Bambini rubati, un processo riapre le ferite del franchismo

[Traduzione a cura di Elena Intra dall’articolo originale di Federico López-Terra pubblicato su The Conversation]

È il 6 giugno 1969 e la Spagna sta vivendo gli ultimi anni della dittatura di Franco. In una clinica di Madrid, una donna dà alla luce una bambina che non rivedrà mai più. Poco si sa su cosa sia successo a quella madre, ma quasi 50 anni dopo, sua figlia Inés Madrigal testimonia in un processo scioccante.

Sul banco degli imputati c’è il dottor Eduardo Vela, 85 anni, ex ginecologo accusato di aver rubato Inés dalla sua madre biologica. Si presume che Vela abbia dato la bambina in “regalo” a una coppia, i Madrigal, che non erano in grado di avere figli propri. L’uomo nega le accuse.

Nonostante la trama da film, non si tratta di un caso isolato. Si ritiene che vi fosse una rete di trafficanti di minori in cui erano coinvolti un vasto numero di medici, infermieri, suore e sacerdoti. Sebbene non esista un dato ufficiale, l’associazione SOS Stolen Babies stima che tra il 1939 e gli anni ’90 in Spagna ben 300.000 bambini siano stati tolti ai loro genitori naturali.

Manifestanti radunati fuori dal Tribunale di Madrid dove era in corso il processo contro Eduardo Vela. Fotografia: Chema Moya/EPA

Inés Madrigal, ora 49 anni, lavora per l’associazione ed è la prima “bambina rubata” ad essere riuscita a portare in tribunale un presunto autore di uno di questi crimini.

Le radici di questi crimini risalgono alle origini del franchismo quando i fascisti spagnoli cercavano di dimostrare teorie eugenetiche sull’inferiorità mentale dei dissidenti. Era una tesi sostenuta dallo psichiatra militare Antonio Vallejo-Nágera – detto “il Mengele spagnolo” – che dirigeva l’ufficio di ricerca psicologica di Franco. L’uomo sosteneva che le convinzioni politiche promosse nelle famiglie di sinistra potevano “intossicare” i bambini e “danneggiare la salute mentale delle generazioni future“.

Vallejo-Nágera credeva inoltre che le donne avessero “un’intelligenza atrofizzata” e il loro unico scopo nella vita fosse quello di procreare. Questo contesto ideologico aiuta a spiegare il profilo degli “adottanti” i bambini rapiti: donne sposate, benestanti, cresciute in un Paese cattolico e che non potevano avere figli propri. La pressione sociale era estrema (allora la sterilità maschile non veniva nemmeno considerata) e avere figli equivaleva a svolgere il proprio ruolo in una società devotamente cristiana.

Eppure, quello che era iniziato come un piano ideologicamente mirato a purificare la Spagna da una razza inferiore (i marxisti), si è trasformato in un affare redditizio. I bambini appena nati venivano portati via dalle loro madri senza consenso. Veniva detto loro che il bambino era nato morto o che era morto poco dopo.

Il più delle volte, i bambini venivano registrati come figli biologici della famiglia adottante, che pagava grandi somme di denaro per averli (alcune famiglie adottive sono state ingannate e credevano di adottare legalmente bambini che avevano bisogno di una casa).

Questi atti rappresentano uno dei capitoli più bui della dittatura di Franco. Ma le loro radici ideologiche condividono somiglianze con i casi avvenuti in America Latina negli anni ’70 e ’80, quando i figli dei dissidenti (prigionieri, persone assassinate o “scomparse”) venivano affidati ai sostenitori dei regimi in Argentina, Cile e Uruguay.

Tuttavia, come con molti altri crimini di origine franchista, in Spagna la rete illecita è sopravvissuta al regime autoritario. Dopo la morte di Franco nel 1975, si ritiene che molti perpetratori abbiano continuato le loro pratiche anche durante la democrazia spagnola negli anni ’80 e ’90.

L’eredità di Franco

Tra i molti problemi affrontati dalle vittime, la mancanza di sostegno istituzionale in Spagna è probabilmente uno dei più gravi. La prova dell’estensione della rete non è ancora chiara e la Chiesa cattolica spagnola ha finora negato l’accesso ai suoi archivi.

Precedenti sospetti sullo scandalo non erano mai stati portati avanti e la polizia aveva archiviato i casi, viste le ripercussioni e le persone coinvolte: politici, avvocati, medici, una rete di criminalità minacciosa. Ma nonostante le recenti promesse pubbliche, è stato fatto poco per sostenere la causa.

In Spagna si è ancora indietro anche su un qualcosa di semplice come un database del DNA che aiuti a chiarire. La mancanza di prove documentali e i limiti delle leggi hanno portato alla chiusura della maggior parte dei casi.

Gli attivisti sostengono che sono state depositate almeno 2000 denunce, ma nessuna è andata in giudizio. Per questo motivo la presenza di Vela in tribunale nel giugno 2018 segna una pietra miliare nella giustizia spagnola. Molti dei cosiddetti casi “a pista fredda” (irrisolti) ora potrebbero avere un’altra possibilità. Nei confronti di Vela, i pubblici ministeri stanno cercando di ottenere una pena di 11 anni per detenzione illegale di minore, falsificazione di documenti ufficiali e per aver certificato una nascita inesistente. Non è stata fissata una data per il verdetto.

Finora, l’unica persona condannata in relazione a questi casi è Ascensión López – lei stessa una delle presunte “bambine rubate” – che è stata processata per aver diffamato una suora. Il tribunale ha deliberato che la donna aveva ingiustamente accusato la suora di averla tolta alla madre biologica affidandola a una coppia di genitori adottivi anziani nel 1962.

Il nuovo Governo socialista spagnolo ha promesso di creare un “piano di attenzione” per le vittime di bambini rubati. Questo è solo un elemento della storia recente della Spagna che molti ora stanno cercando di affrontare.

La mossa di proporre l’esumazione dei resti del dittatore Franco dalla Valle dei Caduti sembra dimostrare l’intenzione di affrontare gli elementi difficili del passato del Paese. Tuttavia, resta ora da vedere se questo sia soltanto un gesto oppure l’inizio di una politica, a lungo trascurata, volta a “riparare” i torti storici.

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