Schiavizzate, stuprate, umiliate: la vita buia di badanti e braccianti

Non sempre parlare di donne lavoratrici significa raccontare storie di emancipazione, diritti, conquiste sociali. Esistono ancora, anche in Italia, fenomeni vergognosi legati allo sfruttamento sul lavoro, dove la “femminilizzazione” dell’impiego è una prerogativa per violare la dignità personale, esercitare violenza e persino umiliare sessualmente le lavoratrici.

Sono soprattutto due i settori nei quali emergono testimonianze di tale forma di schiavitù al femminile: quello dell’assistenza e cura alle persone affidato a colf e badanti e il lavoro di bracciante agricola.

Solo nell’Unione europea lavorano 2,5 milioni persone come badanti, per lo più donne. Nel settore domestico la violazione dei diritti fondamentali è considerata una sorta di “area grigia”, nella quale è difficile intervenire per fermare le pratiche violente e di umiliazione.

Lo ha in parte testimoniato un lavoro di FRA (European Union Agency for Fundamental Rights), nel quale sono stati raccolti i punti di vista e le esperienze di 51 lavoratrici domestiche che, sebbene non siano rappresentative della situazione totale, “forniscono un’istantanea preziosa della realtà quotidiana… in termini di condizioni di vita e di lavoro. I loro resoconti includono esperienze con le più gravi forme di sfruttamento del lavoro: schiavitù e servitù. Le prove indicano anche che le lavoratrici domestiche con lo stato di irregolarità sono a maggior rischio di sfruttamento, poiché è particolarmente improbabile che si lamentino o denuncino la loro situazione per paura dell’espulsione”.

Le parole delle intervistate sono eloquenti: almeno un terzo ha sperimentato bullismo, molestie, abusi o violenze emotive e/o fisiche da parte di datori di lavoro e/o loro familiari; molte hanno raccontato di non avere accesso all’acqua o alla doccia, o in generale al bagno durante le ore di lavoro; altre di essere controllate con telecamere di sorveglianza attivate addirittura nella camera da letto.

Condizioni di evidente illegalità, nelle quali le donne rimangono intrappolate spesso per ignoranza su diritti e leggi a tutela, per necessità di lavorare, per l’invisibilità della loro situazione non regolare come lavoratrici straniere. 

In Italia, secondo i dati Inps, colf e badanti sono lavori al femminile ormai da anni, tanto che nelle statistiche ufficiali – si considerano in questi casi i dati di lavoratrici regolari, ma il sommerso è molto diffuso – la percentuale di donne impiegate in questo settore supera sempre e di gran lunga l’80% negli ultmi anni. La “femminilizzazione” della professione è un aspetto fortemente legato allo sfruttamento. Lo ha spiegato, in un intervento, la dottoressa Chieragato, dottoranda in Diritto del Lavoro europeo all’Università di Verona:

La forte segregazione di genere nel settore dell’assistenza e della cura, così poco tutelato, ha avuto delle conseguenze negative rilevanti sulla persistenza del divario di genere in ambito lavorativo. Il retaggio, o meglio, gli stereotipi di genere secondo cui la cura sarebbe un’attività e un’attitudine “femminile” (e in particolare delle donne immigrate), che non richiede quindi alcuna competenza, qualifica o formazione, ha portato non solo a svalutare le competenze richieste per svolgere il lavoro domestico, ma a sminuire l’importanza, anche economica, di questa professione.

Meccanismi culturali e sociali simili si verificano nel settore agricolo, dove l’Italia può, purtroppo, fornire diverse prove degli illeciti e delle violenze inflitte alle donne.

Uno degli ultimi report in merito è di ActionAid, intitolato Cambia Terra. In questa inchiesta sul campo tra le lavoratrici agricole impiegate nelle campagne del Sud Italia, le storie narrate hanno tutte un unico filo conduttore: la violazione dei diritti e della dignità in modo silenzioso e impunito.

Stefania Prandi, giornalista, scrittrice e fotografa, che da anni si occupa di questioni di genere, lavoro, diritti umani, ambiente e cultura, ha partecipato a questo lavoro sulle braccianti agricole nel Meridione, oltre ad aver scritto il libro-inchiesta “Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo”, nel quale racconta la vita e la situazione lavorativa di donne impiegate nelle campagne di Italia, Spagna, Marocco.

Questa dettagliata indagine è diventata ora una mostra fotografica itinerante. Voci Globali l’ha intervistata, per indagare, alla luce della sua esperienza, sul fenomeno di tale sfruttamento.

Il quadro riassuntivo è deprimente e, riprendendo le parole della giornalista, si viene a conoscenza, innanzitutto, che:

in generale, nei campi e nelle serre italiane, le donne rappresentano circa un terzo della forza lavoro, ma in alcune aree, dove ad esempio si raccolgono i pomodorini e le fragole, arrivano anche all’80%. Secondo sindacaliste e sindacalisti, operatrici e operatori di associazioni, ricercatrici e ricercatori accademici e indipendenti, le donne costano meno degli uomini, pur svolgendo le stesse mansioni, e spesso non riescono a ribellarsi perché hanno sulle spalle il carico familiare e le aspettative sociali.

Nel caso delle donne migranti il carico diventa ancora più pesante soprattutto se sono madri single, divorziate oppure hanno mariti disoccupati. Quando le donne si ribellano, rifiutando le violenze, allontanando fisicamente gli aggressori, difendendosi verbalmente, denunciando, lasciando il lavoro, hanno pochissime possibilità di ottenere giustizia.

Una lavoratrice nelle serre di Vittoria. L’operaia agricola ha raccontato di lavorare tra le 10 e le 12 ore al giorno per 600 euro al mese. “Il mio ex padrone arrivava la sera, quando i bambini andavano a letto, mi mostrava la pistola e io dovevo fare quello che voleva. L’ho denunciato, non è servito a niente, è ancora libero“. Foto di Stefania Prandi – Mostra Oro rosso

La lista dei diritti negati e dei soprusi subiti è lunga. Come ci ha spiegato Prandi:

alle donne viene negato il diritto a paghe dignitose dato che il reddito in genere si aggira, in Italia, tra i 600 e i 900 euro per giornate di lavoro estenuanti, che iniziano anche alle 2 o 3 di notte, per chi deve prendere i pullman. Se sono madri devono lasciare i propri bambini e bambine ai familiari, ma se non li hanno devono arrangiarsi con le vicine di casa, lasciandoli da soli oppure affidandoli ai cosiddetti asili nido irregolari, come mi è stato riferito da più fonti in Calabria.

Le donne raccontano che quando sono nei campi devono sgobbare senza protestare e in certi casi non hanno accesso ai servizi pubblici. Durante i lockdown e i periodi della pandemia la situazione chiaramente si è aggravata. Inoltre, le donne vivono un doppio sfruttamento legato appunto al genere.

Non ci sono dati a disposizione, ma dalle interviste che ho realizzato dal 2016 al 2021 emerge che le violenze sul lavoro – termine col quale intendo molestie sessuali verbali, fisiche, ricatti, tentati stupri e stupri – non sono eccezioni. I datori di lavoro, i caporali, i supervisori che commettono gli abusi sanno che hanno buone probabilità di restare impuniti. La violenza può arrivare alla fine di un’escalation di fatti apparentemente tollerabili come inviti a bere un caffè oppure a cena ed è difficile accumulare prove e testimonianze adeguate.

Un report del Parlamento Europeo sulla vulnerabilità delle braccianti agricole migranti in Europa – concentrato su casi studio in Spagna e in Italia – rimarca un concetto assai diffuso: le opportunità di lavoro per le donne straniere sono prevalentemente nei settori non regolamentati, come agricoltura, lavoro domestico, servizi e industria del sesso, perché qui le norme sono generalmente deboli o inesistenti e il rischio di discriminazione, sfruttamento e abusi è aggravato dall’assenza di accesso alla sicurezza sociale, alla copertura sanitaria e ad altre disposizioni di protezione, come quella per la maternità.

Inoltre, la maggior parte delle lavoratrici vive segregata all’interno di fattorie, spesso in rifugi abbandonati, nonostante gli agricoltori detraggano dal salario il costo di queste abitazioni. In alternativa, abitano in accampamenti vicini all’azienda, soprattutto in caso di lavoro stagionale, in una situazione di vera e propria ghettizzazione. Come nei casi dell’Italia e in Spagna, questo tipo di isolamento facilita abusi fisici e psicologici sulle donne.

Occorre poi considerare i fattori socio-culturali, che Stefania Prandi ha sottolineato, parlando di culture del Mediterraneo, inclusa quella italiana, in cui:

vige ancora un sistema patriarcale, cioè un sistema nel quale gli uomini detengono il potere. Il potere crea uno stato di dominio sui corpi. Esercitare il potere significa anche fondare un sistema di verità interiorizzate collettivamente. Penso ad esempio al fatto che le donne vengono cresciute fin da piccole con l’idea che sia doveroso ubbidire e sacrificarsi, che sia una prerogativa femminile essere mansuete e preoccuparsi per il benessere degli altri.

Il potere sfocia nella violenza quando opera sui corpi con la forza ed è ciò che accade quando allo sfruttamento lavorativo ed economico, inteso come assenza di contratti regolari, paghe inadeguate, impossibilità di avere accesso ai servizi igienici e ad abitazioni dignitose, si affiancano le molestie sessuali.

Nelle aree di Italia e Spagna, dove sono stata a più riprese dal 2016, quando si chiede agli abitanti del posto perché vengono scelte soprattutto le donne, in genere ci si sente rispondere che sono predisposte “per natura” alla raccolta di frutti rossi, pomodorini, uva da tavola, perché sono più delicate, attente ai dettagli e pazienti. Si tratta ovviamente di uno stereotipo culturale dato che anche gli uomini hanno dita delicate, pensiamo ai chirurghi, ad esempio, oppure agli artigiani o agli artisti.

C’è un terreno fertile nel quale riesce a crescere questa rigogliosa rete di abusi: “è quello della cultura sessista che consente le aggressioni e garantisce l’impunità a chi abusa delle lavoratrici e di un mercato del lavoro deregolarizzato, basato sul lavoro grigio e nero, con uno svuotamento della capacità di azione dei sindacati unitari, dove non ci sono diritti per i più deboli ma vige la legge del più forte.

Il ragionamento di Stefania Prandi è chiaro: in Italia decenni di conquiste sul lavoro sono state spazzate via e le lotte che ci sono state – molte, in diverse aree – non sono riuscite a cambiare il sistema.

L’amara constatazione della reporter è che la violenza sul lavoro nei Paesi del Mediterraneo dove ha svolto le sue ricerche è ancora tabù, anche se…

le inchieste giornalistiche degli ultimi anni, anche a livello internazionale, stanno cambiando leggermente la sensibilità di una parte della popolazione. C’è più consapevolezza anche da parte delle lavoratrici, ma ovviamente chi detiene il potere non ha intenzione di modificare il sistema.

La complicità per il mantenimento dello status quo è diffusa. Mi sono sentita ripetere più volte, nel corso di questi anni, anche di recente, soprattutto da chi gestisce il potere economico, che lo sfruttamento e le violenze sarebbero eccezioni di un sistema che in realtà cerca di funzionare al meglio e in modo etico.

Una serra a Vittoria, in Sicilia. Come spiega una ricerca dell’Università di Palermo, nelle serre di Vittoria c’è una dinamica del ricatto: le donne migranti sanno che, presto o tardi, possono ricevere le avances dei capi e perdere il posto, se non le accettano. Foto di Stefania Prandi – Mostra Oro Rosso

Ma come si può, allora, cambiare il lavoro delle donne in agricoltura?

Prandi ha offerto una direzione: c’è bisogno di azioni condivise e che siano espressione di una collettività. In termini pratici, le soluzioni elencate comprendono la creazione di mappatura delle aziende che non sfruttano la manodopera; il collocamento “pubblico” in agricoltura; un sistema di trasporto pubblico che tolga potere ai caporali; più ispettori e ispettrici e più controlli sul rispetto reale dei contratti; una mappatura seria fatta dagli organismi di ricerca statali che indichi in base agli ettari coltivati quanti lavoratori e lavoratrici sono necessarie per le aziende e quante sono regolarmente assunte; aumento del salario.

E poi deve avvenire una sorta di rivoluzione culturale: “le molestie sessuali e i ricatti fanno parte del doppio sfruttamento del lavoro femminile e non si possono risolvere fino a quando non ci sarà un cambio di mentalità e una capacità della giustizia, non solo penale ma anche sociale, di agire in modo sistematico”, ha sottolineato Prandi.

Intanto, però, sullo sfondo continuano a riecheggiare le voci inascolate delle donne violentate. Se anche vogliono parlare e avere più giustizia poiché sono consapevoli della loro subalternità, non sanno come fare.

C’è chi si è ribellata fisicamente, scacciando via gli aggressori, insultandoli, chi pur di non sottostare agli abusi ha cambiato lavoro, chi ha denunciato. Tra le donne che ho intervistato e che hanno subito le violenze non ci sono però state esperienze di riscatto senza dolore: anche in seguito alla ribellione, le donne hanno comunque pagato un caro prezzo, e questo è quello che succede a tante, anche in altri settori.

La ribellione esiste, ma ha una dimensione spesso esclusivamente individuale. E da sole non si può incidere sul sistema, come ci insegnano le storie delle lotte e dei movimenti sindacali e civili.

Se tutto rimane in questo stallo, continueremo a sentire storie drammatiche di donne schiavizzate. Come quella di una bracciante agricola che lavorava e viveva in una piccola fattoria nella zona di Vittoria, Sicilia, con la figlia e il figlio e raccontata nell’inchiesta del Parlamento Europeo prima citata. Poiché la scuola si trovava lontano dall’alloggio, il datore di lavoro accompagnava i suoi figli in macchina alle lezioni. Ma, in cambio di questo favore, chiedeva prestazioni sessuali. La donna ha accettato al fine di proteggere i suoi figli e non perdere il lavoro e la casa. Quando, però, ha deciso di rifiutare tale ricatto, non ha più ricevuto acqua da bere dal datore di lavoro.

Oppure, avremo ancora l’eco delle parole di una raccoglitrice di fragole bulgara appena arrivata nell’azienda del Sud Italia, raccolte da un lavoro di ActionAid:

Ci portano subito all’azienda dove lavoreremo, non lo dimenticherò mai. Un casermone enorme con cancelli alti fino a 3 metri che si chiudono dietro di noi e non si aprono più. Ci ritirano i documenti, se li tengono, ci fanno vedere il dormitorio accanto all’impianto e da lì non possiamo uscire. Mai. Cosa sono diventata, una schiava? Una prigioniera? Lavoro e basta. Raccolgo fragole e mando i soldi a casa… Spesso piango, vorrei andare via… ma dove, senza documenti?

O ancora ascolteremo di ricatti e soprusi, come quelli evidenziati nei lavori di inchiesta di Sefania Prandi e che parlano, per esempio “dell’uomo “delle cime di rape”, nella zona di Ginosa Marina, un caporale che molesta le donne che lavorano per lui. Nel barese, da anni va avanti un metodo collaudato. La mattina, quando nelle piazze arrivano i furgoni per portare le operaie agricole nei campi, la “prescelta” viene fatta salire davanti, nello spazio accanto al guidatore. Sul cruscotto vengono messi un cornetto e un caffè caldo, comprati al bar. Mangiare la colazione significa accettare l’avance sessuale e quindi ottenere l’ingaggio. Rifiutando, invece, il giorno dopo si viene lasciate a casa”.

E, infine, potrebbero ancora esserci storie come quella di Kalima, raccontata dalla Spagna nell’inchiesta di cui fa parte Oro Rosso e realizzata da Pascale Mueller e Stefania Prandi: la donna lavora in una fattoria di fragole, può farsi la doccia solo una volta alla settimana e dorme in una stanza con altre sei compagne. Il suo supervisore è Abdelrahman: “Viene di sera. Ha i numeri di telefono di tutte le donne. Le costringe a fare sesso con lui. Ogni notte con una donna diversa. Quando dici di no, ti punisce sul lavoro”. 

Violetta Silvestri

Copywriter di professione mantiene viva la passione per il diritto internazionale, la geopolitica e i diritti umani, maturata durante gli studi di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, perché è convinta che la conoscenza sia il primo passo per la giustizia.

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