16 Giugno 2024

Aung San Suu Kyi

Myanmar, un regime che sparge sangue grazie al traffico dei rubini

Il regime che dal golpe dello scorso febbraio insanguina il Myanmar sarebbe legato a doppio filo allo sfruttamento delle miniere di rubini. L’attentato alla democrazia, la repressione violenta delle manifestazioni civili e le atrocità contro le minoranze etniche. Tutto sarebbe finanziato dal “racket militare corrotto” costruito attorno alle pietre preziose. Un’indagine di Global Witness mette a fuoco il legame tra l’estrazione delle gemme rosse, i conflitti armati e la catastrofe dei diritti umani che si sta consumando nel Paese. L’appello ai grandi nomi della gioielleria mondiale: boicottaggio.

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Myanmar, cronache di un golpe e di proteste coraggiose

Quello birmano è uno Stato giovane, altamente abitato e per l’88% buddhista. La storia di questa nazione è tornata – negli ultimi giorni – alla ribalta sulla gran parte dei media e canali di informazione a seguito di un colpo di stato militare. Per gli ‘addetti ai lavori’, in realtà, tristemente nulla di nuovo; i militari conservano il loro potere politico già all’indomani della dichiarazione d’indipendenza nel 1948. La gravità sta nel fatto che un tale avvenimento pare cancellare le speranze di una transizione graduale verso la democrazia e la libertà; una transizione che il partito di Aung San Suu Kyi stava faticosamente affrontando.

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Il Gambia esorta la giustizia internazionale per i Rohingya

Un piccolo Stato africano, con un gesto senza precedenti, sta portando avanti la sua causa in difesa dei diritti umani universali. Il Paese ha agito contro il genocidio del gruppo etnico residente nel nord della Birmania, invocando la violazione della Convenzione sul Genocidio dinanzi alla Corte internazionale di giustizia. Accusando apertamente il governo birmano, il presidente gambiano Adama Barrow ha voluto riportare la giustizia internazionale in primo piano per un caso così grave. La fine delle violenze e delle uccisioni indiscriminate, però, non è affatto garantita.

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I vertici militari birmani dietro gli stupri etnici delle Rohingya

In Myanmar (ex Birmania) lo stupro delle donne Rohingya – minoranza musulmana in un Paese buddista – viene utilizzato dai militari birmani come strumento di “pulizia etnica”. Donne violate dal nemico e marginalizzate dalla propria comunità di appartenenza. Costrette a vivere nella vergogna e a partorire i figli della violenza nei campi profughi bengalesi. L’ONU accusa i vertici militari birmani di genocidio e crimini contro l’umanità. Il Governo di Naypyidaw nega ogni accusa ma impedisce l’accesso alle organizzazioni internazionali sul territorio interessato e rifiuta la giurisdizione della Corte Penale Internazionale.

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Rohingya, le tracce storiche di un genocidio annunciato

In Myanmar, la minoranza più perseguitata al mondo è vittima di genocidio e di crimini contro l’umanità. La persecuzione avviene da 40 anni, portata avanti attraverso le bugie e la negazione di ciò che sta avvenendo. Ogni giorno circa 200.000 persone cercano la salvezza al di là del confine in Bangladesh, persino camminando su campi minati. La stessa Aung San Suu Kyi è riluttante a parlare di questa situazione. Il mondo è testimone ma sembra non avere il coraggio di guardare, di riconoscere quello che sta accadendo da molti anni. L’analisi del direttore dell’Istituto su Apolidia e Inclusione di Eindhoven.

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Vincere le armi attraverso la rivoluzione umana

Il Corso in Diritti Umani e Giornalismo Partecipativo tenuto al liceo Fermi di Bologna, ha previsto quest’anno una lezione/evento alla mostra “Senzatomica – Trasformare lo spirito umano per un mondo libero dalle armi nucleari” ospitata a Palazzo d’Accursio dall’11 ottobre al 3 novembre scorsi. Da una studentessa partecipante al corso, un post sulla prevenzione delle guerre e il disarmo interiore.

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