Scienza e tecnologia, donne dimenticate che hanno fatto la storia

Nel 1600 la teoria aristotelica sull’origine degli insetti ne influenzava ancora la percezione nella superstizione popolare. Lo studioso greco individuava il processo di putrefazione come unico responsabile della generazione di queste piccole creature; da qui la diffusa abitudine di attribuire connotati diabolici agli insetti, tanto che le farfalle erano comunemente associate alla stregoneria e la Chiesa cattolica indicava gli esorcismi come rimedio efficace contro le infestazioni.

Nel 1660, a soli 13 anni, Maria Sibylla Merian comincia le sue osservazioni sistematiche sugli insetti, arrivando a descrivere con accuratezza il ciclo di vita di bruchi e farfalle. Nonostante la giovane età Maria Sibylla – tedesca di Francoforte, nata e cresciuta in una famiglia di incisori e pittori – possiede già delle notevoli capacità grafiche, che le permettono di affiancare dettagliatissimi disegni alle sue osservazioni. Disegni che, da qui in avanti, diverranno il tratto caratterizzante di tutto il suo lavoro di ricerca.

A 28 anni – sposata, madre di due figlie e impegnata su più fronti per provvedere sostentamento economico alla famiglia – pubblica il suo primo libro interamente dedicato ai bruchi, dal titolo “La metamorfosi meravigliosa dei bruchi e il loro curioso nutrimento floreale“. È un libretto piccolo ma rivoluzionario: corredato da 50 tavole che illustrano con dovizia di particolari il processo di sviluppo da uovo a farfalla, dissipa quella nebulosa di superstizione che avvolge il mondo degli insetti. L’opera ha un grande valore anche da un punto di vista puramente scientifico: è la prima pubblicazione frutto di una continuativa osservazione diretta, dal vero. In altre parole, uno dei passaggi cardine nello sviluppo dell’entomologia.

Gli studi di Maria Sibylla continuano nel corso degli anni, in un terreno di osservazione che spazia fra collezioni di farfalle, serre, aranciere e giardini alto-borghesi. Poi il grande progetto: un viaggio di ricerca nel Suriname. L’intento è quello di colmare la lacuna di conoscenza sulle farfalle esotiche, delle quali molto si sa in termini anatomici grazie agli esemplari osservabili nelle collezioni, ma nulla si conosce rispetto alla loro interazione con l’ambiente naturale in cui vivono.

Trovare sponsor per il viaggio si rivela un’impresa impossibile, così la ricercatrice comincia a risparmiare per autofinanziarsi. Ignorando, fra l’altro, chi la scoraggia insistendo sull’inadeguatezza fisica di una donna di 52 anni, considerata vecchia per affrontare un viaggio di 3 mesi in mare e un clima tropicale.

Nel giugno del 1699 Maria Sibylla Merian e la figlia ventunenne, Dorothea, partono dal porto di Amsterdam alla volta del Suriname. Si stabiliranno a Paramaribo, da cui poi si sposteranno per vari viaggi esplorativi, facendo tesoro della guida e delle indicazioni ricevute dalle donne indigene conoscitrici delle foreste.

La permanenza nel Suriname si protrae per due anni. Le due donne fanno rientro in Europa cariche di annotazioni, schizzi e barattoli pieni di esemplari di insetti vivi e morti. Al loro arrivo, la città di Amsterdam organizza una mostra per esporre tutte le preziosissime, nuove osservazioni raccolte.

Nel 1705 esce l’ultima opera di Maria Sibylla Merian, “Metamorfosi Insectorum Surinamensium”, che oltre alle spiegazioni scientifiche include 60 tavole basate sui disegni realizzati dal vivo. Il testo è scritto sia in olandese che in latino, in modo da assicurare al libro una diffusione internazionale. Ed effettivamente il meritato plauso arriva: la pubblicazione riceve interesse e lodi da più parti, e viene riconosciuta come uno dei lavori più belli e scientificamente accurati dell’epoca.

Una delle illustrazioni ad acquerelli di Maria Sibylla Merian – Foto su licenza CC di Alan Stanton

Facciamo un salto di due secoli. Siamo nella New York di inizio ‘900, nel Bronx. Gertrude Belle Elion è un’adolescente che ha appena perso il nonno a causa di un cancro. Il lutto è un punto di svolta: Gertrude decide che dedicherà la sua vita alla ricerca di cure contro malattie tumorali.

Nel 1937 si diploma in un college femminile con il massimo dei voti. È l’unica donna a iscriversi e, nel 1941, a portare a termine gli studi alla facoltà di chimica della New York University. Durante il percorso universitario cerca un lavoro nel suo settore di competenza; trova solo porte chiuse. Nonostante Gertrude abbia tutte le carte in regola, nessuno è disposto ad assumere una donna. Si arrangia quindi facendo i lavori più disparati, dalla segretaria in uno studio dentistico alla supplente di fisica e chimica.

Nel frattempo Gertrude si innamora, ma poco prima delle nozze il fidanzato si ammala e muore di endocardite batterica. Questo lutto, di nuovo, non fa altro che rafforzare la determinazione della donna a proseguire nel suo percorso di ricercatrice.

Nel 1944 la manodopera maschile scarseggia, la maggior parte degli uomini sta prestando servizio nell’esercito statunitense. Gertrude coglie l’attimo, fa domanda alla Burroughs Wellcome Laboratories e viene finalmente assunta come assistente del chimico George Hitchings. È l’inizio di un sodalizio professionale che durerà 40 anni, e che porterà la ricercatrice a fare scoperte che consentiranno grandissimi passi avanti nelle cure contro patologie gravi e resistenti.

Il duo Elion-Hitchings sintetizza la diaminopurina, prima sostanza efficace nel trattamento della leucemia infantile e ancora oggi usata per la cura di alcune forme di cancro. A Gertrude si deve anche la scoperta di molecole attive contro la malaria, la gotta e l’herpes.

Nel 1967 le viene affidata la direzione del dipartimento di terapia sperimentale dei laboratori Wellcome, che guiderà per quasi vent’anni. Continuerà a fare ricerca anche dopo la pensione, tanto che sarà lei, negli anni ’80, a sviluppare l’AZT, il primo medicinale efficace nella cura dell’Aids.

La brillante carriera di ricercatrice di Gertrude Belle Elion proseguirà fino alla morte, costellata da un premio Nobel, 25 lauree e dottorati honoris causa e 45 brevetti. Nel 1991, è la prima donna a essere inserita nella National Inventors Hall of Fame americana.

Gertrude Belle Elion e George Hitchings al lavoro nel loro laboratorio – Foto su licenza CC di GSK Heritage Archives

Rimaniamo sempre nel ‘900, ma spostiamoci dall’altra parte del mondo. Siamo in Austria, a Vienna. È il 1931, Hedwig Eva Maria Kiesler è una sedicenne di origini ebree che muove i primi passi nel mondo del cinema. La sua bellezza attira ben presto l’attenzione di famosi registi, che la reclutano in ruoli di primo piano per importanti produzioni europee.

Hedwig è anche iscritta alla facoltà di ingegneria, ed è una studentessa eccezionalmente dotata. Ma vista la piega che la sua carriera cinematografica sta prendendo, abbandona gli studi.

Unitasi in matrimonio ad un uomo di 14 anni più vecchio di lei, oppressivo e controllante, alla fine degli anni ’30 Hedwig emigra negli Stati Uniti. Sta fuggendo da un matrimonio infelice e dall’ondata nazista che sta travolgendo l’Europa. Pochi giorni dopo lo sbarco sulle coste americane, ha già in mano un contratto firmato con una casa di produzione cinematografica. Hedwig diventerà Hedy Lamarr, star hollywoodiana acclamata per la sua recitazione statica e i lineamenti perfetti.

Nel frattempo scoppia la Seconda Guerra Mondiale. Hedy, in quanto austriaca ebrea, sente l’impellente necessità di dare il proprio contributo alla lotta contro il mostro nazista. La sua mente torna agli innumerevoli discorsi ascoltati a casa del primo marito, magnate del mercato delle munizioni. Scatta la scintilla che la riporta a quell’abbandonato ma naturale talento per l’ingegneria e le invenzioni: comincia a lavorare ad un sistema che impedisca di intercettare i siluri radiocomandati.

Hedy sfrutta la frequentazione con George Antheil – compositore d’avanguardia ed ex ispettore federale per il ministero dei Rifornimenti e Approvigionamenti – per perfezionare l’idea. Il progetto concluso, battezzato Secret Communication System, ottiene il brevetto nel 1942. Il National Inventors Council è tuttavia restio ad accettare e utilizzare una tecnologia bellica ideata da una diva del cinema; l’invenzione passa così del tutto in sordina, cadendo nel dimenticatoio.

Passeranno anni prima che il Secret Communication System venga riscoperto e sfruttato in tutte le sue potenzialità. La prima rivincita arriva nel 1962, quando l’invenzione di Hedy viene adottata sotto il nome di Code Division Multiple Access come sistema di comunicazione a bordo di tutte le navi statunitensi impegnate nel blocco di Cuba.

A metà anni ’80 decade il segreto militare sulla tecnologia CDMA e, nel mezzo del picco di sviluppo della telefonia mobile, la tecnica ideata da Hedy è il punto di partenza per la progettazione del sistema GPS. Ad oggi, il Secret Communication System è considerato il padre delle tecnologie WiFi e Bluetooth.

Hedy Lamarr – Foto su licenza CC di ReznorH

Rimaniamo negli Stati Uniti d’America, ma ci spostiamo nell’Arkansas segregazionista dei primi anni ’40. Raye Jean Jordan Montague è una bambina di 7 anni in gita con il nonno, che la sta portando a vedere un sottomarino tedesco catturato dall’esercito americano e ora pubblicamente esposto. Raye rimane profondamente affascinata da tutte quelle leve, manopole e meccanismi mai visti prima, tanto che chiede alla guida che conduce la visita che tipo di cose occorra imparare per costruire una cosa del genere. “Oh, devi essere un ingegnere. Ma non serve che ti preoccupi di queste cose”, è la risposta che ottiene. Raye è donna, e per di più nera. L’ingegneria non è cosa per lei.

Terminati gli studi alle scuole superiori, arriva il momento di scegliere che strada intraprendere. Il sogno di Raye continua a essere quello di diventare un ingegnere, ma in Arkansas nessuna università accetta studenti afroamericani in percorsi di studio di quel tipo. Così, nel 1956, la giovane donna prende una laurea in business all’Arkansas Agricultural, Mechanical and Normal College.

Lo stesso anno riesce a entrare come dattilografa alla David Taylor Model Basin, un’importante società che si occupa di progettazione di navi. Parallelamente, frequenta una scuola serale di programmazione informatica.

Forte delle competenze acquisite tramite i suoi studi, Raye chiede di essere promossa a operatrice di sistemi digitali. Sono ormai anni che svolge semplici mansioni di segreteria, un lavoro del tutto inadeguato alle sue reali qualifiche e capacità. La sua richiesta viene accolta, ma le viene detto che dovrà lavorare anche di notte. Il servizio di trasporto pubblico notturno è inesistente, e Raye non sa guidare. Ma non si perde d’animo: si procura un’auto usata e impara da sola a stare al volante. Alla fine, ottiene la promozione.

Nel 1971 Raye Montague è la prima persona al mondo a progettare digitalmente una nave militare. I tempi di lavorazione di un progetto di quel tipo su carta avrebbero normalmente richiesto circa due anni. A lei viene affidato l’arduo compito di portare a termine il lavoro in un mese – richiesta urgente inoltrata direttamente dal presidente Richard Nixon. Raye completa la progettazione della Oliver Hazard Perry in meno di 19 ore.

Continuerà a lavorare come ingegnere navale fino al 1990, e nel corso della sua carriera arriverà a ricoprire posizioni di elevatissima importanza nello sviluppo di molti progetti, ricevendo anche numerosi riconoscimenti.

Tuttavia, dopo il pensionamento, la figura di Raye Montague viene in gran parte dimenticata. Le viene pubblicamente riconosciuto il valore che merita anni dopo, quando nel 2016 viene pubblicato un libro che racconta la sua storia. Nel 2017 la Naval Sea Systems Command omaggia Raye come la “hidden figure” dell’ingegneria navale americana.

Raye Montague nel 2017 – Foto su licenza CC di US National Archives

Veniamo ad anni più recenti. È il 2003, e il mondo osserva stupefatto e spaventato quello che sta accadendo nel Sud-Est asiatico: il rapido diffondersi del virus H5N1, meglio noto come influenza aviaria.

Due anni dopo, sull’onda della crisi, la FAO e l’Organizzazione per la Sanità Animale creano OFFLU, un network di laboratori ideato per studiare i virus influenzali degli animali. Lo scopo è cooperare con i Paesi in via di sviluppo, la comunità scientifica e l’OMS per creare un sapere consolidato sul tema ed elaborare delle apposite strategie di azione per gestire epidemie di questo tipo.

La gestione di OFFLU viene affidata a Ilaria Capua, classe 1966, ricercatrice e virologa con alle spalle decenni di esperienza nel campo igiene e sanità animale. Il suo lavoro di divulgazione scientifica si concentra sull’individuazione dei ceppi di virus, la creazione di sistemi diagnostici e la valutazione dell’efficacia dei vaccini. Il focus delle ricerche non è casuale: Ilaria è convinta che nel mondo globalizzato in cui viviamo, caratterizzato da un rapidissimo e continuo movimento di persone e merci – fra cui bestiame da macello -, occuparsi degli agenti patogeni di provenienza animale sia cruciale per tutelare la salute umana.

Già fautrice dell’iniziativa One World One Health, la ricercatrice applica questa filosofia al coordinamento di OFFLU. Tramite conferenze mondiali, vertici interdisciplinari, interlocuzioni con autorità nazionali e sovranazionali, cerca di scavalcare la netta distinzione fra medicina veterinaria e umana.

Un’altra questione che tormenta Ilaria è la disparità di ricerca e disponibilità di vaccini fra i Paesi del cosiddetto primo mondo e quelli in via di sviluppo. Quando nel 2006 il ceppo del virus H5N1 viene finalmente individuato, e si stabilisce che il primo passaggio da animale a uomo è avvenuto in Africa, la ricercatrice si trova davanti a un dilemma. In un’intervista, racconta:

“Forse perché era nata da poco mia figlia, ho pensato ai bambini nati con l’HIV che per sopravvivere hanno bisogno di proteine animali, e la carne di pollo è l’unica a non essere vietata da tabù religiosi o sociali. Ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità mi ha invitata a depositare la sequenza genetica del virus in un database ad accesso limitato.”

Ilaria è perfettamente consapevole che la disponibilità immediata dei dati genetici dell’influenza aviaria è cruciale per permettere ai laboratori locali di identificare e uccidere il pollame infetto prima che l’organismo umano venga attaccato e l’epidemia si diffonda. Per questo rifiuta la proposta dell’OMS e deposita la sequenza nella GenBank, un database a libero accesso. In una sola settimana oltre mille ricercatori da tutto il mondo accedono alle informazioni caricate dalla ricercatrice e dal suo team.

È un gesto rivoluzionario, ripreso dalla stampa internazionale, che apre un acceso dibattito sull’etica e la trasparenza della gestione dei dati scientifici a livello mondiale. Soprattutto, è il primo passo che innesca una riflessione sull’inefficienza del modo in cui gli enti sovranazionali e la comunità scientifica maneggiano e condividono i dati in caso di eventi pandemici su larga scala.

Ilaria Capua a una conferenza nel 2011 – Foto su licenza CC di Working Capital

Maria Sibylla Merian, Gertrude Belle Elion, Hedy Lamarr, Raye Montague e Ilaria Capua sono solo cinque delle donne che, nel corso della Storia, hanno dato un importante contributo in campo tecnico e scientifico. Nonostante il valore delle loro imprese, ricerche e scoperte sono nomi il più delle volte poco conosciuti, se non addirittura relegati al più completo anonimato. E quello della sottorappresentazione e sottovalorizzazione femminile nel settore STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) è un fenomeno che non riguarda solamente la memoria storica; è una questione ancora irrisolta.

Secondo l’ultimo rapporto UNESCO dedicato allo sviluppo scientifico le donne hanno pressoché raggiunto la parità in termini di accessibilità ai livelli di studi più alti: su scala globale, la componente femminile in possesso di una laurea di primo grado o una specializzazione è compresa nella forbice 45-55%; per quanto riguarda i dottorati, la percentuale si aggira intorno al 44%.

Tuttavia, nonostante i numeri incoraggianti, il report evidenzia come tale trend non venga mantenuto nel momento in cui si salta dal mondo accademico a quello lavorativo. Secondo i dati raccolti nel 2018 le donne rappresentano infatti solamente il 33.3% della forza lavoro nel mondo della ricerca scientifica, con picchi ancora più bassi nei settori dell’ingegneria e dell’intelligenza artificiale: rispettivamente il 28% e il 22%.

Sempre secondo UNESCO, le ricercatrici tendono inoltre ad avere percorsi lavorativi più corti e sottopagati, oltre ad avere una scarsa visibilità nelle pubblicazioni divulgative di alto profilo. Stesso discorso per quanto riguarda le società private e i ruoli di leadership, in cui le donne sono decisamente sottorappresentate.

Il timore è che la Quarta Rivoluzione Industriale – essendo imperniata sui settori della ricerca e delle nuove tecnologie, in cui le donne sono già una minoranza – non farà altro che approfondire il solco del gender gap.

Secondo l’analisi dell’American Association of University Women, i fattori che determinano l’esclusione delle donne dal settore STEM possono essere riassunti in alcuni punti chiave.

Per prima cosa, gli stereotipi di genere. L’ingegneria, la matematica, le scienze in generale sono infatti solitamente considerate settori prettamente maschili. Ciò rinforza comportamenti svilenti nei confronti delle giovani studentesse sia nell’ambiente scolastico che in quello familiare; le capacità di bambine e ragazze vengono spesso sottostimate, e si presume a priori che dovranno impegnarsi duramente per raggiungere livelli di eccellenza quantomeno vicini a quelli dei loro pari maschi.

In secondo luogo, c’è una mancanza di modelli di riferimento. Come già menzionato, le storie di donne che hanno dato un contributo cruciale al progresso scientifico hanno scarsa diffusione a tutti i livelli – libri di storia, media e cultura popolare -, con un vuoto ancora più profondo quando si tocca l’intersezione fra genere, estrazione sociale e colore della pelle. Nell’immaginario collettivo – e, soprattutto, in quello delle giovani ragazze che si apprestano a scegliere il proprio percorso di studi – ciò alimenta l’equazione che associa le donne all’inadeguatezza professionale nel campo STEM.

In ultimo, l’oggettiva predominanza della cultura maschile e maschilista nel settore innesca un circolo vizioso di esclusione e scarsissimo supporto nei confronti delle figure femminili, rendendo ancora meno attraente la prospettiva di intraprendere un percorso professionale tecnico-scientifico.

A tal proposito, è emblematico un episodio che vede come protagonista Jessica McCarty, ricercatrice che si occupa di sicurezza alimentare e cambiamenti climatici. Dal suo profilo Twitter, racconta:

“Ad un meeting della NASA sulla Terra 10 anni fa, un post-dottorando bianco di sesso maschile mi interruppe per dirmi che non capivo niente in materia, che dovevo assolutamente leggere McCarty et al. L’ho guardato negli occhi, spostato indietro i miei lunghi capelli così che potesse leggere il mio nome sulla targhetta. ‘Io sono McCarty et al.'”

La strada verso un pari coinvolgimento delle donne nel settore STEM sembra essere ancora lunga. Per questo l’11 febbraio ricorre la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza, istituita nel 2015 su iniziativa del World Women’s Health and Development Forum e delle Nazioni Unite; l’obiettivo è richiamare l’attenzione sullo specifico gender gap esistente in campo tecnico-scientifico, riconoscendo e valorizzando il contributo femminile nel processo di innovazione tecnologica.

Perché come le storie di Maria Sibylla Merian, Gertrude Belle Elion, Hedy Lamarr, Raye Montague e Ilaria Capua dimostrano, le donne sono sempre state, sono e saranno eccellenti ricercatrici, scienziate, esploratrici, ingegnere. E in prospettiva, uno sviluppo equo e sostenibile non può prescindere da quel tesoro di conoscenza e abilità femminile che aspetta solo che la porta venga finalmente aperta.

Camilla Donzelli

Laureata in Scienze Politiche per la Cooperazione e lo Sviluppo, si forma poi come consulente legale professionale con ASGI - Associazione Studi Giuridici Immigrazione e lavora per diversi anni nel sistema di accoglienza italiano. Appassionata di antropologia politica e da tempo impegnata nella diffusione di buona informazione circa i fenomeni migratori, nel 2020 si trasferisce ad Atene per studiare da vicino gli effetti delle politiche europee sulle popolazioni in movimento. Attualmente collabora con Jafra Foundation Greece.

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