Rohingya, le tracce storiche di un genocidio annunciato

[Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall’articolo originale di Amal de Chickera pubblicato su openDemocracy]

Sfollati Rohingya, foto Flickr dell'European Commission DG ECHO. Licenza CC.
Sfollati Rohingya, foto Flickr dell’European Commission DG ECHO. Licenza CC.

Il cuore mi si è spezzato. Tante volte e in tanti modi, negli ultimi venti giorni. È andato in pezzi, è stato percosso, sbriciolato, inaridito, intorpidito, sfigurato così tanto da renderlo irriconoscibile.

Come difensore dei diritti umani che ha lavorato sulla questione del popolo Rohingya, ho avuto la mia razione di disperazione di fonte alle molteplici atrocità che questa comunità ha dovuto sopportare. Attraverso il mio lavoro, ho familiarizzato con un elenco crescente di violazioni perpetrate nei loro confronti che mi hanno sempre più convinto che questo popolo – ampiamente riconosciuto come la minoranza più perseguitata al mondo – sia vittima di crimini contro l’umanità e di genocidio. Non si tratta di una conclusione a cui sono giunto con leggerezza, ma che mi sono trovato ad affrontare nel corso del tempo.

Nonostante tutto questo, niente ha potuto prepararmi a quanto è accaduto negli ultimi venti giorni.

Mi mancano le parole per elaborare, ancor meno per descrivere quello che sta accadendo nello Stato di Rakhine. Queste espressioni estreme di odio, intolleranza e violenza vanno oltre la mia comprensione. Il solo pensiero di poter esserne io la vittima designata va oltre la mia immaginazione.

Quali parole potrei usare per descrivere l’agonia di una bambina di due anni arsa viva mentre i suoi genitori sono obbligati a guardare, oppure di un’adolescente che subisce uno stupro di gruppo, poco dopo che il padre è stato ucciso a bruciapelo? Come posso trovare le parole per trasmettere la fatica che prova un uomo obbligato a camminare per una settimana con ferite di arma da fuoco, senza cibo, trasportando la propria nonna? O la perdita assoluta di una donna – la casa incendiata, la famiglia uccisa, la propria dignità ridotta a pezzi?

La mia immaginazione può riuscire a comprendere il coraggio di una madre che fa nascere il proprio bambino sapendo che il suo sangue potrà andare ad appagare la sete dei responsabili di questo genocidio, o la disperazione di un’altra il cui corpo affamato e traumatizzato non riesce più a produrre latte per i propri bambini? E che dire della bambina di nove anni che all’improvviso è diventata l’unica sopravvissuta a poter proteggere il fratellino di un anno e lo deve trasportare oltre confine per raggiungere la salvezza? O dell’uomo disabile che ha camminato carponi per giorni per scappare ai propri aguzzini? O della donna che per raggiungere la relativa sicurezza del Bangladesh ha camminato sui campi minati dall’esercito birmano? Quali parole e in quale lingua riuscirebbero a descrivere la sensazione di tradimento percepita dagli innumerevoli sfollati interni che muoiono di fame perché non vengono più raggiunti dagli aiuti umanitari internazionali?

Forse oltre 400.000 rifugiati in venti giorni, 20.000 al giorno. Quasi un migliaio ogni ora. Ognuno di loro sfregiato, affamato, traumatizzato, braccato, degradato, perseguitato, stanco. A ognuno di loro è stata negata l’identità, ciascuno è stato marchiato come bugiardo, perseguitato sistematicamente dallo Stato della Birmania, dalla sua macchina propagandistica e dai suoi scagnozzi assassini.

E non si tratta della prima volta.

Il popolo Rohingya è stato abbattuto, detestato, disumanizzato e distrutto, più e più volte.

Sta avvenendo un genocidio proprio davanti ai nostri occhi. Se solo avessimo il coraggio di guardare.

Il genocidio dei Rohingya

Il genocidio dei Rohingya non è iniziato il 25 agosto del 2017, o nel settembre del 2016, e nemmeno nel giugno del 2012. È andato avanti incessantemente, mentre il mondo girava, per molti decenni.

Secondo il diritto internazionale (la Convenzione delle Nazioni Unite sul Genocidio e lo Statuto di Roma), il genocidio è definito come la causa di morte o di gravi danni fisici e mentali, l’imposizione di determinate condizioni di vita al fine di provocare la distruzione fisica o di misure atte a prevenire le nascite, o a trasferire forzatamente i bambini di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso con l’intenzione di eliminare tale gruppo, del tutto o in parte.

Per oltre 40 anni, il Myanmar si è impegnato nella persecuzione su vasta scala del popolo Rohingya, nella negazione e nella privazione della loro nazionalità, nella negazione della loro Storia e della loro identità, limitandone i matrimoni e i figli, sottoponendoli alla malnutrizione e al lavoro forzato, limitandone l’educazione, la salute e il movimento, perpetrando arresti ed uccisioni arbitrarie, tutto con l’intento di negare la loro partecipazione alla vita della comunità, cacciandoli e massacrandoli. Questa persecuzione sistematica e strutturata si è alternata ad ondate di violenza estrema esercitata da attori dello Stato, e non – negli anni 1978, 1991, 2012, 2015, ed è stata alimentata da una campagna di propaganda al vetriolo che ha manipolato una nazione intera affinché temesse e oltraggiasse le persone più vulnerabili e oppresse tra loro.

Per troppo tempo gli appelli dei sostenitori dei diritti umani sono stati ignorati, liquidati, inascoltati. Per troppo tempo sono state utilizzate altre etichette onde evitare di offendere. Nel 2012, il mondo intero ha gridato alla “violenza inter-comunitaria“, quando l’apparato statale si è allineato agli estremisti del Rakhine per uccidere, depredare e cacciare centinaia di migliaia di Rohingya: gli attivisti hanno sussurrato le parole ‘genocidio’ e ‘crimine contro l’umanità’ riconoscendo in queste azioni uno schema letale perpetrato da 40 anni.

Un genocidio non accade mai in maniera isolata, né è inevitabile. Anzi viene negato, consentito, attuato, attraverso le bugie, la complicità, le narrative contrastanti, la propaganda, l’ignoranza, la valutazione della vita umana rispetto ai vantaggi economici e geopolitici. Perché sia possibile attuare un genocidio, il contesto giusto deve essere coltivato con attenzione per molti anni. Perché sia compiuto realmente, il resto del mondo deve essere diviso, contrastante, concentrato su se stesso o indeciso – anche per un breve periodo – rispetto alla decisione di unirsi per proteggere coloro che si trovano sotto attacco. E nel genocidio del popolo Rohingya sono presenti tutti questi fattori e molti altri.

Senza cittadinanza

La negazione e la privazione arbitraria della nazionalità birmana per i Rohingya ha avuto un ruolo cruciale nel modo in cui questo popolo viene considerato e trattato. I Rohingya stanno affrontando la loro mirata esclusione almeno dagli anni ‘70, ma è stato nel 1982 che la legge sulla cittadinanza ha consolidato il loro stato di apolidia. La cittadinanza è stata negata ai Rohingya perché erano una minoranza indesiderata. Una volta resi apolidi, è stato rafforzata la narrativa predominante del loro non appartenere alla Birmania ma di essere immigrati illegali del Bangladesh. La loro apolidia è stata utilizzata per negare la loro identità (sono bengalesi, non Rohingya), e la loro Storia. È diventata una sorta di giustificazione per le restrizioni che sono state loro imposte. E non aveva alcuna importanza che non vi fosse alcun diritto internazionale o base storica per sostenere questa negazione.

La narrativa sul terrorismo jihadista

Il Myanmar giustifica la brutalizzazione del popolo Rohingya puntando il dito contro il gruppo paramilitare musulmano ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army) accusato di ‘terrorismo’ e ‘jihadismo’. Ma si tratta di una narrativa comoda che si nutre della più ampia islamofobia globale. Lo Stato – e in particolare le forze armate – è deciso a dipingere i Rohingya come estremisti violenti per due motivi. Il primo per attribuire i crimini di stato contro i Rohingya a loro stessi. Il secondo per ottenere il sostegno nazionale e internazionale per il terrore che le forze armate stanno scatenando.

Questa propaganda dilettantistica, chiaramente diffusa da gruppi avversari dei Rohingya, è stata contraddetta dalla testimonianza dei 400.000 rifugiati che sono scappati in Bangladesh, nonché da alcuni rapporti che è stato possibile far avere a reporter indipendenti che operano nello Stato di Rakhine. Non vi è dubbio che l’ARSA sia un gruppo violento, sebbene il suo numero e la sua capacità offensiva siano stati enormemente esagerati. E se la violenza non è mai la risposta giusta, va considerato che nel corso dei decenni alcuni gruppi appartenenti ad altre minoranze presenti in Myanmar hanno fatto ricorso alla resistenza armata nei confronti di una violenza minore rispetto a quella inflitta ai Rohingya. È anche importante notare che le richieste avanzate dall’ARSA sono per la parità dei diritti e per la protezione dei Rohingya, nonché per un’indagine indipendente delle Nazioni Unite per identificare i responsabili.

Aung San Suu Kyi

Aung San Suu Kyi sta subendo crescenti critiche per la sua posizione nei confronti dei Rohingya. Molte di queste critiche sono però ancora troppo morbide. Viene implorata di rompere il silenzio, è invitata a esercitare la sua autorità morale per alleviare il dolore di questo popolo. Molti simpatizzano con lei perché si troverebbe in una posizione impossibile. Forse il suo piedistallo non è più splendente o sovrastante come un tempo, ma le potenze mondiali lo stanno ancora sostenendo. Aung San Suu Kyi protegge la loro mancanza di azione allo stesso modo in cui protegge l’azione operata dall’esercito del suo Paese. La sensazione è che la situazione potrebbe anche essere peggiore visto che non si sta pronunciando.

Esiste tuttavia un altro modo di percepire la sua posizione. Non è rimasta in silenzio. Ha utilizzato la sua voce per alimentare l’odio contro i Rohingya, per ridicolizzare le loro testimonianze come sopravvissuti di un genocidio. Per accusare gli attori umanitari di cospirare con i terroristi. Per giustificare la negazione dell’identità dei Rohingya, rimanendo in silenzio solamente nella sua riluttanza a pronunciare il nome “Rohingya”. E in questo modo non dimostra alcuna autorità morale nel pronunciarsi. È un leader mancato che sta ad osservare la sua nazione che brucia, il suo popolo che si è messo contro i vicini, il suo esercito che commette i crimini più atroci e abominevoli e che ha preso la decisione calcolata e cinica di stare dalla parte degli oppressori.

L’esercito

Gli oppressori sono principalmente costituiti dai militari birmani, guidati dal comandante in capo Min Aung Hlaing. Le testimonianze delle vittime hanno identificato l’esercito come il principale responsabile in modo costante e ripetuto. Gli scagnozzi del popolo Rakhine hanno avuto un ruolo ancor più violento, ma l’esercito birmano, che continua a controllare la nazione e che si è posto come obiettivo di terminare quello che è rimasto incompiuto dal 1942, è la mano potente che sta orchestrando questa violenza abominevole. La cacciata dei Rohingya non ha solo un aspetto ideologico ma anche economico. I progetti per una zona economica speciale nel Maungdaw sono già di dominio pubblico. La proprietà delle aree bruciate viene trasferita allo Stato. I gasdotti per il trasporto del gas naturale e le industrie estrattive sono redditizie oltre ogni immaginazione. L’esercito guadagnerà immensi profitti dai propri crimini contro l’umanità.

Disinformazione

Nell’assenza di media o di controlli indipendenti, le accuse di notizie contraffatte sono una prassi corrente. Il fronte propagandistico è più importante che mai per alimentare il genocidio e distogliere l’attenzione più critica. Lo stesso Stato che ha negato l’entrata agli ispettori delle Nazioni Unite e non consente il libero accesso ai giornalisti alla zona interessata, sta cercando di trarre vantaggio dall’impossibilità di verificare le testimonianze.

Tutte le notizie che circolano sono ritenute contraffatte. Lo Stato sta anche producendo fake news per conto proprio, forzando l’innesco di incendi per i quali i Rohingya vengono accusati di commettere harakiri di massa. È terribile che nonostante l’enorme peso delle testimonianze, numerosi birmani abbiano scelto di credere alla versione fornita dallo Stato, e che perfino gli attori internazionali non la svalutino del tutto. In questo modo viene data legittimità alle bugie che sono alla base del genocidio.

La comunità internazionale

Questa crisi ha ancora una volta messo in luce il fallimento delle Nazioni Unite nel superare la propria faziosità, burocrazia e inefficienza, nonostante gli ammonimenti e gli appelli costanti del proprio Alto Commissariato per Diritti Umani.

La comunità internazionale sembra finalmente, ma lentamente, superare il proprio torpore e uscire dalla complicità e dall’indifferenza, sebbene questo avvenga in maniera troppo lenta per impedire l’inimmaginabile sofferenza di così tante persone, e non è ancora chiaro se sarà intrapresa un’azione decisiva.

È impensabile che l’esercito birmano continui a trarre vantaggio dal traffico d’armi e dall’addestramento militare da parte di molte superpotenze del mondo: persino dopo l’inizio di questo genocidio è stato ipotizzato l’utilizzo dell’esercito locale come un’opzione valida per sostituire i caschi blu delle forze di pace delle Nazioni Unite.

Il genocidio del popolo Rohingya ha dimostrato in maniera innegabile e a caro prezzo che il mondo è stato troppo avventato ad abolire le sanzioni sul Myanmar e a congratularsi per la sua democratizzazione, mentre si organizzava per commerciare con questa nazione ricca di minerali. Questi sono tuttavia i tempi in cui viviamo, tempi in cui le prove di un genocidio in corso non sono sufficienti a garantire una risposta internazionale più forte e fondata su migliori principi.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall’inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

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