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Migranti, tribunali in tilt e le paure di chi cerca assistenza

 

© Montecruz Foto / CC BY-SA 2.0]
Montecruz Foto / CC BY-SA 2.0

Le sezioni specializzate per l’immigrazione, istituite dal 17 agosto scorso dal decreto Minniti per rendere più spedito l’esame dei ricorsi dei richiedenti asilo, faticano a rispettare il termine di quattro mesi fissato dal decreto per arrivare alla decisione.

Il punto è che la riforma è a costo zero. E si vede: il flusso dei ricorsi cresce, mentre i tribunali sono in tilt. Era così difficile trovare risorse? Per saperne di più e per capire quanti migranti si rivolgono all’Associazione per avere assistenza, abbiamo rivolto alcune domande agli avvocati Claudio De Martino e Filomena Guerrieri, volontari dell’Associazione Onlus Avvocato di strada.

Il tema delle riforme a costo zero – commentano  – è ormai una costante delle ultime legislature. Possiamo dire che una grande percentuale dei nostri assistiti è costituito da migranti irregolari e/o vittime di sfruttamento lavorativo. La maggior parte di loro ha già richiesto asilo e ha ottenuto un diniego da parte della locale Commissione Territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato, pertanto necessitano di un avvocato che li assista per il ricorso in Tribunale. Altri hanno problemi legati al rinnovo del permesso di soggiorno in quanto privi di residenza. Ci sono poi casi in cui gli assistiti hanno perso il diritto all’accoglienza e gli è stata sospesa la procedura per la richiesta asilo, e altri casi ancora più vari, sempre relativi al diritto alla protezione internazionale.

Gli strumenti centrali considerati dalla riforma per rendere più veloci i tempi sono l’eliminazione dell’appello e la possibilità di saltare l’udienza e fondare la decisione sulla videoregistrazione dell’audizione del migrante in Commissione. Ma la maggior parte delle Commissioni non ha impianti di videoregistrazione. Come è possibile che il legislatore, nell’indicare obiettivi e termini, non abbia prima considerato le carenze strutturali dei tribunali italiani?

Il Ministero dell’interno ha indetto un concorso per 250 commissari al fine di supportare le Commissioni nel loro lavoro, e quindi in questo senso una risposta c’è sicuramente stata, ma è innegabile che i Tribunali sono oberati di ricorsi in materia di protezione internazionale e, peraltro, a causa dell’assenza delle videoregistrazioni nelle Commissioni i magistrati stanno generalmente concedendo il diritto un’udienza di comparizione al fine di garantire il diritto di difesa del ricorrente. Quello delle carenze strutturali dei Tribunali è comunque un problema del nostro “sistema giustizia” in generale e non solo del settore legato all’immigrazione e si potrebbe risolvere solo con un grande piano di investimenti, in risorse economiche e umane, di cui forse c’è una prima traccia nei concorsi per assistenti giudiziari indetti negli ultimi mesi, ma che comunque è di là da venire.

È così difficile, in Italia, distinguere fra migrante economico e rifugiato? Colpa delle leggi?

No, non è affatto difficile. Dal punto di vista giuridico la distinzione è netta ed è ben chiara. Il vero problema sta nel fatto che un migrante economico non ha diritto ad alcun tipo di protezione, mentre un titolare di protezione internazionale sì. Molti migranti economici finiscono nel limbo dell’irregolarità, il che vuol dire entrare in una spirale viziosa, visto che la regolarità dei rapporti di lavoro è subordinata alla titolarità di un permesso di soggiorno valido, e che senza un rapporto di lavoro è quasi impossibile trovare un alloggio. Ne consegue che spesso queste persone, vittime della loro precarietà e ricattabilità, vanno ad alimentare i “ghetti” e diventano manodopera a basso costo per il lavoro nero e la malavita.

Secondo un recente sondaggio – condotto dal Laboratorio di Analisi Politiche e Sociali dell’Università di Siena, per conto e con la collaborazione dell’Istituto di Affari Internazionali – il numero di italiani che considerano prioritario il controllo dei flussi migratori e la protezione dei confini nazionali è aumentata passando dal 30% al 60%. Dal vostro osservatorio, quali sono le paure che agitano gli italiani? E ascoltando i migranti che si rivolgono a voi, quali invece le loro paure?

Ciò che genera la paura negli italiani è l’assenza di conoscenza. Troppo spesso la vulgata giornalistica è foriera di informazioni errate e numeri sbagliati e pone l’accento sui reati commessi da stranieri. Troppo spesso in TV e sui social vengono esaltate notizie di cronaca che vanno a sottolineare la provenienza del malfattore se straniero, quando invece un crimine dovrebbe essere condannato per il semplice fatto di essere tale, e non per la provenienza geografica di chi lo commette. Tutte queste informazioni, sbagliate o enfatizzate, generano timori in chi ascolta e di conseguenza finiscono per alimentare le maglie del razzismo. I migranti, dal canto loro, soffrono il clima di intolleranza che viene generato, sanno che – specialmente in alcune aree d’Italia come al Sud – per loro trovare un lavoro con un regolare contratto è praticamente impossibile, se non sono referenziati da qualche italiano. C’è un diffuso sentimento di sconforto per le loro reali condizioni di vita, ma allo stesso tempo temono il rimpatrio perché rientrare a “casa” significherebbe ammettere di aver fallito. E non c’è nulla di più traumatico, per chi ha speso forze economiche e psicologiche ingenti, del fallimento del proprio progetto migratorio.

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