Lo Sri Lanka dei Rajapaska sull’orlo del collasso, le fasi della crisi

Marcia di protesta in Sri Lanka
Marcia lungo il parco Galle Face Green. Foto dell’utente Twitter @realsoyameat.

Nella mattinata di martedì 12 aprile lo Sri Lanka ha annunciato la sospensione del pagamento dei debiti esteri attraverso una nota ufficiale del ministero delle Finanze. La decisione di dichiarare il default giunge in seguito alle accese proteste che da diversi giorni si tengono nelle principali città del Paese. Il malcontento è maturato nel corso degli ultimi mesi caratterizzati da razionamenti e scarsità di beni di prima necessità (dal carburante fino a riguardare anche cibo e medicinali).

Il confronto tra manifestanti e forze dell’ordine ha raggiunto toni accesi attribuiti alla mancanza di responsabilità del Governo centrale e in particolare dell’attuale presidente Gotabaya Rajapaska e del fratello Mahinda, primo ministro. Per i manifestanti l’attuale crisi è il risultato dell’inefficienza e dello sciovinismo dimostrato dalla dinastia politica dei Rajapaska, che da quasi un ventennio detiene uno stretto controllo sulle istituzioni pubbliche srilankesi.

Le tensioni affondano le proprie radici nell’elezione dell’attuale presidente nel 2019. Elezioni che si svolsero di seguito alla devastante serie di attentati che scossero il Paese. Gli attacchi colpirono principalmente la comunità cristiana locale durante il periodo pasquale. Il ristabilimento della sicurezza e dell’ordine pubblico fu un punto cruciale per l’opinione pubblica srilankese. Gotabaya Rajapaska cavalcò il clima di insicurezza e propose durante la sua campagna elettorale un taglio delle tasse di ingente entità.

Applicato all’indomani della propria elezione, il provvedimento non sortì gli effetti sperati. Difatti, ben presto la diminuzione delle imposte restrinse sensibilmente il gettito fiscale dello Stato. In aggiunta, l’aggravarsi della situazione sanitaria del Paese dovuta alla pandemia di COVID-19 determinò un crollo del turismo. Pertanto, si mise in moto una spirale economica negativa, che oggi rappresenta senza dubbio la peggiore crisi finanziaria e istituzionale dal 1948.

Nel corso degli ultimi due anni la situazione economica dell’isola è precipitata. La mancanza di un adeguato gettito fiscale ha dapprima colpito i servizi pubblici. La crisi dei programmi di assistenza si è poi innestata sull’emergenza sanitaria della pandemia. In più, la mancanza di introiti statali ha intaccato il settore finanziario mettendo in seria difficoltà le riserve di valuta estera del Paese. Contraendosi, le riserve hanno inficiato sull’equilibrio della bilancia dei pagamenti. Ciò ha impedito al Governo di Colombo di provvedere alle importazioni di generi alimentari e di prima necessità. Recentemente, il conflitto in Ucraina ha accentuato notevolmente la crisi con un ulteriore innalzamento dei prezzi di gas e petrolio, andandosi a sommare al crollo del potere d’acquisto dei cittadini.

I segnali di una imminente crisi del sistema dei Rajapaska erano alquanto evidenti per gli osservatori internazionali già nel 2019. In quell’anno, il Governo varò una politica agricola di transizione verso un sistema di produzione organico senza l’utilizzo di fertilizzanti chimici. Attualmente, il programma si è arenato con cattivi raccolti provocando la frustrazione dei produttori e l’irreperibilità di colture essenziali.

Le ragioni del fallimento sono da ricercarsi in primo luogo nell’impreparazione dei produttori ad un nuovo tipo di coltivazione mai sperimentata. In secondo luogo, la politica srilankese ha dimostrato una scarsa capacità di gestione delle risorse nazionali. Ufficialmente, tale misura venne presentata alle Nazione Unite come un passo decisivo verso la sicurezza alimentare e la sostenibilità nel Paese. Tuttavia, la realtà dei fatti spinge a considerare la decisione del Governo sotto una luce differente. Il tentativo di ridurre le importazioni di materiale chimico dall’estero sarebbe la conseguenza delle già percepibili difficoltà finanziarie.

Per poter contestualizzare la gravità e la portata della situazione di emergenza in cui da mesi si trova lo Sri Lanka, è necessario tenere in considerazione il complesso retroterra politico del dopoguerra. Nel 2009 si concluse la drammatica Guerra Civile tra il Governo centrale e le cosiddette Tigri Tamil (Liberation Tigers of Tamil Elam). Il conflitto devastò il Paese per 26 anni e si caratterizzò per l’inaudita violenza tra i due schieramenti e per i crimini di guerra perpetrati. L’avvento in politica dei Rajapaska si colloca proprio nelle fasi terminali del conflitto.

Nel 2005 Mahinda Rajapaska ottenne la presidenza e governò il Paese negli ultimi anni di guerra. Le elezioni presidenziali del 2010 furono un ulteriore successo. Rajapaska, forte dei successi militari ottenuti, mantenne la guida del Paese fino al 2015. Durante tutti i suoi mandati presidenziali, spicca il ruolo di ministro della Difesa del fratello Gotabaya.

Lo Sri Lanka del dopoguerra conobbe una rapida crescita economica dovuta agli ingenti investimenti nelle infrastrutture e nel turismo, sostenuti da capitali stranieri. Tra essi spiccano i due partner regionali per eccellenza: l’India e la Cina. In riferimento a quest’ultima i simboli di questo rapido sviluppo sono senza dubbio gli ingenti investimenti cinesi nel porto di Colombo e di Hambantota, nell’ottica della Belt and Road Initiative (BRI).

Nonostante la sostenuta crescita economica, la situazione politica dell’isola non andò incontro ad un altrettanto positivo consolidamento. Nel 2014 Mahinda Rajapaska rigettò con fermezza la collaborazione del Paese con l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani per l’istituzione di un processo di indagine sui crimini di guerra perpetrati durante il conflitto.

Lo stesso presidente in carica Gotabaya Rajapaska è accusato di aver avuto un ruolo attivo nella pianificazione di alcuni crimini di guerra, poiché all’epoca ricopriva l’incarico di ministro della Difesa. Recentemente, la sua vicinanza a persone coinvolte in crimini di guerra è stata ampiamente provata. Il Governo di Colombo non ha mai avviato un percorso di giustizia riparatoria. Al contrario, negli ultimi due anni, Rajapaska ha definitivamente allontanato il Paese da questa direzione. Nel 2020 lo Sri Lanka si è ritirato dalla creazione di un framework giuridico promosso dall’ONU al fine di garantire giustizia e accountability per le vittime di guerra. Nello stesso anno, Rajapaska ha concesso la grazia al Sergente Sunil Ratnayake, militare condannato per il massacro di Mirusuvil del 2000.

La politica srilankese ha inoltre sperimentato una crescente polarizzazione, con un conseguente avanzamento del nazionalismo singalese. Nello specifico, il rapporto tra la famiglia Rajapaska e il partito buddista estremista Bodu Bala Sena (lett. “Forza del Potere Buddista”) risulta cruciale. Il BBS si è distinto negli anni per una violenta militanza antimusulmana e anticristiana. Le violenze e le intimidazioni sarebbero volte instaurare una presunta superiorità della comunità singalese sulle altre comunità presenti sull’isola.

I soprusi ai danni delle minoranze sono aumentati in maniera esponenziale e hanno visto in alcuni dei casi un diretto appoggio delle forze di polizia nelle azioni di saccheggio e violenza ai danni della popolazione musulmana e cristiana. Le tensioni hanno raggiunto il loro picco dopo gli attentati di matrice jihadista del 2019 e poi di nuovo con l’imposizione della cremazione dei fedeli musulmani nel 2020. Nonostante l’inumazione tradizionale islamica dei defunti non rappresentasse alcun rischio epidemiologico, le autorità ne vietarono lo svolgimento.

Lo stretto controllo della vita pubblica esercitato dal Governo si unisce alle intimidazioni e alle discriminazioni subite dalle minoranze tamil, cristiane e musulmane. L’autocrazia dei Rajapaska si è distinta per una costante persecuzione degli attivisti per i diritti umani e dei media indipendenti. Il carattere autoritario del Governo si è manifestato in maniera concreta anche nella gestione della pandemia di COVID-19, nella quale si è potuta osservare una forte militarizzazione della società e una compressione delle libertà civili. L’aggressività e la brutalità della repressione sperimentata dalla popolazione in queste settimane appaiono in linea con la drammatica tendenza degli ultimi anni.

Il quadro politico dello Sri Lanka dimostra come l’accentramento delle istituzioni in un una cerchia familiare ristretta abbia compromesso nel corso di un decennio l’equilibrio costituzionale del Paese. La stagnazione economica appare indissolubilmente legata allo stallo politico, dettato dall’inesistenza di un sistema di bilanciamento e controllo dell’esecutivo da parte del resto dell’arco costituzionale.

Una soluzione all’attuale emergenza oltrepassa la semplice necessità di un nuovo corso economico che permetta di ristrutturare il debito del Paese in maniera sostenibile, salvaguardando al contempo il benessere dei cittadini. Ciò che non può essere trascurata è senza dubbio una incisiva riforma politica e strutturale. L’obiettivo è favorire la trasparenza e la responsabilizzazione della classe politica, permettendo una partecipazione attiva e democratica della cittadinanza.

Alessandro Cinciripini

Attivista dell’ANPI, laureato in Studi dell’Africa e dell’Asia presso l’Università di Pavia, interessato a Vicino Oriente, Balcani e promozione dei diritti umani.

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