26 Maggio 2024

Spose bambine, sono 640 milioni al mondo. Milioni di vite bruciate

Ogni due secondi, da qualche parte nel mondo, una bambina smette di essere bambina e diventa sposa. Di questo passo serviranno ancora 300 anni prima che possa dichiararsi la libertà globale dalla piaga del matrimonio infantile, che è soprattutto una piaga di genere. È un altro degli Obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile che avanza svelto verso il fallimento.

L’ultimo rapporto Unicef sul tema conta nel mondo 640 milioni di ragazze e donne date in moglie che non erano ancora maggiorenni. Cresce di 12 milioni ogni anno la comunità delle mogli ragazzine.

Per ogni minuto in cui restiamo a parlarne, per 23 giovanissime donne mandate a maritarsi va a fuoco ogni possibilità di determinare in libertà il proprio futuro e di costruire per sé una vita autonoma. Tante non hanno ancora 15 anni, qualcuna non ne ha compiuti nove.

Per tutte, all’orizzonte, ci sono rischiose gravidanze precoci e assai probabilmente violenze sessuali e fisiche dal partner – quasi sempre un adulto. Difficilmente continueranno a frequentare la scuola, ed è elevatissimo il rischio di finire nel limbo dell’isolamento sociale che (tra le altre cose) gli impedirà di partecipare alla vita pubblica e alle dinamiche di sviluppo delle comunità cui appartengono. Le implicazioni sulla loro salute fisica e mentale saranno tanto gravi da impattare il benessere anche delle generazioni a venire.

Child marriage, di Sam Nasim. In licenza CC su Flickr

Parliamo di una pratica estremamente dannosa per ogni bambina, ma anche di una minaccia reale alla stabilità e alle prospettive di crescita di Paesi e popolazioni intere. Eppure resiste.

Sebbene si registri un calo costante nella percentuale globale del Child marriage (dal 21 al 19% solo nell’ultimo quinquennio) e si siano evitati 68 milioni di casi negli ultimi 25 anni, i progressi sono stati finora irregolari e in molti luoghi iniqui rimanendo fortemente ancorati allo status socio-economico delle famiglie d’origine delle ragazze, ancora troppo spesso offerte in matrimonio al miglior offerente.

Solo nelle regioni dell’Asia Meridionale e del Medio Oriente e Nord Africa si sono compiuti significativi (seppur non sufficienti) passi avanti in senso orizzontale, cioè coerentemente per tutta la popolazione femminile minorenne. Per le altre regioni e a livello globale, il matrimonio delle adolescenti, soprattutto di quelle più povere, si è fatto più diffuso o è stato praticato tanto quanto nell’ultimo quarto di secolo.

Sono complesse e radicate le strutture socio-culturali entro le quali un fenomeno tanto discriminatorio e violento fiorisce, diverse di Paese in Paese. Sempre è intriso di pregiudizi e stereotipi difficili da smantellare, e spesso i quadri legislativi sono inadeguati a contrastarlo. Ma a minare le speranze di eradicazione, e – peggio – a far temere per la vanificazione di ogni vittoria conquistata a fatica fino ad oggi, è quella che Unicef chiama policrisi“. 

Il mondo è travolto da crisi su crisi, e così si stanno distruggendo le speranze e i sogni dei bambini vulnerabili, soprattutto delle ragazze che dovrebbero essere studentesse, non spose

ha detto l’Executive director Catherine Russel in occasione della presentazione dello studio.

I conflitti sempre più intensi e frequenti, gli shock climatici, e le profondissime ferite socio-economiche e sanitarie lasciate dalla pandemia da Covid-19 sul terreno di contesti già terribilmente fragili, impediscono alle giovani più vulnerabili l’accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione, e a ogni forma di servizio sociale capace di proteggerle dal pericolo di avere un marito prima di avere la licenza media.

Nelle zone di conflitto raddoppia il rischio di finire vittime di matrimonio infantile rispetto alla media mondiale, avverte il dossier. Sale del 7% il numero delle mogli bambine ogni volta che cresce di 10 volte il numero delle morti causate da una guerra. Per ogni anno di conflitto combattuto all’intensità di quello che dal 2016 dilania l’Etiopia aumentano del 15% le unioni precoci e forzate, e perdiamo quattro anni nella corsa affannosa verso l’eliminazione della pratica che è una gravissima violazione dei diritti umani ma resta comunque un’efficace moneta di scambio nelle economie di sussistenza.

Una variazione del 10% nel livello delle precipitazioni spinge un aumento dell’1% dei matrimoni infantili. E un evento metereologico estremo di portata pari alle inondazioni devastanti che lo scorso anno hanno colpito il Pakistan potrebbe far segnare un +18% degli sposalizi dei bambini in un solo anno, vale a dire la cancellazione dei progressi di un intero quinquennio.

Il Covid-19 consegnerà al mondo oltre 10 milioni di spose bambine entro i prossimi 7 anni, e deve ancora valutarsi l’enorme impatto diretto già prodotto sulla questione dai tre anni della pandemia appena dichiarata conclusa.

È evidente quanto povertà, insicurezza e disgregazione del tessuto sociale di supporto stiano rafforzando la percezione del Child marriage come una fonte di protezione finanziaria, sociale e fisica per le giovani e le loro famiglie. Una prigione pensata come un rifugio.

Grafica tratta dal report

Così, è nell’Africa sub-sahariana che “le ragazze ora corrono il più alto rischio al mondo di matrimonio precoce”, mette nero su bianco Unicef.

Sono fortemente verticali i progressi registrati nell’area negli ultimi 25 anni. A fronte di un certo grado di benefici goduti dalle giovani più ricche, tra i più poveri il ricorso alle unioni infantili non ha fatto che aumentare tragicamente.

Ora la regione ospita il 20% delle spose ragazzine del Pianeta, concentrate soprattutto nell’Africa Centrale e Occidentale, ed è minacciata da una vertiginosa previsione di crescita del numero dei matrimoni contratti durante l’infanzia per il prossimo futuro: entro il 2030 potrebbe superare il 40% la quota delle under 18 costrette ad accasarsi, con la popolazione che cresce troppo in fretta e i fronti di crisi interna che continuano a moltiplicarsi.

Se non sarà immediatamente imboccata una via d’accelerazione nel contrasto al fenomeno, l’Africa sub-sahariana non sarà capace consegnare alla storia il matrimonio infantile prima che siano trascorsi ancora oltre due secoli. Sono milioni di vite bruciate.

In questo quadro drammatico, c’è una luce di speranza. È il Gambia, che muove tanto in controtendenza che “se la regione accelerasse i progressi al ritmo visto in Gambia, la fine dei matrimoni precoci sarebbe immaginabile in meno della metà di quel tempo“, si legge sul rapporto.

Il peso delle disuguaglianze sociali segna profondamente il Child marriage in America Latina e Caraibi, come nelle aree del Pacifico e Asia Orientale e dell’Est Europa e Asia Centrale dove le percentuali di unioni precoci restano poco meno che invariate dal 1977.

Medio Oriente e Nord Africa, invece, hanno tenuto il passo lento ma incessante in questi ultimi 25 anni verso l’equa liberazione delle minorenni intrappolate in matrimonio, potendosi fregiare di progressi quasi indifferentemente rispetto ai livelli di reddito delle famiglie.

Tuttavia, se l’Egitto è campione di riduzione dei matrimoni infantili tra le fasce più povere della popolazione, l’Iraq per converso è il freno di stazionamento della regione con il suo mantenere numeri costantemente molto alti.

La zona più critica è, per concludere, l’Asia Meridionale. Ad un tempo, guida il declino globale dei matrimoni infantili e resta patria indiscussa delle spose bambine.

La regione ha quasi dimezzato il numero di ragazzine imprigionate dall’abito da sposa negli ultimi 10 anni (dal 46 al 26%). E lì si concentra il 78% dei casi di matrimonio dell’infanzia evitati da 25 anni a questa parte, con una maggiore incidenza tra le ragazze più ricche e istruite.

La rapidità di abbattimento dei numeri relativi a quella che si definisce come una pratica secolare nella regione è tale da far scrivere agli autori del report che “se il progresso a livello globale negli ultimi 25 anni fosse stato così veloce come quello osservato nel quintile più ricco dell’Asia Meridionale, oggi il 9% delle ragazze sarebbero spose contro l’attuale 19%“.

Ciononostante, il tasso di decrescita dovrebbe essere di sette volte superiore per non bucare l’obiettivo 2030. Perché sono ancora 290 milioni le minorenni già mogli nel Sud-est asiatico, il 45% del totale internazionale.

Contraddizione nella contraddizione, l’India è la principale responsabile del crollo dei matrimoni di bambine nell’area e nel mondo intero. Ma da sola ospita un terzo di tutte le adolescenti maritate prima della maggiore età a livello globale, eguagliando la percentuale accumulata dai successi nei 10 Paesi con i numeri peggiori messi insieme, e quella di tutte le restanti 190 Nazioni del mondo.

The Child Marriage, UN Photo/Armin Hari. In licenza CC su Flickr

Insomma, c’è ancora moltissimo da fare. Ovunque. Tanto che dovremmo correre 20 volte più veloci per tagliare in tempo il traguardo zero.

L’esperienza maturata in contesti differenti dimostra però che il progresso è possibile quando si interviene e si investe nella costruzione di alternative per le donne che saranno. Sviluppo economico inclusivo, riduzione della povertà, accesso al lavoro e ai più alti livelli di istruzione per le ragazze funzionano e possono determinare il cambiamento necessario, sottolinea l’analisi Unicef.

Guardando alle nuove emergenze globali, ripetono gli esperti del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, non è più rinviabile che vengano raddoppiati gli sforzi già messi in campo per debellare la piaga del matrimonio infantile, precoce e forzato.

Perché dal raggiungimento di questo solo obiettivo passa la garanzia di ogni diritto femminile in ogni parte del mondo, e dalla libertà e dall’autonomia delle donne passa il futuro di prosperità e pace dell’umanità tutta.

Clara Geraci

Siciliana, classe 1993. Laureata in Giurisprudenza, ha recentemente conseguito il Diploma LL.M. in Transnational Crime and Justice all’Istituto di Ricerca delle Nazioni Unite. Si occupa di diritto internazionale, diritti umani, e migrazioni. Riassume le ragioni del suo impegno richiamando Angela Davis: “Devi comportarti come se fosse possibile cambiare radicalmente il mondo, e devi farlo costantemente”.

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