24 Maggio 2024

L’incertezza di Taiwan, tra mobilitazioni e un traballante status quo

Soldati taiwanesi durante la visita del primo ministro del Belize nel 2022. Foto da Wikimedia Commons dell’autore 中華民國總統府 con Licenza Creative Commons

Il 15  maggio 2023 Taiwan ha iniziato la prima fase delle esercitazioni militari annuali Han Kuang. Soltanto 5 giorni prima, alcune unità militari di Pechino sono entrate nella zona d’identificazione aerea di Taipei, causando la mobilitazione dei sistemi di difesa dell’isola. Nell’ultimo anno, la possibilità di una futura escalation tra Repubblica Popolare Cinese e Taiwan sembra essere un rischio concreto per l’intera regione pacifica.

Le radici dello scontro tra il Governo di Taiwan e quello di Pechino risalgono al secondo dopoguerra. Con il successo militare del Partito Comunista Cinese, il Governo nazionalista di Chiang Kai-shek si ritirò sull’isola di Formosa, oggi nota come Taiwan. Gli Stati Uniti e gli alleati occidentali isolarono la Cina di Mao. Tuttavia, dopo la storica visita di Richard Nixon in Cina nel 1972, la politica americana cambiò rotta. Nel 1979,  gli USA terminarono le proprie relazioni diplomatiche ufficiali con Taipei. Dunque, gli americani riconobbero  le rivendicazioni cinesi su Taiwan. Tali condizioni divennero la cosiddetta “One China policy“, presentata già a Henry Kissinger da Zhou Enlai in un incontro segreto nel 1971.

La One China Policy è tutt’ora la base della politica estera cinese e prevede l’unificazione tra la RPC e Taiwan. Pur registrando le rivendicazioni cinesi, Washington e il blocco occidentale hanno continuato a intrattenere rapporti commerciali con Taipei. Lo status quo è sopravvissuto fino a oggi, anche per il sostegno militare fornito dagli USA. Le forze armate americane partecipano all’addestramento e alle esercitazioni di quelle taiwanesi. Soltanto nel 2023, il Congresso ha garantito a Taiwan 3 miliardi di dollari di assistenza militare.

Sia la Cina che  gli Stati Uniti concordano ufficialmente sulla necessità di risolvere con mezzi pacifici qualsiasi controversia tra Pechino e Taipei. Negli ultimi anni però, la situazione nello Stretto di Taiwan è deteriorata, con un aumento delle manovre militari cinesi e le conseguenti contromobilitazioni taiwanesi. Nel mese di aprile, la presidente taiwanese Tsai Ing-wen, ha incontrato il portavoce della Camera statunitense Kevin McCarthy. Ciò ha suscitando forti reazioni di Pechino che ha risposto con delle esercitazioni militari su larga scala, terminate il 10 aprile.

La presidente Tsai Ing-wen riceve la una delegazione della Commissione Nazionale sulla Politica Estera Americana nel 2022. Foto da Wikimedia Commons dell’autore Makoto Lin con Licenza Creative Commons

Questo tipo di botta e risposta non è nuovo nella regione. Già ad agosto 2022, dopo la visita sull’isola dell’ex portavoce della Camera Nancy Pelosi, Pechino aveva lanciato delle esercitazioni, accusando gli Stati Uniti di cercare uno scontro diretto. In più, Biden ha ripetuto in diverse occasioni di voler difendere Taiwan in caso di attacco. Tuttavia, lo staff del presidente ha più volte riaffermato la volontà degli Stati Uniti di garantire lo status quo.

È proprio su quest’ultimo punto che si gioca la sfida nel Mar Cinese Meridionale. Xi Jinping, forte del terzo mandato alla guida del Partito Comunista Cinese, vede l’unificazione come un pilastro fondamentale per l’egemonia militare ed economica cinese nel Pacifico. Taipei è un alleato cruciale per gli Stati Uniti nel contenimento marittimo della Cina. Allo stesso tempo, l’isola è per entrambe le due superpotenze (e per il resto del mondo) il più grande fornitore di semiconduttori avanzati.

Il Paese produce il 60% dei componenti chiave per l’industria informatica globale. Sull’isola è situata la TMSC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), la più grande azienda al mondo per questo tipo di produzione. Per la Cina, annettere Taiwan in maniera pacifica significherebbe ottenere strutture produttive fondamentali per sostenere la propria crescita economica.

Perdere Taiwan, significherebbe per gli USA e i suoi alleati consegnare a Pechino il controllo di una risorsa strategica. Per contro, l’impegno degli Stati Uniti al fianco di Taiwan in una ipotetica guerra è tutt’altro che scontato. Washington sta cercando di incentivare la produzione interna di semiconduttori avanzati. L’accordo con la TMSC per la realizzazione di un impianto in Arizona mostra chiaramente inquietudine da parte americana. Anche l’UE si sta muovendo nella stessa direzione, cercando di favorire la nascita di una filiera europea.

Fabbrica della TSMC nel Taichung Science Park. Foto da Wikimedia Commons dell’autore Briáxis F. Mendes con Licenza Creative Commons

Fino ad oggi, il Governo taiwanese ha utilizzato l’avanzamento tecnologico dell’isola come garanzia di stabilità. Tuttavia, la crescente pressione cinese e l’ambiguità strategica americana pongono dei seri dubbi sul futuro del Paese. La guerra in Ucraina è per Taiwan un precedente insidioso: qualora la Russia ottenga dei vantaggi attraverso la sua invasione, la Cina potrebbe cogliere l’occasione e annettere con la forza l’isola. Le implicazioni di uno scontro tra USA e Cina a Taiwan sarebbero devastanti per l’isola e la sua economia. Anche per la stessa Cina, si stima che le perdite potrebbero ammontare a 40.000 tra caduti e feriti soltanto nelle prime due settimane di guerra.

Considerando tale scenario, l’opinione pubblica taiwanese vede nello status quo una garanzia di stabilità e sopravvivenza. A partire dal 1992, con la fine del regime autoritario del Kuomitang (KMT), il partito nazionalista di Chiang Kai-shek, l’isola è divenuta una delle democrazie più solide del Pacifico. Il Paese garantisce libertà di stampa e di espressione. Dal 2019, Taiwan è l’unico ta i Paesi asiatici a garantire il matrimonio per le coppie dello stesso sesso e dal 16 maggio 2023, la legge locale garantisce alle coppie omogenitoriali il diritto all’adozione.

Stando a dei recenti rilevamenti, il 60% della popolazione si identifica come taiwanese piuttosto che cinese. Riguardo alla scelta tra indipendenza e unione con Pechino, la maggior parte della popolazione è orientata verso il mantenimento dello status quo. Gli indipendentisti e gli unionisti filo-cinesi riscuotono un successo marginale. L’ autonomia senza scontrarsi con Pechino è però una questione dibattuta al livello politico.

In linea teorica, i partiti maggiori dell’isola, il Partito Democratico Progressista (DPP) e il Kuomitang (KMT, rinnovato in chiave democratica dopo il 1992), concordano sul non voler dichiarare ufficialmente l’indipendenza. La differenza tra i due  partiti è nei rapporti con la Cina. Il DPP, di cui fa parte Tsai Ing-wen, è contrario all’unificazione con Pechino, ritenendo che ciò porterebbe l’isola nella stessa situazione di Hong Kong. Il KMT, presieduto da Ma Ying-jeou propende  per una futura unificazione. Ma è stato il primo leader taiwanese ad incontrare Xi Jinping in un vertice a Singapore nel 2015. Contemporaneamente allo scalo negli USA di Tsai, il leader del KMT si è invece recato in Cina, mostrando una spaccatura tra i due partiti.

Incontro in treno tra Ma Ying-jeou e il funzionario cinese Song Tao, 2023. Foto da Wikimedia Commons dell’autore 中国新闻社 con Licenza Creative Commons

Per il KMT il punto di partenza è il Consenso del 1992. Ossia, una dichiarazione in cui la leadership taiwanese di allora convenne con Pechino sull’esistenza di una sola Cina, comprendente sia la Cina continentale che il territorio dell’isola. Una parte dell’opinione pubblica e il DPP sono alquanto critici e ritengono tale dichiarazione contraria agli interessi taiwanesi. Inoltre, l’ influenza di Pechino nella politica locale è assai visibile nel Partito Unionista, che auspica l’immediata unione con la Repubblica Popolare Cinese. In più, durante le passate elezioni, Taipei ha denunciato cyber attacchi e diffusione di propaganda filo-cinese da parte del PCC.

Il peso economico dell’isola sembra non essere più sinonimo di stabilità e status quo. D’altro canto, gli USA, nonostante la promessa di rendere Taiwan un “porcospino” dal punto di vista militare, sembrano esitare nel voler difendere militarmente l’isola. Infine, la mancanza di dialogo tra USA e Cina alimenta le preoccupazioni riguardo a un possibile scontro diretto. Secondo alcuni analisti, la mancanza di una linea diretta di emergenza tra Washington e Pechino aumenta il rischio di una possibile escalation militare.

La sensazione tra i taiwanesi è quella di essere stretti tra due fuochi. Da una parte Pechino, intenzionata ad annettere l’isola, o attraverso la sua ingerenza politica senza dover ricorrere alla forza, o attraverso l’Esercito di Liberazione Popolare. Dall’altra gli americani, che difendono lo status quo, ma allo stesso tempo sono alla ricerca di soluzioni alternative qualora Taiwan dovesse cadere. In un clima di costante mobilitazione militare, per gli abitanti dell’isola il futuro sembra dipendere da quale superpotenza si muoverà per prima.

Alessandro Cinciripini

Laureato in Studi dell’Africa e dell’Asia presso l’Università di Pavia, interessato a Vicino Oriente, Balcani e diritti umani. Attualmente a Sarajevo dove si occupa di progetti di promozione sociale e interculturale.

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