di dollari. La campagna delle shengnu è stata promossa all’interno di modifiche della legge di vasta portata. Nell’agosto del 2011, la Corte Suprema cinese ha deliberato su un divorzio, affermando che l’unica persona che viene nominata nel rogito familiare ne è l’unico proprietario. Questa persona normalmente è un uomo. Questa nuova interpretazione della legge sul matrimonio ha messo nell’angolo la Rivoluzione Culturale, che nel 1950 aveva garantito alle donne il diritto di proprietà e in successive revisioni aveva rafforzato la nozione della proprietà coniugale comune.

Contemporaneamente, i genitori in Cina sono più propensi ad assistere nell’acquisto di una proprietà i loro figli maschi rispetto alle figlie. Ma come dimostrano gli studi della Hong Fincher, è molto più problematico il fatto che quelli “con una figlia unica rifiutino di aiutarla a versare un acconto su una casa, proprio per il fatto di essere donna”. Invece, preferiscono contribuire nell’acquisto di una proprietà per un cugino maschio. L.H.F. crede che “la proprietà immobiliare nelle città è diventata una caratteristica della virilità così determinante che gli uomini con un alto grado d’istruzione che non riescono a comprare una casa possono provare senso di vergogna o fallimento.”

Le “leftover women”, dunque, non solo sopportano una forte pressione a correre verso il matrimonio, ma sono ora in una posizione di trattativa più debole nella sfida alle norme patriarcali. L’autrice del libro osserva, appunto, che poiché la proprietà viene registrata a nome del marito, il potere di negoziazione della donna all’interno della relazione si è indebolito. E ciò significa che è meno probabile che lei chieda il divorzio, anche da un marito violento. E ancora, la legge non si muove in direzione dell’assistenza alla donna. È raro che casi di conflitti domestici arrivino in tribunale: “il sistema è stato organizzato apposta per farti lasciar perdere”.

La grande intuizione della Hong Fincher è stata quella di collegare la teoria del patriarcato ad una critica più profonda dei tassi delle proprietà di lusso in Cina e del boom immobiliare negli ultimi 10 anni, insieme alle dinamiche economiche e ai fallimenti dell’assistenza sociale del regime post-socialista. “Se la Cina avesse un sistema di sicurezza sociale completo” ipotizza la studiosa “è possibile che i giovani cinesi non sentirebbero più il bisogno di comprare una casa per avvertire un senso di sicurezza economica.”

Prospettive organizzative

Per l’autrice di “Leftover women”, le prospettive future dell’attivismo femminista in Cina restano sconfortanti […] “Farei un interessante paragone tra questa assenza di un significativo  movimento delle donne in Cina e lo sviluppo di un movimento ambientale” dice L.H.F. “La vibrante organizzazione di quest’ultimo ha portato ad importanti proteste, spesso nate dalla classe media, che si preoccupa profondamente delle questioni ambientali. Queste proteste hanno avuto un impatto ai livelli più alti del Partito, e notiamo questo nella nuova trasparenza sull’inquinamento.”


Smog a Shanghai. Demotix/Thierry Coulon. Tutti i diritti riservati.


L’autrice crede che ciò testimoni “non solo un certo tipo di carenza nella capacità organizzativa delle femministe, ma piuttosto una totale mancanza di interesse sui diritti delle donne nella società cinese.” Fra quello che la Fincher descrive come “una rampante discriminazione di genere, viva e fiorente sul posto di lavoro” un barlume di speranza è arrivato all’inizio di quest’anno, quando Cao Ju ha vinto la prima causa di discriminazione di genere in Cina e il pagamento di 30,000 yuan. Ma questa è una vittoria personale piuttosto che un rovesciamento dei problemi strutturali. La Ficher ricorda i molti limiti che affrontano gli attivisti: “un esempio dei problemi sono le politiche onerose di registrazione per le ONG e le molestie della polizia anche per le azioni più innocenti. Questo è il livello di controllo e di paranoia che dobbiamo affrontare.”

È ancora poco chiaro dove dovrebbe emergere una forza femminista significativa. Leta Hong Fincher cita il femminismo radicale di Li Maizi, che rimprovera i social media cinesi […]: “Weibo è molto patriarcale. È una piattaforma dove si trovano rimproveri e abusi verso le donne, quindi non si può usare per aiutarle”. Agli occhi della Fincher “Internet può essere un’importante piattaforma per le donne, per sentirsi meno sole”, ma resta poco chiaro se Weibo potrebbe far nascere un movimento femminista.

Gli studi della Hong Fincher sottolineano il ruolo critico del femminismo nelle ideologie progressiste di uguaglianza. L’anarco-femminista He-Yin Zhen fondò il giornale femminista Natural Justice nel 1907,  vi fu pubblicata la prima traduzione cinese del Manifesto Comunista di Marx. Contrariamente a quanto il Partito ha voluto far credere, che cioè che il comunismo abbia portato il femminismo in Cina, la Fincher osserva che è stato il contrario: fu il femminismo a portare il Comunismo nel Paese. Ma “i segni del movimento delle donne, che portarono a un rovesciamento della dinastia Qing, oggi non si vedono da nessuna parte” afferma. “Oggi, il futuro del femminismo radicale in Cina è vago e questo esprime semplicemente la realtà politica.”

[…] l’autrice afferma che i tentativi pratici di contestare l’oppressione di genere includono anche una sfida alla svolta neoliberista cinese.La campagna delle shengnu è parte integrante del processo di privatizzazione delle abitazioni, della riforma del mercato e della marcia verso il capitalismo” afferma. “Il contesto più vasto dietro a tutto ciò è un capitalismo sfrenato, allineato con uno Stato che domina.” Le donne sono state costrette a sacrificare i loro interessi per il bene della stabilità sociale e questo chiaramente indebolisce le sorti del progresso sociale delle donne in Cina.

Il libro di Leta Hong Fincher “Leftover Women: the resurgence of gender inequality in China” è pubblicato da Zed Books.

Comments (0)

Tra India e Marocco, culture allo specchio

Tags: , , , , , ,

Tra India e Marocco, culture allo specchio

Posted on 10 January 2014 by Asmaa Kherrati

Foto scattata da Zineb Guennouna, pubblicata su sua autorizzazione.

Gironzolando all’interno del museo archeologico ospitato dal Palazzo del Sultano (Dar Al Makhzen) della città di Tangeri resto molto colpita dalla mostra presente in una delle numerose stanze. Ad esporre i portrait è un fotografo marocchino, che grazie agli scatti catturati durante il suo viaggio in India ci ha permesso di viaggiare per qualche istante e incontrare una nuova cultura, nuovi volti. Uno in particolare ha catturato la mia attenzione.

Ciò che mi ha colpito, oltre ai meravigliosi colori, è stato lo sguardo di questa anziana donna di origine indiana. L’espressione, le rughe che le segnano il viso, i capelli bianchi sotto un velo rosso. Non ho potuto fare a meno di pensare al fatto che i giorni si trasformano in anni ma ciò che è importante non cambia, la forza e la convinzione non hanno età. La foto di me e lei, scattata da un’amica, racchiude due vite, due donne, due generazioni diverse, due paesi, due storie. Non ho potuto fare a meno di ripensare ad alcune frasi presenti nel libro “Sari in cammino. Perché l’India non è (ancora) un paese per donne.” di Valeria Fraschetti, di cui riporto di seguito una piccola parte:

Eppure, andando oltre la fredda evidenza dei numeri, viaggiando attraverso il Subcontinente per conoscere la varietà delle traversie femminili, ho scoperto che le donne indiane, forse proprio per via della loro intima conoscenza con il sopruso, hanno spesso una tenace tolleranza per la sopraffazione. E questa, sempre meno, significa accettazione. Sotto la vorticosa spinta della modernità, cresce il loro desiderio di affermazione: economica, dettata dalla sacrosanta voglia di partecipare alla riffa dello sviluppo in corso, ma anche di giustizia. Al netto di tradizioni che impongono di digiunare per la salute dei mariti e di uno Stato che sovente avalla le discriminazioni sessuali, piuttosto che estirparle, la brama e le opportunità di riscatto femminile vanno gonfiandosi, come quando il Gange viene benedetto dalla pioggia dei monsoni.

Comments (0)

Kenya: “160 ragazze”, sentenza storica contro la violenza sessuale

Tags: , , , ,

Kenya: “160 ragazze”, sentenza storica contro la violenza sessuale

Posted on 29 November 2013 by Giorgio Guzzetta

[Nota: traduzione a cura di Giorgio Guzzetta dall'articolo originale di Sasha Hart su openDemocracy, a pochi giorni dalla Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne]


Le ragazze e gli altri manifestanti verso il tribunale di Meru, Kenya, 11 ottobre 2012. Foto di Patrick Njagi.


L’anno scorso, in occasione dell’International Day of the Girl Child [11 ottobre 2012, Giornata Internazionale delle Bambine, NdT] tenutosi a Meru (Kenya), un gruppo di 160 ragazze ha denunciato il governo per la negligenza della polizia nell’occuparsi dei loro casi di stupro. Volendo farne un giorno da ricordare, hanno manifestato davanti al tribunale locale insieme ai loro accompagnatori, ai loro avvocati e a molti volontari, mostrando su coloratissimi striscioni frasi tipo “I diritti delle bambine sono diritti umani!”.

Quando le guardie del tribunale le hanno viste avvicinarsi hanno chiuso i cancelli, impedendo loro di avere accesso, in senso letterale, alla giustizia. Tuttavia le ragazze non si sono lasciate scoraggiare da questa indifferenza – che, per ironia, non era molto diversa dal tipo di trattamento ricevuto dal sistema giudiziario fino ad allora. Invece di girarsi ed andarsene, hanno cominciato a cantare in Swahili “Voglio i miei diritti!”. Grazie alla loro perseveranza e all’intervento dei loro avvocati, alla fine quel giorno i cancelli si aprirono, e fu loro permesso di esporre la loro storica denuncia.

Gli avvenimenti che portarono a quella storica giornata erano iniziati mesi prima, quando Ripples International, un’associazione locale (con base a Meru) di volontari, che gestisce un rifugio per ragazze vittime di stupro, aveva iniziato a collaborare con The equality effect, un’associazione non-profit canadese che si occupa di diritti umani a livello internazionale. Le due associazioni si erano unite nello sforzo di assistere le ragazze nella loro ricerca di giustizia per l’orribile violenza subita. Nel momento in cui l’iniziativa fu lanciata, Ripples aveva già ospitato circa 160 ragazze  (da cui il nome dell’operazione, “Progetto 160” ) nel rifugio, e da allora il numero è cresciuto e continua a crescere (si contano più di 260 vittime).

Con l’aiuto di avvocati, le ragazze hanno sollevato questioni di incostituzionalità per l’operato della polizia keniana e di altre agenzie governative coinvolte. Nel loro reclamo sostenevano che, non occupandosi adeguatamente dei loro casi di stupro, la polizia aveva violato i diritti delle ragazze garantiti e sanciti dalla Costituzione del Kenya e da altri trattati internazionali in materia di diritti umani, tra cui, per esempio, il diritto al pari trattamento, alla sicurezza della persona, alla eguaglianza di fronte alla legge ecc.

In Kenya la violenza sessuale è molto frequente, e le ragazze giovani sono particolarmente vulnerabili. Secondo statistiche della polizia, nel 2010 sono stati denunciati in media 200 casi di stupro di minori ogni mese; inoltre, il più recente studio a livello nazionale rivela come in Kenya, addirittura 1 ragazza minorenne su 3 avrebbe subito violenza sessuale. Il problema non è la mancanza di leggi che affrontino il problema. Al contrario. Infatti il Sexual Offences Act del 2006 prevede pene che possono arrivare fino al carcere a vita per episodi di stupro contro i minori. Il problema è piuttosto la non applicazione delle leggi esistenti. L’inazione della polizia in casi come questi ha creato un cultura dell’impunità che perpetua queste violenze.

Secondo uno studio che analizza le esperienze di chi ha denunciato violenze di genere alla polizia keniana, il 52% dichiara che la polizia “non era d’aiuto”; il 39% che gli agenti erano “riluttanti a verbalizzare le dichiarazioni”; il 28% hanno detto che “erano stati umiliati e trattati senza cortesia e dignità”; e il 20% che i poliziotti avevano chiesto del denaro.


Alcune ragazze e gli attivisti ballano per festeggiare la loro storica denuncia. Foto di Patrick Njagi


La protesta legale delle ragazze aveva lo scopo di provare e documentare le carenze della polizia e di mettere in luce le numerose sofferenze e violazioni dei diritti che ne derivano. I volontari di Ripples hanno lavorato per mesi al fine di documentare nei minimi dettagli come la polizia avesse risposto in ciascuno dei casi di stupro denunciati. L’associazione The equality effect ha lavorato con Ripples e con le ragazze per mettere insieme le prove e preparare l’argomentazione legale.

Le storie di violenza e di inazione della polizia raccontate da 11 delle 160 ragazze sono stati descritte nei dettagli nei documenti presentati in tribunale. Per esempio la storia di C.K., una bambina di 5 anni violentata dallo zio. Quando Ripples informò la polizia, gli agenti chiesero dei soldi per intervenire. Nel caso di F.K., una ragazza quindicenne incinta dopo essere stato violentata dal vicino, la polizia rispose che avrebbero dovuto aspettare la nascita del bambino prima di iniziare le indagini o arrestare il colpevole.

I giudici hanno anche ascoltato la storia di M.M., una bambina di 8 anni violentata da tre uomini che aveva contratto una malattia a trasmissione sessuale. Dopo numerose richieste da parte del padre della ragazza, che oltretutto è cieco, la polizia aveva finalmente accettato di emettere un mandato di cattura nei confronti di uno dei tre; ma, ottusamente e crudelmente, lo avevano dato al padre perché lo consegnasse lui stesso.

Tra le altre storie ascoltate dalla Corte vi sono lo stupro di E.K.M., una ragazza di 12 anni da parte di un poliziotto, e di L.W., una ragazza che, a causa dei danni subiti in conseguenza delle violenze, ha dovuto sottoporsi a un’operazione chirurgica.

I giudici hanno preso nota della documentazione sul comportamento della polizia in ciascun caso: dalla richiesta di soldi all’interrogatorio della vittima in condizioni umilianti, dal rifiuto di investigare a quello di raccogliere le prove e sottoporle al giudice, dal rifiuto di arrestare i responsabili fino al rifiuto puro e semplice di verbalizzare la denuncia.

Il 27 maggio scorso, la Corte Suprema del Kenya ha dato ragione alle ragazze. La storica decisione ha stabilito che l’inattività della polizia ha creato una situazione e un clima di impunità per i colpevoli di violenza sui minori, rendendo lo Stato indirettamente responsabile  delle sofferenze e delle ferite inflitte dagli stupratori alle ragazze. Makau J.A. ha scritto a nome della Corte:

La polizia, illegalmente, senza giustificazioni e illegittimamente ha trascurato, omesso e/o in altro modo mancato di condurre tempestive, efficaci, corrette e professionali indagini nei suddetti casi. Questa inadempienza ha causato gravi danni ai denuncianti ed anche creato la sensazione di impunità per crimini di violenza ai minori, dal momento che i responsabili erano lasciati liberi e indisturbati.

La Corte ha quindi ordinato alla Polizia di condurre “tempestive, efficaci, corrette e professionali indagini” relative a tutte le denunce in oggetto, e inoltre di prendere provvedimenti per migliorare il modo in cui sono trattati i casi di violenza contro minori.

Se rispettata, la decisione della Corte potrebbe garantire l’accesso, a lungo atteso, alla giustizia per i denuncianti, oltre a una migliore protezione legale nei casi di stupro per i 10 milioni di ragazze e bambine del Kenya.

Il caso fa epoca nella storia legale del Kenya, e innalza il livello delle richieste internazionali per i diritti delle bambine. Rappresenta una critica forte sulle responsabilità di enti statali, che devono prendere le misure necessari per prevenire e rispondere adeguatamente alla violenza contro le donne e le bambine. L’assenza di queste misure significherebbe disattendere obblighi a livello interno ed internazionale nel campo dei diritti umani.

Forse, però, il risultato più importante dell’impegno di questi attivisti è stato di fornire a queste 160 ragazze la consapevolezza dei diritti umani di cui sono titolari, e far loro capire che è possibile considerare lo Stato responsabile e garante per questi loro diritti. Come ha detto una delle ragazze, esse adesso “sanno che volto ha la giustizia” e hanno visto quali risultati si possono ottenere avendo il coraggio di chiedere, anzi pretendere, giustizia.

Tuttavia, molto è il lavoro che rimane da fare per assicurarsi che questa storica decisione della Corte venga effettivamente applicata e apporti un reale e significativo cambiamento per tutte le donne e tutte le bambine in Kenya. Il recente, ormai tristemente famoso, caso della sedicenne “Liz”, quando la polizia ha semplicemente ordinato allo stupratore di tagliare l’erba come punizione per aver partecipato a una violenza di gruppo che costringe oggi la ragazza a vivere su una sedia a rotelle, dimostra che i problemi sono ancora seri e gravi, che il comportamento della polizia è ancora del tutto inadeguato e che altro lavoro legale e altro volontariato sono richiesti perché la decisione divenga realtà. C’è bisogno di far si che le autorità keniane si impegnino a rispettare e applicare la decisione e attivino un processo di educazione pubblica di massa, una campagna per far conoscere la decisione della Corte e mobilitare la popolazione ad appoggiarne l’applicazione pratica – tutte cose in cui le ragazzi e i loro rappresentanti legali hanno già iniziato con la stessa identica tenacia dimostrata nel corso della vicenda.

 

Comments (0)

Protocollo di Maputo, per le donne diritti a metà

Tags: , , , ,

Protocollo di Maputo, per le donne diritti a metà

Posted on 15 October 2013 by Benedetta Monti

[Nota: traduzione a cura di Benedetta Monti dall'articolo originale di Moreen Majiwa su Pambazuka News - Pan-African Voices for Freedom and Justice]

“La velocità con cui il Protocollo è entrato in vigore il 25 novembre del 2005 stabilisce un primato, per l’intero continente, nella ratificazione degli standard dei diritti africani. Una lezione importante sta nel fatto che le sfide che si affrontano operando nei Paesi africani possono essere superate con la collaborazione tra Governi, la Commissione dell’Unione Africana e le associazioni che operano, sia a livello locale che in ambiti più vasti, in difesa delle donne”. H.E. Alpha Konare, presidente e cofondatrice della Commissione dell’Unione Africana (2000-2008), 2006, Addis Abeba, Etiopia.

L’appartenza di genere ha un ruolo significativo nella definizione e nella determinazione dell’accesso e il ruolo che le donne hanno nella gestione amministrativa, nello sviluppo economico e nella società. I ruoli tradizionali hanno confinato le donne nella sfera privata. La sollecitazione da parte degli attivisti per i diritti delle donne e la crescente dimostrazione della correlazione tra l’eguaglianza tra i sessi, lo sviluppo economico e le riforme democratiche, hanno determinato nuovi approcci verso una politica di uguaglianza tra i sessi a livello globale, del continente, delle singole regioni e territori. Il Protocollo della Carta Africana sui Diritti delle Donne (Il Protocollo per le donne africane) è una manifestazione di tali tentativi.

Fondato sulla convinzione che gli strumenti, i protocolli, le leggi e le politiche non sono in grado di cambiare la vita delle donne africane senza una sollecitazione pubblica organizzata per la loro attuazione ed applicazione, il Programma Pan Africa della Oxfam opera attraverso il suo Programma di sostegno alla parità tra i sessi con alcuni partner, incluso la ‘Solidarity for African Women’s Rights Coalition’, per istituire e mobilitare i cittadini in modo attivo al fine di sostenere la realizzazione dei diritti delle donne che sono contenuti nel Protocollo. Il Programma Pan Africa della Oxfam supporta anche una ratificazione accelerata, la nazionalizzazione e l’attuazione del Protocollo attraverso lo Stato dell’Unione, una coalizione di organizzazioni della società civile che segue la scia tracciata dall’adesione dei Partiti dell’Unione Africana su 14 politiche chiave e ordinamenti adottati dall’Unione, uno dei quali è proprio il Protocollo per le donne africane.

Tale Protocollo, adottato dall’Unione Africana nel luglio del 2003, è uno strumento legale rivoluzionario sui Diritti delle donne ed è il primo strumento internazionale che si relaziona in modo specifico ai diritti delle donne nel contesto africano. I Paesi che hanno ratificato questo Protocollo non solo concordano sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, ma anche di porre fine a qualsiasi forma di violenza sulle donne, per abolire pratiche culturali dannose, inclusi i matrimoni di bambine e le mutilazioni genitali, al fine di proteggere il diritto alla salute riproduttiva, il diritto all’aborto in caso di stupro, incesto o per proteggere la vita delle donne. Il Protocollo vincola gli Stati che lo hanno sottoscritto ad assicurare alle donne la stessa partecipazione ai diritti politici ed economici rispetto agli uomini e la partecipazione paritaria delle donne a tutti i livelli decisionali, compreso il mantenimento della pace e della sicurezza, e ad agire con azioni positive in tale direzione.
Nei dieci anni trascorsi dalla sua adozione, 36 stati africani su 54 hanno ratificato il Protocollo per le Donne Africane e, in linea con questa ratifica, si sono registrati progressi significativi a livello nazionale per assicurare il riconoscimento legale dei diritti delle donne. Per esempio nel 2004, l’Etiopia ha passato la legge sull’aborto più progressista di tutta l’Africa, almeno 22 stati africani proibiscono la discriminazione basata sul genere, el Malawi e Sud Africa proibiscono la discriminazione non solo basata sul sesso ma anche sullo stato civile.

Nell’ultimo decennio l’Africa ha visto l’elezione di due donne capo di Stato (le presidentesse Joyce Banda e Ellen Johnson Sirleaf), il conferimento del Premio Nobel a tre donne (Wagari Maathai, Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee), la nomina della prima donna capo dell’Unione Africana ( Dr. Dlamini Zuma) e quattro stati africani (il Ruanda, il Senegal, le Seychelles e il Sud Africa) comparire nella classifica dei dieci Stati con la più grande rappresentanza femminile in Parlamento.

Nonostante queste tendenze incoraggianti e il fatto che le condizioni odierne consentano diritti legislativi e politici alle donne, il divario tra i sessi esiste ancora in ogni settore – giustizia, salute, educazione, opportunità economiche e partecipazione politica. Le donne, nella maggior parte dell’Africa, continuano ad affrontare barriere culturali, sociali ed economiche a causa del diverso accesso che hanno all’educazione, alla salute, e alle opportunità politiche ed economiche. La diversità tra i sessi continua ad influenzare le decisioni della società e quelle individuali sull’educazione delle donne, sulla loro partecipazione politica ed economica e sulla fertilità.

Creare un consenso per l’integrazione del Protocollo per le Donne Africane a livello nazionale è stato difficile. Sebbene la maggioranza degli Stati africani abbia ratificato il Protocollo, alcuni di questi Paesi hanno posto delle riserve su articoli che sono considerati controversi. Tra questi il matrimonio, i diritti di proprietà, i diritti sessuali e riproduttivi. La decisione degli Stati firmatari di ratificare il Protocollo con riserva, particolarmente su tali questioni finisce per avere un impatto diretto sull’uguaglianza tra i sessi.

Gli sforzi per garantire i diritti delle donne e l’uguaglianza tra i sessi attraverso il Protocollo per i Diritti delle Donne sono encomiabili, anche se devono ancora determinare una reale trasformazione nei rapporti tra i sessi e assicurare la parità di diritti. Questo perché le riforme sui diritti delle donne e la parità tra i sessi sono state frammentarie e tradizionalmente hanno coinvolto un’ “aggiunta” alla legislazione per l’uguaglianza tra i sessi, o per i diritti per le donne, in istituzioni, strutture e leggi esistenti che sono patriarcali e dunque già viziate in origine. Inoltre un’interpretazione ristretta dell’uguaglianza tra i sessi, con la semplice aggiunta delle donne, ha portato all’applicazione di alcune iniziative per la riforma che non trattano le cause alla radice di queste diseguaglianze nella società e, in qualche caso, le rafforzano.

Per poter assicurare l’uguaglianza e una trasformazione dei rapporti tra i sessi, cioè “un cambiamento totale che modifica radicalmente lo status quo delle relazioni”,  si ha bisogno di qualcosa di più di riforme frammentarie e ad hoc che uniscono il concetto di genere a strutture legislative già esistenti. Un’analisi dell’uguaglianza tra i sessi nell’intero continente e un quadro giuridico sui diritti delle donne può fornire lo strumento per questa trasformazione attraverso:

  •   l’esame dei diritti delle donne/uguaglianza tra i sessi  nei quadri giuridici e meccanismi esistenti, sia a livello dell’intero continente che delle singole nazioni
  •   l’esame del motivo per cui i modelli e le procedure esistenti per i diritti delle donne/l’uguaglianza tra i sessi non riescono a colmare il divario esistente
  •   la messa in discussione dei modelli che permettono a chi li attua di prestare un’attenzione puramente formale all’uguaglianza e ai diritti delle donne
  •   la responsabilizzazione dell’Unione Africana e degli Stati membri riguardo al quadro delle normative e le politiche che hanno approvato

Il Protocollo per i diritti delle donne africane e l’architettura legislativa sul tema dell’Unione Africana (Articolo 4L dell’Atto Costitutivo dell’Unione Africana, I Diritti delle Donne Africane, la Dichiarazione per l’Uguaglianza dei Diritti dell’Unione Africana, la Politica per le Pari Opportunità dell’Unione Africana e il Decennio per le Donne dell’Unione Africana), hanno fornito opportunità significative per la creazione di standard per l’uguaglianza dei sessi e per i diritti della donne. Una mappatura delle politiche e delle leggi che riguardano o influenzano la parità tra i sessi e le donne a livello nazionale è essenziale per assicurare l’appoggio politico che sarebbe mirato alle istituzioni nazionali e dell’intero continente.

L’Unione Africana supervisiona le procedure, per esempio la Commissione Africana per i Diritti Umani e dei Popoli fornisce i mezzi sia per la realizzazione e sia per la creazione di standard per l’attuazione del Protocollo attraverso i commenti dedotti dalla Commissione Africana. Lo sviluppo di capacità mirate a istituzioni a livello nazionale, cioè assemblee nazionali, magistrature, ministeri rilevanti e forze dell’ordine, è importante per la nazionalizzazione e l’attuazione del Protocollo.

Il progresso nell’uguaglianza tra i sessi e gli sforzi delle organizzazioni per le donne, le attiviste e gli accademici che si adoperano per il miglioramento dei diritti delle donne all’interno del continente, non può essere dato per scontato. I modelli legislativi e politici esistenti a livello continentale, nazionale e regionale sono un fondamento cruciale e forniscono un punto di partenza per quello che riguarda le norme sui diritti umani e la trasformazione delle relazioni tra i sessi. Esempi riguardo all’incapacità dei modelli correnti a realizzare una trasformazione dei rapporti tra i sessi sono forniti dai Paesi in cui è avvenuta la nazionalizzazione, l’attuazione e l’applicazione del Protocollo. Il Protocollo fornisce un punto di accesso per le organizzazioni della società civile e per quelle che nello specifico si occupano dei diritti delle donne, impegnarsi con il mondo politico per spingere verso l’adozione di un programma di trasformazione per la nazionalizzazione e l’attuazione del Protocollo.

 

 

Comments (1)

Donne, Iran e Primavera araba tra analogie e differenze

Tags: , , , , , , , , , ,

Donne, Iran e Primavera araba tra analogie e differenze

Posted on 29 April 2013 by Davide Galati

[Nota: traduzione a cura di Emanuela Ciaramella e Davide Galati dall'articolo originale di Haideh Moghissi.

Non è difficile provare coinvolgimento per quell'insieme di rivoluzioni popolari che vanno sotto il nome di "Primavera Araba". La rapida svolta a favore dei partiti islamisti in Egitto e in Tunisia, sebbene non inattesa, è diventata però un motivo di preoccupazione. Le donne iraniane che a suo tempo hanno vissuto l’insediamento del regime islamista vedono ciò che sta accadendo in Tunisia e in Egitto come qualcosa di dolorosamente familiare.
Esprimendo preoccupazione per i regimi emergenti nei Paesi arabi, nel marzo 2012 il premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi ha invitato le donne arabe a riflettere sulla storia dell’Iran.
Abbiamo compreso molto chiaramente il significato nascosto della dichiarazione del presidente Morsi dopo la sua vittoria elettorale - ovvero che il successo dei Fratelli Musulmani non riflette altro che una seconda conquista dell'Egitto da parte dell'Islam.

Manifestazioni al Cairo per le riforme e la giustizia. Demotix / Nameer Galal.

Gli sviluppi che si sono susseguiti nella regione sono tali da giustificare diverse perplessità. Basti pensare ai tentativi di ridefinire i diritti delle donne e il loro status all’interno delle nuove Costituzioni e il regresso delle riforme relative al diritto di famiglia acquisite nei decenni precedenti, nonché l’utilizzo di tattiche intimidatorie per spingere le donne fuori dallo spazio della discussione pubblica sulle sfide future che le medesime dovranno affrontare nelle nazioni arabe post-rivoluzionarie.

Nonostante tutto ciò, nessuno può prevedere in che direzioni si svilupperanno effettivamente le rivolte arabe nel prossimo futuro. Tenendo però conto di una serie di considerazioni, tra cui le lezioni apprese dalla rivoluzione iraniana ma anche le differenze riguardanti le condizioni e i principali attori coinvolti nel contesto arabo rispetto a quello iraniano, è possibile – e ci sono motivi di speranza – che le rivoluzioni in corso, in particolare in Tunisia e in Egitto, producano risultati più favorevoli per le forze democratiche che hanno sostenuto il processo di cambiamento.

Per cominciare, le rivoluzioni che hanno portato allo smantellamento dei precedenti regimi sono state interrotte per la consulenza e l’assistenza attiva da parte di potenze straniere. In questo senso, l’uscita anticipata di Ben Ali e Mubarak hanno avuto lo scopo di prevenire la disgregazione dell’intero sistema e mantenere intatte le forze militari e di sicurezza, diversamente invece da quanto accaduto in Iran.
I Fratelli Musulmani e al-Nahda sono riusciti a vincere le elezioni e ora controllano sia il Parlamento che – nel caso dell’Egitto – la Presidenza. Tuttavia, dato che l’intero sistema non è crollato, hanno dovuto riconoscere l’esistenza non solo di diverse forze d’opposizione con una certa influenza ma, tra le altre cose, anche l’annullamento da parte del Tribunale amministrativo delle elezioni politiche programmate per il 22 aprile con decreto presidenziale. Questo non è stato il caso dell’Iran, dove invece molti membri appartenenti all’élite economica del Paese, ma anche generali e burocrati di vario rango, hanno dovuto lasciare l’Iran prima che il destino dello Scià fosse deciso.
La presenza di differenti forze nel nuovo contesto politico rappresenta una buona occasione per i movimenti democratici laici, compresa la sinistra, di ricompattarsi e riorganizzarsi – una possibilità negata in Iran, considerato che le moschee erano l’unico spazio disponibile ove potesse concentrarsi la protesta, aiutando così la crescita dei partiti islamisti.

Meritano particolare attenzione altre due importanti differenze tra l’esperienza dell’Iran e quella delle attuali transizioni.
In primo luogo, sia la Tunisia che l’Egitto non hanno vissuto gli episodi sanguinosi che hanno caratterizzato invece l’esperienza post-rivoluzionaria in Iran. Un Paese che ha visto l’assassinio di centinaia di figure del vecchio regime, generali dell’esercito, ministri, parlamentari, alti burocrati e ufficiali dell’esercito e delle forze dell’ordine di rango più basso, nelle settimane e nei mesi successivi alla rivoluzione.
Questa macelleria ha generato una rabbia prolungata nella popolazione, soprattutto per chi era vicino alle vittime, ma anche per chi semplicemente sperava in processi equi e aperti. Gli omicidi spietati sono continuati anche dopo la guerra tra Iran ed Iraq. Anche poco prima della sua morte, Khomeini ordinò il massacro di diverse migliaia di prigionieri politici, seguiti da rapimenti e uccisioni note come “omicidi a catena” di figure di spicco all’interno e all’esterno dell’Iran.

Le conseguenze della brutalità del regime sono state molteplici. Hanno reso le persone insensibili alla violenza – un fattore che ha influenzato profondamente la società iraniana e adesso è uno dei principali problemi sociali e fonte di paura per i cittadini. La violenza di Stato e i sistematici spargimenti di sangue hanno demoralizzato e spaventato coloro che avevano partecipato con entusiasmo alle manifestazioni di piazza prima della rivoluzione, e che sono rimasti delusi dai risultati ma anche spaventati, paralizzati dalla brutalità del nuovo regime.

Un secondo fattore importante è costituito dal fatto che, contrariamente al caso dell’Iran, le rivolte nei Paesi arabi non hanno sposato la retorica antioccidentale e antimperialista per mobilitare il sostegno della popolazione. Né, tra le richieste principali dei manifestanti, apparivano la creazione di uno Stato islamico, il ritorno a pratiche islamiche o addirittura alla Shari’a. Ad unire le varie forze che hanno spinto le rivoluzioni sono state le richieste evidentemente laiche che sottolineavano l’imperativo condiviso di sostituzione dei regimi esistenti con uno Stato responsabile e orientato agli interessi della collettività, il quale potesse porre fine alla crisi politica ed economica.

Ne consegue che gli islamisti al governo non sono in grado di manipolare le emozioni religiose della loro popolazione o di etichettare le sfide dell’opposizione in qualità di anti-islamismo con la stessa facilità delle loro controparti in Iran. Non sono peraltro guidati da un leader carismatico quale fu l’ayatollah Khomeini, con un progetto ideologico a disposizione del regime per sostituire la monarchia (evidente nella dottrina del velayat fagih, o supremazia dei giuristi), con un notevole talento nello sfruttare la chiave religiosa per manipolare il sentimento del popolo e farla franca rispetto alle inimmaginabili forme di violenza usate contro l’opposizione. Inoltre, l’ingresso relativamente tardo sia di al-Nahda che dei Fratelli Musulmani nei movimenti di protesta che hanno portato al rovesciamento dei regimi non consente loro alcuna pretesa nei confronti delle altre forze e conseguenti, legittime, rivendicazioni di governo.

Tutti questi fattori dovrebbero aiutare l’opposizione a mantenere la propria concentrazione sulle autentiche questioni che in primo luogo hanno alimentato le rivolte: le dittature militari, l’alto tasso di disoccupazione dei giovani che va dal 50% al 65% del totale della popolazione nei Paesi arabi, i salari bassi, le prevaricazioni della polizia, la sfacciata corruzione nello Stato, e la concentrazione della ricchezza, delle imprese e delle opportunità di lavoro nelle mani di coloro che erano legati ai regimi.

La sinistra e gli intellettuali liberali iraniani che iniziarono le proteste contro lo Scià reclamavano simili istanze. Ma l’incapacità del regime di rispondere loro in maniera efficace e tempestiva, insieme all’ambigua abilità di Khomeini e dei suoi seguaci nel raccogliere il popolo intorno all’idea di una minaccia straniera, riuscirono a distogliere l’attenzione, almeno temporaneamente, dalle originarie esigenze economiche e politiche della rivoluzione. Anche una buona parte della sinistra cominciò peraltro ad articolare un tema secondo cui le questioni sollevate dalle donne erano marginali rispetto agli obiettivi della lotta nazionaliste e antimperialista. Il sostegno di Khomeini all’occupazione dell’ambasciata americana da parte degli studenti islamici ingannò molti, specialmente nella sinistra, sul fatto che il regime fosse “antimperialista”. La guerra Iran-Iraq rese la situazione ancora peggiore, e vennero man mano zittite le voci delle donne contro l’agenda islamista di genere, con la perdita di quei modesti guadagni ottenuti dalle donne sotto lo Scià accompagnata dall’introduzione di nuove schiaccianti restrizioni dello status e della mobilità delle donne.

La risposta dell’ayatollah Khomeini alle centinaia di migliaia di persone condotte alla povertà all’indomani della rivoluzione, le quali credevano alle false promesse degli islamisti come la liberazione dai prestiti bancari, l’elettricità gratuita e l’equa distribuzione dei ricavi dal petrolio, fu che il popolo si era ribellato a favore dell’Islam, non in vista di premi economici. Le sue famose parole – «L’economia è per gli asini, non per i credenti” – indicavano chiaramente ciò con cui si aveva a che fare.

Quali conclusioni si possono trarre da tutto ciò? Ci sono molti segni che rendono certamente evidenti le sfide future per i popoli arabi e in particolare per l’opposizione, di cui le donne sono una parte. Ma osserviamo anche molti altri segni che indicano come i militanti islamisti stiano perdendo la loro presa sul popolo in tutti i Paesi a maggioranza musulmana che hanno assaggiato una dose della loro violenza e dei loro utopici progetti per il ripristino di tradizioni islamiche che hanno poco a che fare con le preoccupazioni reali e i bisogni urgenti dei cittadini. La continua resistenza contro la presa di governo dei partiti islamisti in Tunisia ed Egitto, l’assalto al quartier generale della milizia islamista in Libia a seguito dell’uccisione dell’ambasciatore degli Stati Uniti, le manifestazioni di protesta in Pakistan dopo l’aggressione a Malala Yousufzai e il massacro degli attivisti per la vaccinazione antipolio, le massicce manifestazioni di piazza contro Jama’at Islami in Bangladesh, dicono tutte la stessa cosa: che, se ci sono donne e uomini che sostengono gli islamisti, ci sono però altrettante donne e uomini che si oppongono all’ascesa del marchio islamico nei loro Paesi. E che la maggior parte della gente sente di non avere bisogno dei salafiti o dei talebani, o di propaggini di al-Qaida, per sapere come comportarsi da buoni musulmani.

Manifestazioni per il primo maggio in Tunisia. Flickr/scossargilbert su licenza CC.

Il caso dell’Iran ha certamente reso le comunità della regione consapevoli del fatto che quando si affrontano i temi della libertà, della dignità e della giustizia sociale, lo stato teocratico non è un’alternativa all’autoritarismo pseudo-secolare. E che quando il conservatorismo religioso è combinato con il sessismo, il classismo e la discriminazione religiosa ed etnica, nonché con le politiche economiche neo-liberiste, le battaglie per i diritti democratici e la giustizia sociale diventano ancora più difficili.

La resistenza di intellettuali, lavoratori, giovani e gruppi di donne contro gli islamisti al potere, i militari, le élite finanziarie e le classi possidenti nei Paesi arabi rivoluzionari indica che non è ancora compromessa la prospettiva di un futuro più democratico per i cittadini, e in particolare per le donne, a fronte degli sviluppi avvenuti dopo le rivolte.

In questo momento vediamo la formazione di ampie coalizioni politiche in Egitto e in Tunisia, in Libia e in altri Paesi arabi attraverso l’emergere di individui e partiti politici orientati al cambiamento: la sinistra, i liberali, le minoranze religiose, i giovani, i sindacati e altre componenti organizzate della società civile. A detta di tutti, questi attori sono determinati a proteggere i diritti esistenti e le istituzioni giudiziarie civili, e a spingere per la realizzazione delle rivendicazioni democratiche delle rivolte. A questo proposito, vanno menzionate coalizioni come il Fronte di salvezza nazionale, di ispirazione liberale, e la Coalizione rivoluzionaria democratica a sinistra. L’opposizione egiziana guadagna inoltre terreno contro il velato sostegno degli Stati Uniti alle forze islamiste, volto a mantenere lo status quo in materia economica e gli accordi di pace con Israele, come si è visto nel rifiuto dell’opposizione egiziana di accettare l’invito di John Kerry a un incontro con lui durante la sua visita ufficiale come nuovo Segretario di Stato a fine febbraio.

Gli attivisti per i diritti delle donne in Egitto e Tunisia sembrano aver preso sul serio i preoccupanti segnali della crescente ondata di autoritarismo in veste religiosa. In Egitto stanno cercando di formare un fronte unito contro le aggressioni ideologiche e organizzative degli islamisti, come dimostra la coalizione di trentatre associazioni per i diritti delle donne che si sono riunite intorno a temi che si desiderava fossero inclusi nelle riforme costituzionali, come ad esempio una legge che criminalizzi le molestie sessuali. Questi soggetti consentono uno sviluppo della consapevolezza pubblica rispetto al problema delle molestie sessuali, che vedono anche come una velata ma intenzionale politica degli islamisti al fine di allontanare le donne dagli spazi pubblici.

Vediamo la stessa determinazione in Tunisia. La ‘Coalizione per le donne della Tunisia’, composta da quindici ONG registrate, è stata annunciata nel settembre 2012: tra gli obiettivi, non solo preservare e difendere i diritti acquisiti dalle donne tunisine sin dall’Indipendenza, ma anche rendere una realtà lo status di piena cittadinanza per le donne. Provvedimenti analoghi, anche se su scala minore, sono stati adottati in Libia attraverso l’avvio del Forum delle donne in rappresentanza di otto associazioni per i diritti delle donne, subito dopo i risultati delle elezioni per il Congresso nel 2011, con l’obiettivo di sostenere l’inserimento dei diritti delle donne libiche nella futura Costituzione.

Questi sono sviluppi significativi, e il loro successo avrà un impatto decisivo sulle prospettive politiche della regione, inclusi Siria e Iran. Le esperienze delle donne in Iran nel corso degli ultimi tre decenni ci hanno insegnato non solo quanto siano fragili i diritti legali e sociali acquisiti sotto i regimi autoritari ma anche che le donne sono capaci di affrontare le sfide, di guardare oltre le limitazioni di genere e di rispondere creativamente alle politiche volte espressamente all’addomesticamento e alla concezione maschile della ‘femminilità musulmana.’ In tutto il Medio Oriente e in Nord Africa le donne stanno dunque alzando la loro voce contro gli eccessi degli ideologi e funzionari islamisti, ponendo saldamente al centro di tutta la narrazione politica relativa alla democrazia la questione dei loro diritti e le conseguenti richieste legali e sociali.

Comments (0)