Myanmar, un regime che sparge sangue grazie al traffico dei rubini

Il traffico internazionale di rubini potrebbe finanziare il regime militare che dal golpe dello scorso febbraio insanguina la Repubblica dell’Unione del Myanmar. L’ultima indagine di Global Witness (GW) mette a fuoco il legame tra l’estrazione delle gemme rosse, i conflitti armati e la catastrofe dei diritti umani che si sta consumando nel Paese.

Clare Hammond, Senior Campaigner GW per la regione, allerta i grandi attori del lusso mondiale: “Non esiste un rubino birmano di origine etica. Queste pietre preziose sono vendute come simboli di connessione umana e affetto, eppure la catena di approvvigionamento è intrisa di corruzione e orribili violazioni dei diritti umani“.

Da 346 a 415 milioni di dollari annui. Tanto, stima al ribasso l’analisi degli esperti, valeva l’industria delle pietre rare del Myanmar alla scadenza dell’ultima licenza mineraria nel 2020. Potrebbe fruttare fino a cinque volte di più la produzione clandestina che riempie oggi il vuoto dell’attività ufficiale.

Un mercato tanto redditizio quanto opaco da decenni alla mercé del Tatmadaw, l’esercito del generale Min Aung Hlaing già accusato dal Consiglio Onu per i diritti umani di genocidio, crimini contro l’umanità, e crimini di guerra per quello che è definito “un esempio da manuale di pulizia etnica” contro la minoranza musulmana dei Rohingya, e oggi architetto del colpo di Stato che ha rovesciato l’esecutivo civile democraticamente eletto della premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi.

Prima l’espropriazione violenta delle comunità locali e la concessione dei diritti minerari alle società conglomerate Myanmar Economic Corporation e Myanmar Economic Holdings Limited che dallo scorso aprile sono obiettivo delle sanzioni di Regno Unito, Ue, e Stati Uniti perché “detenute e controllate dalle forze armate del Paese, a cui forniscono entrate”. E ancora, le tangenti sistematicamente imposte alle decine di migliaia di minatori informali subentrati alle compagnie di estrazione, e le licenze vantaggiose accordate ai leader corrotti dei gruppi etnici armati rivali.

Le risorse naturali che si fanno risorse finanziarie. Le ricchezze che sono potere. Per l’Ong che già dal 2015 documentava il più noto affare della giada, è altrettanto acclarato il sistema di corruzione che lega a doppio filo i giacimenti di rubino alla giunta militare che avrebbe usato i proventi dello sfruttamento illegale delle pietre preziose per foraggiare l’attentato alla democrazia, la repressione nel sangue delle manifestazioni civili antigolpiste, e le reiterate atrocità contro le minoranze etniche.

Manifestanti alzano tre dita (simbolo di resistenza e solidarietà ai movimenti democratici) durante la protesta a Hledan Yangon, di Maung Sun, in Licenza CC/Wikimedia Commons

La situazione dei diritti umani nel Paese si sta aggravando in un modo che non ha  precedenti, con gravi violazioni quotidianamente segnalate dei diritti alla vita, alla libertà e alla sicurezza, al divieto di tortura, il diritto a un processo equo e la libertà di espressione”, ha dichiarato Rupert Colville, Alto commissario Onu per i diritti umani.

La dittatura che si riprende il Myanmar dopo la breve parentesi democratica guida un “attacco diffuso e sistematico sulla popolazione civile che equivale a crimini contro l’umanità” denuncia il Meccanismo investigativo indipendente Onu per il Myanmar.

Per l’Associazione di assistenza ai prigionieri politici sono già quasi 1500 i civili rimasti uccisi durante gli interventi di dispersione delle folle in protesta condotti dalle truppe governative, e oltre 11 mila gli arresti illegali tra gli oppositori politici, inclusi manifestanti, attivisti, giornalisti, funzionari governativi, persino medici impegnati nella lotta alla pandemia da Covid-19. Sembra che anche le famiglie, compresi bambini e anziani, siano state coinvolte quali ostaggi e centinaia sono le sparizioni forzate.

Di fronte alla straordinaria mobilitazione di disobbedienza civile e alla più ampia resistenza armata e non mai formatasi prima in opposizione al sistema militare nell’Unione, la giunta silenzia la stampa, limita l’accesso al Web, e reagisce con la strategia del terrore e i massacri come arma di guerra.

Non si contano più le segnalazioni di stupri e torture contro i detenuti. Sono sempre più frequenti gli episodi di punizioni collettive che, spiegati con la caccia ai ribelli, lasciano sul terreno fosse comuni e corpi mutilati. Interi villaggi sono stati dati alle fiamme. Centinaia di abitazioni, luoghi di culto e infrastrutture civili, comprese quelle sanitarie, sono state abbattute dagli attacchi aerei indiscriminati lanciati sui quartieri delle città, mentre sono già centinaia di migliaia i birmani in fuga dalle aree delle minoranze etniche, costretti a riparare nelle foreste e rimasti fuori dalle forniture di cibo, acqua e medicine, per cui si teme la catastrofe umanitaria. Ed è allarme guerra civile.

Il Tatmadaw, il disastro del Myanmar, e l’eldorado dei rubini che finiscono sui mercati multimiliardari di Bangkok, Hong Kong, New York e Londra, dunque.

Le aziende di tutto il mondo si nascondono dietro la complessità delle catene di approvvigionamento delle pietre preziose, che oscura le origini delle pietre vendute sul mercato globale. Quando i rubini raggiungono la Thailandia, il centro mondiale di lavorazione delle pietre preziose, in un processo oscuro che prevede pagamenti ad attori armati, la maggior parte dei commercianti non ha idea da quale miniera provengano. E spesso non cercano nemmeno di scoprirlo”.

Global Witness cita i grandi nomi della gioielleria mondiale, Graff, Bulgari, Van Cleef & Arpels, Sotheby’s. “Vendono rubini che molto probabilmente finanzieranno conflitti a consumatori inconsapevoli”, accusa l’organizzazione rivelando che degli oltre 30 giganti del lusso contattati “la maggior parte non disponeva di adeguate misure per determinare le fonti delle pietre preziose che acquistano”, e solo quattro – Tiffany & Co., Signet Jewellers, Boodles e Harry Winston – hanno dichiarato pubblicamente di aver cessato l’acquisto di pietre rare dal Myanmar alla luce delle preoccupazioni etiche.

Se alla comunità internazionale si chiede un’azione forte, che comprenda il divieto di importazione di pietre preziose dal Paese del Sud-Est asiatico, per isolare la dittatura dal sistema economico internazionale, l’appello alle aziende locali e internazionali è chiaro: boicottaggio delle risorse naturali che sono via di salvezza per il regime illegittimo e brutale di Min Aung Hlaing.

Devono pretendere trasparenza dai fornitori. È quasi impossibile controllare la catena di approvvigionamento di un rubino birmano. E finché non sapranno che vengono acquistati in modo responsabile, devono smettere di vendere rubini del Myanmar“, ha chiarito Hammond. Sono sporchi del sangue di troppi.

Clara Geraci

Siciliana, classe 1993. Laureata in Giurisprudenza, ha recentemente conseguito il Diploma LL.M. in Transnational Crime and Justice all’Istituto di Ricerca delle Nazioni Unite. Si occupa di diritto internazionale, diritti umani, e migrazioni. Riassume le ragioni del suo impegno richiamando Angela Davis: “Devi comportarti come se fosse possibile cambiare radicalmente il mondo, e devi farlo costantemente”.

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