23 Maggio 2024

Nigeria, una crisi umanitaria conseguenza dell’industria petrolifera

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dell’articolo originale di Dulue Mbachu pubblicato su The New Humanitarian]

Bunker di petrolio in Nigeria. Immagine ripresa da Flickr/Canal C n licenza CC
Ladri di petrolio in Nigeria. Immagine ripresa da Flickr/Canal C in licenza CC

In cima alla lista delle priorità del neo presidente nigeriano Bola Tinubu figura il rilancio della problematica industria petrolifera nigeriana che, oltre a essere fonte di gran parte della ricchezza del Paese, rappresenta una sciagura che ha avvelenato l’ambiente, innescato violenti disordini ed è ora oggetto di diverse cause legali.

Sono pochi i Paesi sulla faccia della Terra che hanno sofferto più della Nigeria a causa dell’inquinamento, in particolare nella regione del Delta, un’area ricca di petrolio. Gli sversamenti, infatti, anno dopo anno hanno devastato uno degli ecosistemi più diversificati dell’Africa, un fragile mosaico costituito da aree umide e paludi di mangrovie.

Divise da dispute sulle risorse generate dall’estrazione del petrolio, le comunità agricole e ittiche che da tempo prosperavano nella Regione sono diventate molto più povere e malate. E con questi mestieri tradizionali quasi scomparsi, la perdita dei mezzi di sostentamento per un altissimo numero di giovani ha contribuito a stimolare la crescita di un’industria illecita alternativa fatta di rapimenti, furti di petrolio e pirateria d’alto mare.

Migliaia di miliardi di dollari sono stati incassati dal Governo e dalle principali compagnie petrolifere nel corso di una collaborazione durata più di sessant’anni. Durante gli anni di picco produttivo, quando più di due milioni di barili al giorno venivano pompati dal lussureggiante Delta del Niger, la Nigeria guadagnava almeno 80 miliardi di dollari l’anno.

Ma quei giorni sono finiti e non solo la produzione di petrolio è crollata, ma quattro delle prime cinque compagnie energetiche operanti nel Paese ovvero la Shell, il gruppo ExxonMobil, la Chevron ed Eni hanno manifestato l’intento di svendere tutti i rimanenti giacimenti a terra e in acque poco profonde. Solo la TotalEnergies deve ancora chiarire i suoi piani.

Il presidente della Shell Nigeria, Osagie Okunbor, in una dichiarazione sul sito web della società ha affermato:

Potremmo cambiare il contenuto del nostro portafoglio, ma questo perché vogliamo concentrare i futuri investimenti in Nigeria sull’esplorazione e la produzione in acque profonde.

La ragione apparente per l’abbandono delle principali compagnie petrolifere risiede nella necessità di ridurre a net zero l’impatto ambientale della produzione, come da obbligo di legge.

In realtà, non stanno soltanto sfuggendo a un’ondata di sabotaggi, furti e a un ambiente profondamente segnato dall’estrazione di petrolio, ma anche alla minaccia di un contenzioso avviato dalle comunità locali e che sta finalmente iniziando ad avere un impatto.

Andare via ma pagando

Le comunità chiedono che le compagnie, prima di andar via, paghino ogni risarcimento dovuto per il danno ambientale già causato.

Chima Williams, direttore generale della Environmental Rights Action (ERA), la società affiliata nigeriana di Friends of the Earth, ha dichiarato in un’intervista a The New Humanitarian:

Quando hai creato una situazione pericolosa, non puoi andartene come desideri. Ciò che le comunità chiedono è infatti di rimettere tutto a posto, risarcire le persone e ripristinare l’ambiente com’era prima del loro arrivo.

Secondo i dati del Governo, tra il 1970 e il 2000 nel Delta si sono verificate più di 7.000 perdite accidentali che hanno riversato nell’ambiente da 9 a 13 milioni di barili di greggio.

Secondo uno studio condotto da ricercatori nigeriani e pubblicato nell’edizione di dicembre 2020 della rivista Environmental Pollution, le perdite sono aumentate più di recente con quasi 8.000 fuoriuscite avvenute tra il 2006 e il 2019. Ciò contrasta con la situazione in Europa, dove tra il 1971 e il 2011 sono stati registrati in media 10 incidenti all’anno.

Per 20 anni, Fidelis Ledorsi ha portato avanti pesca e agricoltura con un certo successo nella sua città natale di Goi, nella regione dell’Ogoniland. Questo fino a un giorno del 2006 in cui i residenti di questa comunità della foresta pluviale al loro risveglio hanno trovato il vicino fiume Goi, che circonda le fattorie e i laghetti per i pesci, traboccante di petrolio greggio.

Un importante oleodotto – che trasportava petrolio per la Shell dai giacimenti a terra al terminal di esportazione Bonny sulla costa atlantica – si era rotto durante la notte riversando il suo contenuto nel corso d’acqua. A causa dei fumi acri che avevano reso l’aria densa, i residenti erano fuggiti nella consapevolezza che un incendio potesse scoppiare alla minima scintilla.

Ledorsi ha dichiarato a The New Humanitarian:

Abbiamo perso i nostri mezzi di sostentamento; abbiamo perso tutto.  La mia fattoria di manioca, due peschiere e il fiume dove pescavo fin da bambino, erano tutti ricoperti di petrolio.

Alla fine il villaggio dovette evacuare poiché la marea nera aveva reso il luogo inabitabile. Le persone colpite non hanno ricevuto alcun risarcimento poiché la Shell ha affermato che il danno era stato causato da un sabotaggio. La legge nigeriana infatti consente solo il risarcimento per le fuoriuscite causate da guasti alle apparecchiature o in caso di corrosione delle tubature.

Una storia fatta di sfruttamento

Il Delta del Niger ha ricoperto un ruolo storico cruciale nelle relazioni della Nigeria con il resto del mondo negli ultimi cinque secoli. Durante la tratta transatlantica degli schiavi, i porti da Calabar a Warri furono nevralgici per il trasporto del carico umano. Poi, quando la tratta  andò calando, la Regione divenne nota come Oil Rivers [Fiumi petroliferi, NdT] per la sua abbondante fornitura di olio di palma che facilitava l’avvento della rivoluzione industriale europea.

Questo accadeva molto prima che la Shell trovasse per la prima volta il petrolio a Oloibiri, nello Stato di Bayelsa, nel 1956. Così prese il via sulla terraferma la corsa per il dolce greggio Bonny della Nigeria e il Paese prese la buona strada per diventare il più grande produttore africano.

La storia di Ledorsi, e quella del suo villaggio, sono tipiche dell’impatto dell’industria petrolifera nel Delta. Vi sono stati scavati almeno 5.280 pozzi petroliferi, collegati a più di 7.000 chilometri di oleodotti. Secondo i dati forniti dalla Shell e dal Ministero del Petrolio, l’infrastruttura – caratterizzata da perdite e dalla combustione di gas 24 ore su 24 – sconvolge la vita di oltre 1.500 comunità agricole.

L’impatto ecologico si registra nella qualità dell’aria e dell’acqua e nel suolo su cui le persone fanno affidamento per coltivare il proprio cibo. Secondo uno studio del Dipartimento di chimica ambientale della Nnamdi Azikiwe University, con sede nella città sud-orientale di Awka, in diversi fiumi del Delta si registrano livelli ben superiori alla norma di piombo, cadmio, cromo e nichel.

Un rapporto del 2011 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha rilevato che i livelli di benzene cancerogeno superano il livello raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’aspettativa di vita della Regione, che si attesta a 41 anni, è di un decennio inferiore alla media nazionale.

Lo studio dell’UNEP ha concluso che ripulire soltanto l’Ogbono, un distretto che rappresenta una piccola frazione dell’intero Delta, costerebbe 2 miliardi di dollari.

Risarcimento legale

Le comunità del Delta, che lavorano con il supporto di gruppi di difesa ambientale, hanno reagito. La comunità di Aghoro nello Stato di Bayelsa, che chiede 1,5 miliardi di dollari alla Shell come risarcimento per uno sversamento del 2018, ha ottenuto un’ingiunzione del tribunale lo scorso giugno che limitava qualsiasi vendita di asset in attesa della delibera conclusiva.

Anche la Corte Suprema nigeriana, a cui la Shell sta facendo appello per un premio di 1,7 miliardi di dollari alla comunità Ejama-Ebubu, ha chiesto alla società di interrompere per il momento qualsiasi disinvestimento.

Per decenni, uno dei principali ostacoli che le comunità hanno dovuto affrontare è stato il partenariato tra il Governo e le principali compagnie petrolifere. I funzionari e le agenzie governative in genere considerano qualsiasi tentativo da parte delle comunità di far valere i propri diritti come opposizione e interruzione dell’attività economica. Se tale opposizione si è manifestata sotto forma di proteste e manifestazioni, la risposta è stata spesso una pesante repressione da parte delle forze di sicurezza.

Le comunità colpite e i gruppi ambientalisti hanno cercato di superare questo problema intraprendendo azioni legali contro le compagnie energetiche nei loro Paesi d’origine. Nel 2008, l’ERA  ha intentato una causa contro la Shell nei Paesi Bassi per conto di quattro agricoltori: uno di Goi e tre di altri impianti di fuoriuscita. La Corte d’appello dell’Aia ha confermato la responsabilità di Shell nel gennaio 2021, ordinando un risarcimento di 16 milioni di dollari ai quattro agricoltori.

Un mese dopo, la Corte Suprema britannica ha emesso una sentenza che consente alle comunità di agricoltori e pescatori della regione petrolifera di chiedere un risarcimento legale nel Regno Unito contro la Shell per i danni ambientali causati dalla sua controllata nigeriana.

Lo studio legale britannico Leigh Day rappresenta attualmente più di 13.000 persone e organizzazioni nel Delta del Niger che hanno presentato richieste di risarcimento per la perdita dei mezzi di sostentamento contro la Shell presso l’Alta Corte di Londra.

Anche alcuni tribunali nigeriani hanno emesso sentenze severe contro le compagnie petrolifere. Un esempio è il premio contro la Shell alla comunità Ejama-Ebubu, per una fuoriuscita che risale a più di 50 anni fa.

Le nuove, più piccole società, che non sanno rimediare ai danni

Mentre le principali compagnie energetiche internazionali lasciano i giacimenti a terra e in acque poco profonde, le più piccole società nigeriane si stanno muovendo per prenderne il posto, accaparrandosi gli asset in vendita. Ma si teme che non abbiano le capacità tecniche per affrontare le ricadute ambientali.

Un’eruzione incontrollata di petrolio da un giacimento nel distretto di Nembe in Bayelsa nel 2021, di proprietà della società nigeriana Aiteo, ha sparso idrocarburi nell’ambiente per più di quattro settimane prima che fosse finalmente posta sotto controllo. Il ritardo nel fermare il flusso è stato dovuto alla necessità di far arrivare esperti dall’estero.

Queste fuoriuscite nei giacimenti più piccoli che le società nigeriane stanno acquistando potrebbero non generare gli stessi titoli sui giornali internazionali che hanno segnato la storia delle principali compagnie petrolifere. Ma stanno accadendo in una regione politicamente significativa e avranno ancora ripercussioni per il nuovo presidente della Nigeria, che dovrebbe insediarsi il prossimo 29 maggio.

Ikemesit Effiong, capo della ricerca presso il gruppo di consulenza aziendale SBM Intelligence con sede a Lagos, ha dichiarato in un’intervista:

Il rischio di un aumento delle fuoriuscite e di altre forme di degrado ambientale resta elevato. Gran parte del contraccolpo rimarrà interno e resterà un grattacapo politico per l’entrante amministrazione Tinubu.

Gran parte del recente danno ecologico è dovuto anche all’instabilità della Regione. Negli anni ’90, i gruppi armati che chiedevano un maggiore controllo della ricchezza derivante dal greggio iniziarono ad attaccare le strutture petrolifere, così come le forze di sicurezza. I disordini si sono attenuati solo con un accordo di amnistia del 2009 e la creazione di un fondo di sviluppo per il Delta.

Ma in tanti sono disposti a unirsi ai pirati che si aggirano nelle acque della Regione, ai gruppi militanti che di tanto in tanto imbracciano ancora le armi e alle bande criminali che raffinano – in strutture improvvisate –  il greggio rubato causando ulteriori danni all’ambiente mai registrati. Un segno rivelatore è la fuliggine che si deposita velocemente su ogni superficie della città di Port Harcourt, effetto collaterale dei calderoni che ribollono nelle tante raffinerie abusive nelle campagne circostanti.

Fyneface Dunmamene, a capo dell’organizzazione non-profit Youths and Environmental Advocacy Centre di Port Harcourt, che cerca di tutelare l’ecologia della Regione ha affermato:

Si tratta davvero di un circolo vizioso per il Delta del Niger e la sua gente. La maggior parte dei giovani che non possono più pescare o coltivare in modo redditizio si sono dedicati a qualche attività illegale legata al petrolio, finendo per aggravare ulteriormente il problema.

[Voci Globali non è responsabile delle opinioni contenute negli articoli tradotti]

Luciana Buttini

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica e Specializzata in Lingue per la cooperazione e la collaborazione internazionale, lavora come traduttrice freelance dal francese e dall'inglese in vari ambiti.

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