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Migrazioni, troppe salme senza nome. Le vittime delle frontiere

Le politiche migratorie italiane ed europee – incentrate su militarizzazione dei confini, maggiore facilità di respingimento ed esternalizzazione delle frontiere – impediscono alle persone in viaggio (anche le più vulnerabili, nonostante gli sporadici corridoi umanitari) di muoversi attraverso canali legali e sicuri, spingendole quindi verso “condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli”.

E questo “mettere in pericolo la vita” è tristemente confermato dagli allarmanti (e sottodimensionati) dati sulle persone migranti morte e disperse nel Mediterraneo: oltre mille dall’inizio dell’anno, in un trend che continua a delineare il nostro mare come la rotta migratoria più pericolosa e mortale del mondo.

Steccato di Cutro. Resti del caicco ed effetti personali delle vittime del naufragio. Foto di Fausta Ferruzza, gentilmente concessa dall’autrice

Il numero dei morti in mare è impressionante ma è solo il “vedere” la tragedia che riesce a scuotere (temporaneamente) le coscienze di un’opinione pubblica sempre più anestetizzata e sempre meno empatica.

Ciò è tragicamente e dolorosamente venuto alla ribalta in occasione della strage di migranti di Steccato di Cutro, quando un caicco partito dal porto turco di Smirne si è infranto su una secca a pochi metri dalla spiaggia calabrese. Allora il conto delle vittime recuperate in mare o sulla sabbia arrivò, dopo giorni di ritrovamenti, a 94. Ricordiamo bene le bare allineate, i codici identificativi, i peluches. Ricordiamo anche i parenti delle vittime e i sopravvissuti.

Tanti sono gli aspetti del fenomeno migratorio che conosciamo poco e dei quali invece sarebbe opportuno e necessario avere maggiore consapevolezza. Vogliamo però focalizzare l’attenzione su uno che solitamente non è (sufficientemente) coperto dall’informazione e che, forse anche per questo, spesso trascuriamo, non prendiamo in considerazione o del quale siamo portati a minimizzare impatto e significato. È quello che risponde a una semplice domanda: cosa accade quando una persona muore nel tentativo di attraversare il Mediterraneo?

Per approfondire la questione abbiamo chiesto aiuto a Serena Romano e Silvia Di Meo.

Silvia Di Meo è antropologa e ricercatrice presso l’Università di Genova e co-fondatrice dell’associazione Mem.Med – Memoria Mediterranea (che si occupa di ricerca e identificazione delle persone disperse nel Mar Mediterraneo, supportando legalmente e psicologicamente le famiglie).

Serena Romano è avvocata a Palermo, si occupa di diritto penale dell’immigrazione, di diritti dei cittadini stranieri nel processo penale e di soccorsi in mare. Ha contribuito a fondare la Clinica legale per i Diritti Umani (Cledu), che si occupa di tutela dei diritti umani dei cittadini stranieri in Italia e da un paio d’anni collabora con il progetto Mem.Med.

Partiamo dall’analisi dai fatti accaduti nei giorni immediatamente successivi al naufragio del 26 febbraio scorso e proviamo da lì a costruire una risposta più chiara e completa possibile alla nostra domanda, con una visione sistemica, strutturale e generale.

Parlando di Cutro, l’avvocata Romano chiarisce che:

si è trattato di un evento imprevedibile, quanto meno dal punto di vista numerico, accaduto su un territorio grandemente sottodimensionato in termini di organico a disposizione. Dal punto di vista pratico l’emergenza è stata sostanzialmente gestita dai servizi sociali del Comune di Crotone e dalla polizia scientifica del luogo, che non ha avuto linee guida chiare su come operare.

Anche nelle settimane successive all’evento, è mancato un coordinamento centrale per garantire un’azione razionale al fine di identificare e soddisfare le diverse istanze e necessità che l’evento aveva determinato e spiegare le forze necessarie, stabilendo compiti, competenze, priorità”.

Silvia Di Meo conferma attraverso il racconto della propria esperienza diretta:

Come Mem.Med sono stata a Crotone per i quindici giorni successivi alla strage e davanti a questa situazione abbiamo segnalato da subito l’importanza di garantire tempestivamente lo svolgimento delle procedure finalizzate ad una corretta ricerca e identificazione delle persone rimaste vittime del naufragio. Su mandato delle famiglie delle persone disperse in mare, abbiamo presentato un’istanza alla Procura per sollecitare il prelievo del DNA non solo dal corpo delle vittime ma anche da quello dei familiari.

Infatti, con l’arrivo di corpi sempre più decomposti l’unico riconoscimento possibile era attraverso un esame comparativo del materiale genetico. È stato solo dopo azioni di pressione pubblica che, a tre settimane dal naufragio, la Procura ha finalmente autorizzato il prelievo dei campioni e quindi permesso che anche ai corpi non riconoscibili visivamente potesse essere restituito un nome.

Già da questi primi racconti, intuiamo come diverse e molteplici siano le questioni da considerare in contesti di simili tragedie. Serena Romano prova a tracciarne una lista.

C’è la questione delle identificazioni dei corpi e dei prelievi del DNA ai superstiti e ai familiari dei dispersi, della compilazione delle schede ante e post mortem. Poi le ricerche dei dispersi, l’informazione ai familiari, l’accoglienza sia dei superstiti che delle famiglie venute dall’estero o da altre parti d’Italia.

E ancora, la questione delle informative legali, dei visti per facilitare l’ingresso dei familiari che volessero recarsi sui luoghi per cercare i propri cari o identificare i corpi, dei ricongiungimenti con i minori, il rimpatrio delle salme, dei fondi per sostenere le spese, della ricostruzione di quanto accaduto, dell’accesso alla giustizia da parte delle vittime.

A Cutro, aggiunge l’avvocata, “molte di queste istanze non sono neanche state prese in considerazione. Altre sono state gestite da soggetti diversi senza alcun tipo di coordinamento, con decisioni che venivano assunte in maniera quasi estemporanea di volta in volta senza che i familiari e i superstiti riuscissero a comprendere il senso dell’azione pubblica o venissero pienamente coinvolti, alimentando un grande senso di sfiducia e di sconforto che ha gravemente peggiorato le condizioni già drammatiche di chi stava vivendo quella tragedia sulla propria pelle”.

Qualche esempio?

Basti ricordare che per settimane non si è saputo se lo Stato italiano avrebbe o meno sostenuto i costi per l’espatrio delle salme e in questo stato di incertezza alcuni hanno preferito far seppellire i propri cari in Italia. E la polizia scientifica in un primo momento non ha ricevuto incarico da parte della Procura di Crotone per la raccolta dei campioni biologici del DNA dei familiari, pur mancando all’appello moltissimi corpi.

Molte famiglie, dopo i primi giorni, si sono allontanate senza effettuare il prelievo e questo implica che mancano i campioni di comparazione di questi nuclei che sarebbero serviti per l’identificazione delle salme rinvenute successivamente. Ad oggi sappiamo che diverse salme sono rimaste senza nome e sarebbe bastato stabilire sin dal primo giorno che a tutti i familiari presenti venisse prelevato un campione salivare per prevenire questo rischio.

L’impreparazione di tutti gli attori istituzionali era evidente e per quanto tutti fossero estremamente coinvolti e indiscutibilmente sensibili alle esigenze di chi era stato colpito da questo terribile lutto, un coordinamento centrale da parte del governo nazionale, con relativo spiegamento di forze, avrebbe garantito tempi più rapidi e risposte più immediate. Infine l’assenza di mediatori linguistici, a parte i pochi volontari intervenuti a fianco del privato sociale, ha reso particolarmente difficili le comunicazioni con le famiglie.

Steccato di Cutro, manifestazione nazionale “Fermare la strage. Subito”, 11/03/2023. Foto di Anna Zinnanti, gentilmente concessa dall’autrice

Quanto visto in occasione di questa strage sembra quindi confermare l’assoluta necessità di un efficace sistema coordinato di identificazione delle vittime e di supporto ai sopravvissuti e alle famiglie. Ma questo sistema c’è e a Crotone si è mostrato inefficace o non c’è affatto? Riguardo l’identificazione dei corpi, qual è la procedura attualmente seguita in Italia?

Secondo la ricercatrice dell’Università di Genova, Silvia Di Meo:

Non esistono procedure univoche e standardizzate in Italia, le procedure che si attivano dipendono dalla autorità competente che interviene, dal tipo di procedimento per quel caso specifico, nonché dalle prassi regionali e provinciali del territorio dove si è verificato il naufragio. Nei casi in cui si riscontra un reato, viene raccolto il DNA dei corpi e si effettuano le procedure di ispezione cadaverica. Questo non implica però l’attivazione immediata di una procedura di identificazione. Di norma, la richiesta parte dalle famiglie che cercano i propri cari e fanno denuncia di scomparsa e richiesta di identificazione di un corpo che suppongono essere di un proprio caro. Anche questo passaggio non è immediato.

Che non esistano procedure uniche “ma prassi diverse a secondo del luogo” lo conferma anche la co-fondatrice di Cledu, che aggiunge: “alcune Procure dispongono che sia effettuato il prelievo del campione biologico dalla salma al momento dell’accertamento della causa del decesso da parte dei medici legali ma non sempre questo accade. Non esiste un protocollo nazionale o una normativa che stabiliscano in maniera chiara le procedure da seguire per facilitare l’identificazione dei corpi dei cittadini stranieri”.

L’antropologa aggiunge:

Se una salma non viene rivendicata da nessun familiare, questa viene seppellita nel giro di poco tempo, spesso senza neanche effettuare il prelievo del campione di DNA. Questa mancanza – unita all’assenza di una banca dati unica tramite cui archiviare tutte le informazioni – ostacola l’identificazione postuma dei corpi e condanna all’oblio migliaia di persone, che restano senza nome.

Che una situazione legata a una sfera così intima e dolorosa sia gestita in modo tanto frammentato e non coordinata lascia sgomenti. Ma quali potrebbero essere le azioni da compiere?

Secondo Di Meo “il bisogno primario delle famiglie delle vittime della frontiera è di essere informate con notizie certe sulla sorte del parente disperso, di conoscere la verità, attraverso un contatto facilitato e quanto più immediato con le istituzioni competenti. Dovrebbe essere istituito un unico sistema per registrare le informazioni e organizzare le procedure di ricerca e identificazione in sinergia con le richieste delle famiglie”.

L’avvocata Romano delinea una serie di azioni possibili: “Le attività da eseguire sarebbero semplici e a costo zero. Il medico legale è tenuto a compilare una scheda post mortem contenente tutte le informazioni sul corpo, sui segni particolari rinvenuti, sugli effetti personali, sull’abbigliamento. Queste schede dovrebbero essere caricate su pubblici registri accessibili a chiunque in modo da agevolare le operazioni di ricerca“.

Esiste già – continua l’esperta – il registro nazionale dei cadaveri non identificati istituito dal Commissario Straordinario per le persone scomparse ma perchè questo strumento sia realmente efficace è necessario che la comunicazione delle schede post mortem al Commissario da parte di tutti i medici legali incaricati dell’accertamento della causa del decesso sia obbligatoria. Inoltre andrebbero sempre raccolti i campioni del DNA dei corpi senza nome e dei familiari in cerca di dispersi in modo da poter procedere alla comparazione in qualsiasi momento.

A livello nazionale l’art. 7 della legge 30 giugno 2009 n. 85 ha istituito la banca dati nazionale del DNA che dovrebbe provvedere alla raccolta dei profili del DNA di persone scomparse o loro consanguinei, di cadaveri e resti cadaverici non identificati e al raffronto dei profili del DNA a fini di identificazione. Di fatto non si conoscono le modalità di azione di questo organo e i numeri di campioni repertati o di comparazioni effettuate.

Basterebbe prevedere una qualche forma di sinergia tra le Procure, cui spetta il compito di accertare la causa del decesso per valutare la possibile sussistenza di fattispecie di reato, e la banca dati nazionale del DNA, per migliorare le procedure e dare risposte più efficaci, superando gli ostacoli creati dal vuoto normativo, stabilendo che, al momento dell’accertamento della causa della morte, il medico legale raccolga il campione del DNA e lo trasmetta alla banca dati nazionale per la conservazione e la successiva, eventuale, comparazione. Inoltre servirebbero protocolli d’intesa con le autorità straniere per facilitare la raccolta delle denunce di scomparsa e dei campioni biologici anche dall’estero.

Le vittime di un naufragio possono quindi venire o meno identificate a seconda dello specifico contesto nel quale si ritrovano e a diversi fattori (alcuni variabili in modo che abbiamo appurato essere arbitrario e fortuito). Ma, identificata o meno, resta comunque la presenza di una salma. Da seppellire o trasferire.

Cosa accade ai corpi delle vittime di un naufragio che vengono recuperati in Italia? Sono seppelliti qui o vengono trasferiti nei Paesi di origine o in altri Paesi? Che ruolo hanno le famiglie delle vittime? Chi paga per la sepoltura in Italia oppure per il rimpatrio delle salme?

Risponde l’avvocata Romano: “Accadono cose diverse, accade che si venga sepolti con un numero in un cimitero qualsiasi, senza possibilità di rispettare le volontà della persona deceduta, senza possibilità per i suoi cari di avere un luogo dove recarsi per ricordare il familiare. I più fortunati riescono a trovare e identificarne il corpo. In questo caso è necessario superare le complicatissime trafile burocratiche per l’espatrio della salma e reperire i fondi necessari”.

Su questo, la co-fondatrice di Mem.Med aggiunge:

Quando viene accertato il decesso di una persona dispersa, le famiglie sono solite reclamare il rimpatrio del corpo affinché si possa garantire il seppellimento della salma nel luogo di origine nel rispetto dei riti religiosi di appartenenza. Tuttavia la procedura di rimpatrio e sepoltura non è né semplice né immediata. Essa varia dalle diverse Ambasciate dei Paesi di origine che si comportano in maniera diversa.

Per quanto riguarda la Tunisia, ad esempio, l’Ambasciata si appoggia ad agenzie funebri locali e si occupa della logistica del ritorno del corpo. Tuttavia, in merito alle spese del rimpatrio, lo Stato tunisino se ne fa carico solo se il corpo non è stato ancora tumulato, altrimenti le spese sono a carico delle famiglie. In linea di massima, le famiglie che abbiamo sostenuto finora hanno dovuto pagare autonomamente – lanciando crowdfunding e grazie a donazioni di associazioni e privati – le spese del trasporto.

Molte famiglie devono rinunciare a rimpatriare i corpi dei propri cari, non avendo la capacità finanziaria per portare a termine le procedure. Quando il corpo non è stato identificato, viene solitamente seppellito in un cimitero locale in maniera anonima, contraddistinto da un numero. La Sicilia è piena di sepolture di persone senza nome”.

Corteo “Fermare la strage. Subito”: oltre mille persone sfilano a Palermo. il 18/03/2023. Foto dell’autore dell’articolo

Trattare un tema così coinvolgente come la morte non è semplice ma molto più difficile è osservare l’assenza di cura operata, fosse anche solo per disorganizzazione, nei confronti dell’altra persona, spesso proprio perché “altra” da noi.

L’identificazione e la sepoltura delle persone sono momenti importanti, cruciali, necessari soprattutto per le famiglie delle vittime. E per le loro comunità. Eppure, avere cura e “vedere” le persone, vittime o sopravvissute, è utile anche per gli europei: la conoscenza dei nomi e delle storie (con tutto il loro carico di umanità) aiuta a contrastare quella narrazione che vede nelle persone migranti un gruppo indistinto, anonimo, amorfo, appiattito su stereotipi spesso funzionali a fomentare paura (dell’invasione, ad esempio) e, quindi, odio.

Su questo, affidiamo la conclusione alla riflessione di Silvia Di Meo:

Depositare storie e vissuti, strappare le esistenze dall’oblio e convertire i numeri in nomi sono atti di costruzione ed elaborazione di una memoria del domani che parte dalle testimonianze delle persone che oggi vivono o sopravvivono alla violenza ed alle violazioni delle frontiere.

Il racconto di quanto accade nel Mediterraneo deve partire dalle storie delle vittime e dalle voci delle persone sopravvissute e dei familiari che continuano a cercare le persone care a denunciare queste violenze. Per ricostruire, storia per storia, il valore e il significato di quelle vite (an)negate dal regime di frontiera, costruendo una contronarrazione dal basso.

Lottare contro la violenza di queste politiche significa prima di tutto fare della memoria un atto di rivendicazione politica per non permettere che queste esistenze e queste violenze siano dimenticate.

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