26 Giugno 2024

Il “miracolo Ruanda” sarebbe frutto della repressione del dissenso

A quasi trent’anni dai cento giorni del genocidio di Ruanda, è caccia ai ruandesi oltre confine.

L’ultima indagine di Human Rights Watch – “Unisciti a noi o muori: la repressione extraterritoriale del Ruanda” – ricostruisce “un ecosistema globale di repressione” delle voci ruandesi dissenzienti che potrebbero emergere anche dall’estero e minare l’immagine internazionale del nuovo Ruanda a veterana guida Kagame e Fonte Patriottico Ruandese (RPF).

Sono una dozzina i casi di omicidio, rapimento o tentato rapimento, sparizione forzata e aggressione contro i ruandesi riparati all’estero documentati dal rapporto di accusa alle autorità ruandesi firmato HRW. Soprattutto nei Paesi dell’Africa orientale e meridionale. Soprattutto in Mozambico, dove il Ruanda è una forte presenza anche militare.

Gli abusi che silenziano le critiche superano anche i confini del Continente. Per i ruandesi della diaspora in Occidente, Europa compresa, la censura è fatta di sorveglianza fisica, intimidazioni, molestie online.

Il Governo ruandese si sarebbe spinto fino a manipolare i meccanismi giudiziari, le forze di polizia straniere e persino l’Interpol nel tentativo (qualche volta riuscito) di ottenere arresti ed estradizioni di dissidenti, reali e percepiti. Perché anche i più lontani e nascosti non si sentissero al sicuro.

Il mandato di arresto internazionale contro l’ex ministro e ambasciatore – tra gli altri incarichi di rilievo come alto (e storico) funzionario dell’RPF – Eugene Gasana, emesso all’esito di una escalation di attacchi personali e professionali sul suolo americano e finito cancellato dall’Interpol per la conclusione che nel caso fosse da riconoscere “una dimensione politica predominante” vista la storia recente di aspri dissapori con la presidenza, è tra i casi forse più eclatanti.

Non è da meno la vicenda che ha coinvolto il noto attivista per i diritti umani Paul Rusesabagina, vittima di sparizione e rimpatrio forzato, oltre che di un processo “pubblicizzato e viziato su accuse di terrorismo“. Per l’eroe di Hotel Rwanda una condanna a 25 anni di carcere (commutata con rilascio dalla detenzione lo scorso marzo su pressione dei governi belga e statunitense), per le altre voci dissonanti oltre confine un messaggio chiaro:

che nessuno, nemmeno il destinatario di una medaglia presidenziale della libertà negli Stati Uniti, nemmeno un residente negli Stati Uniti, nemmeno un cittadino dell’Unione Europea, è fuori dalla portata delle autorità ruandesi“, è scritto sul report pubblicato lo scorso 10 ottobre.

Paul Rusesabagina, interviene in occasione di una commemorazione IPC per il 20esimo anniversario del genocidio, foto di Gerald R. Ford School of Public Policy University of Michigan, in licenza CC su Flickr

Poi, per tutti, c’è il metodo più efficace e insidioso di tutti, i parenti rimasti in Ruanda che diventano bersaglio di detenzioni arbitrarie, torture, uccisioni e restrizioni della libertà di movimento (a molti è stato negato il passaporto) per silenziare i familiari fuori dal Paese:

una forma di controllo particolarmente feroce che potrebbe spiegare perché gran parte della prolifica repressione extraterritoriale del Ruanda – che va ben oltre i casi di omicidio, tentativi di omicidio e sparizioni di alto profilo – non è stata visibile“, si legge tra le 115 pagine dello studio.

Nel mirino a lungo raggio di Kigali finiscono oppositori politici e critici di prim’ordine, attivisti, giornalisti, spesso membri fuoriusciti dal Partito o dell’Esercito e fuggiti dal Paese.

Ma alla campagna di repressione messa a sistema a livello globale non sfuggono neanche uomini d’affari e figure di spicco delle comunità rifugiati e della diaspora ruandesi, colpevoli di rifiutare il sostegno (anche economico) al Governo, l’adesione alle associazioni della diaspora o le “offerte” di rientro in Ruanda:

mettono intrinsecamente in discussione l’immagine che le autorità cercano di proiettare, quella di un Paese da cui le persone non fuggono“, spiega il dossier.

L’avvocato Lionel Richie Nishimwe, leader della comunità di rifugiati ruandesi in Zambia ha ceduto alle pressioni ed è tornato in Ruanda: è scomparso dopo aver rifiutato di divulgare informazioni sui suoi compagni rifugiati. In Australia, invece, Noël Zihabamwe non ha ceduto al tentativo di reclutamento da parte dell’Alto commissariato ruandese: ad essere stati arrestati, torturati e poi fatti sparire sono stati i suoi fratelli in Ruanda.

Alla guida di un articolato sistema di rintracciamento e intimidazione perché i ruandesi espatriati rispettino la linea Kagame pare esserci la Rwandan Community Abroad (RCA), una rete globale di associazioni della diaspora legate al ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale del Ruanda. E sarebbero coinvolte anche ambasciate e agenzie nazionali per i rifugiati, esposte alle infiltrazioni di agenti ruandesi e di altri legati alle autorità del Paese.

Insomma, per i ruandesi obiettivo di Kigali non c’è un posto al mondo che sia davvero sicuro.

Gli attacchi alle voci contrarie (o potenzialmente tali, o anche solo sospettate di esserlo) sono implacabili, afferma l’inchiesta: “spesso vengono utilizzate più tattiche contemporaneamente e, se una fallisce, ne verranno utilizzate altre finché la persona presa di mira non sarà logorata“.

Soffocare il dissenso, al di qua e al di là del confine, per controllare il Paese, dunque. Che nessuno, da nessun angolo del mondo, pensi di poter contraddire Kagame. Nessuno faccia che del suo progetto Paese e del suo trentennale potere si possa dubitare.

E la macchina messa a punto per lo scopo sembra funzionare: le oltre 150 testimonianze raccolte da HRW tra Australia, Belgio, Canada, Francia, Kenya, Mozambico, Sudafrica, Tanzania, Regno Unito, Stati Uniti, Uganda e Zambia raccontano di “un clima tale per cui molti ruandesi all’estero praticano l’autocensura, si astengono dall’impegnarsi in un legittimo attivismo politico, e vivono nella paura di viaggiare, di essere attaccati, di veder presi di mira i propri familiari“.

Chi sceglie di continuare a camminare sulla via della pubblica critica al Governo, lo fa a caro prezzo e taglia ogni legame con i pezzi di famiglia lasciati in Ruanda. Bisogna proteggerli.

Per Kigali le accuse non sarebbero che propaganda. La replica è affidata alla portavoce Yolande Makolo:

HRW continua a presentare un’immagine distorta del Ruanda, che esiste solo nella loro immaginazione. Qualsiasi valutazione equilibrata dei risultati ottenuti dal Ruanda nel promuovere diritti, benessere e dignità dei ruandesi negli ultimi 29 anni riconoscerebbe notevoli progressi trasformativi. Il Ruanda non sarà dissuaso da questo lavoro da attori in malafede che promuovono un’agenda politicizzata“, ha dichiarato.

In effetti:

al presidente Paul Kagame e al RPF al potere è attribuito il merito di aver ricostruito un Paese rimasto quasi completamente distrutto dopo il genocidio del 1994“, scrive HRW. Tuttavia, l’RPF da quando è salito al potere nel 1994 ha anche risposto con forza e spesso violentemente alle critiche, adottando misure per affrontare oppositori reali e presunti, comprese esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate, torture, procedimenti giudiziari politici e detenzioni illegali. Tali misure non si limitano ai critici e oppositori all’interno del Paese“, aggiunge.

Paul Kagame, Presidente della Repubblica del Ruanda, interviene in occasione di una sessione dell’Assemblea Generale, foto di UN Photo/Cia Pak, in licenza CC su Flickr

Il gruppo per i diritti umani titolare della ricerca, che da decenni denuncia inascoltato i misfatti di Kagame, ora scaglia il suo biasimo anche sulla comunità internazionale. È evidente che i Paesi ospitanti siano consapevoli di quanto accade, ma sembrano preferire restare a guardare. Qualche volta, voltarsi anche dall’altra parte.

Lo mette nero su bianco l’organizzazione citando, per fare un esempio, gli avvertimenti di cautela arrivati per anni ai ruandesi residenti nel Regno Unito proprio dalle autorità inglesi che non hanno però impedito al Paese di raggiungere con il Ruanda i tanto discussi accordi per la ricollocazione dei rifugiati.

Poi ci sono i molti casi di indagini arenate e procedimenti giudiziari mai avviati sui casi di omicidi e sparizioni che si sono registrati un po’ dovunque. E le denunce di abusi che rimangono inevase, accompagnate al più da una calda raccomandazione al guardarsi le spalle.

Avere “per lo meno chiuso un occhio“, così tuona HRW, sugli abusi di Kagame e dell’RPF ha permesso al Ruanda di esportare la sua repressione oltre confine intanto che conquistava una posizione non da poco sulla scena internazionale.

Il “miracolo Ruanda” guida istituzioni multilaterali, è uno dei maggiori contributori di truppe di mantenimento della pace nel Continente africano. Soprattutto, è lì un partner economico e politico chiave per gran parte dell’Occidente (e perciò sembra intoccabile), compresi molti Paesi citati nella ricerca, come Regno Unito e Stati Uniti, che proprio in ragione dei loro stretti legami con il Ruanda dovrebbero premere perché la situazione dei diritti umani migliori, dentro e fuori dal Paese.

Eppure, raramente, se non mai, sollevano pubblicamente preoccupazioni relative ai diritti umani nel loro impegno bilaterale o multilaterale“, fanno notare gli autori dell’analisi.

Mentre Kagame è in corsa alle elezioni 2024 per il quarto mandato presidenziale consecutivo, c’è un fallimento di cui prender atto, avvertono gli esperti. Quello delle Nazioni Unite e della comunità internazionale che, mancando costantemente di riconoscere la gravità e la portata delle violazioni dei diritti umani da parte del Governo ruandese a livello nazionale e internazionale, “hanno lasciato molti ruandesi senza nessuno a cui rivolgersi“.

In chiosa, lanciano un appello: “Ritenere il Ruanda responsabile della sua triste situazione interna in materia di diritti umani è ora una necessità per affrontare la repressione extraterritoriale del governo“.

Insomma, iniziamo a guardar meglio – oltre agli interessi economici e politici. A chiedere conto al Ruanda dei suoi abusi. A proteggere, davvero, le persone.

Clara Geraci

Siciliana, classe 1993. Laureata in Giurisprudenza, ha recentemente conseguito il Diploma LL.M. in Transnational Crime and Justice all’Istituto di Ricerca delle Nazioni Unite. Si occupa di diritto internazionale, diritti umani, e migrazioni. Riassume le ragioni del suo impegno richiamando Angela Davis: “Devi comportarti come se fosse possibile cambiare radicalmente il mondo, e devi farlo costantemente”.

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